MANOVRA/ Carboniero (Ucimu): industria e formazione, ecco le chiavi per la ripresa

- int. Massimo Carboniero

Il presidente dell’Ucimu, Massimo Carboniero: “Industria 4.0 diventi un progetto Paese, fiducia nell’Europa per lo sviluppo della manifattura italiana”

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Massimo Carboniero, presidente Ucimu (foto d'archivio)

“Troppo spesso noi europei dimentichiamo che quella del nostro Vecchio Continente è la prima manifattura globale. E troppo spesso noi italiani esitiamo a credere fino in fondo nella forza della nostra industria, che è la seconda nell’Unione”. Massimo Carboniero, presidente dell’Ucimu, sta preparando un intenso autunno di impegni associativi. L’8 ottobre sarà a Bruxelles  con il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, e altri leader dell’industria italiana, per un incontro non solo di circostanza con i nuovi europarlamentari italiani. “L’Italia deve ricominciare dall’Europa e la Ue deve comprendere appieno il valore di avere fra i suoi membri un sistema–Paese come l’Italia”, sottolinea Carboniero, fra l’altro delegato italiano in Cecimo, la federazione dei produttori di macchine utensili della Ue. “La nomina di Paolo Gentiloni a commissario agli Affari economici a Bruxelles è un passaggio importante – dice a IlSussidiario.net il patron della vicentina Omera – così come la chiamata al Mef di Roberto Gualtieri, europarlamentare di provata competenza. Ma sono tanti i politici italiani che conoscono bene l’Europa e che sono stimati nelle diverse sedi istituzionali”.

Perché “più Europa per l’Italia”?

Nella nostra Azienda-Paese non potrà mai concretizzarsi una ripresa effettiva e sostenibile fuori dall’Europa. Ma commetterebbero un grave errore anche altri Paesi Ue che immaginassero di poter difendere da soli la propria competitività, magari accentuando concorrenza e rivalità verso i propri vicini europei. Solo un’Europa unita può reggere davvero tutte le sfide globali del ventunesimo secolo.

Come giudica la svolta politica?

Un imprenditore, per natura, guarda ai fatti. Il nuovo governo ha pochi giorni di vita, e deve ancora misurarsi con le prime decisioni. E’ tuttavia evidente a tutti – anche nelle parole del premier Conte davanti alle Camere – che la priorità è il rilancio del Pil e dell’occupazione. Come produttori di macchine utensili ci ha fatto naturalmente piacere sentire citata dal premier “Industria 4.0” : un’azione di governo che ha già prodotto risultati importanti e visibili. Ha generato Pil, posti di lavoro più qualificati, innovazione tecnologica e strategica nelle aziende e nelle loro reti. Con Industria 4.0 – avviata dal ministro Calenda  e confermata dal ministro Di Maio – credo sia innegabile che in Italia abbiano vinto tutti, non solo le imprese.

Per questo voi sollecitate la proroga degli incentivi nella manovra 2020.

Ucimu si augura che Industria 4.0 diventi definitivamente un progetto-Paese a medio-lungo termine: che venga condiviso fra tutte le parti politiche e sociali che si tratti di un grande investimento del sistema-Italia su se stesso e che non debba essere più necessario discutere ogni anno se prorogare o no gli incentivi. Contiamo anzi che un nuovo clima europeo sugli impatti degli investimenti pubblico-privati in tecnologie digitali ed ecosostenibilità contribuisca a dare piena cittadinanza a Industria 4.0 anche in Italia.

La nuova parola chiave è “economia verde”…   

La digitalizzazione produttiva è  green economy a pieno titolo. Nella mia azienda come in tante altre associate ad Ucimu il rispamio/recupero di energia da parte di macchine “più intelligenti” è un drive prioritario dell’innovazione.  Le imprese “4.0” sono più pulite e sicure. E chi vi lavora accresce di continuo i suoi standard di education grazie a programmi di formazione continua. Il green è una mentalità, è un modo nuovo di affrontare le sfide economiche e sociali. Lo sviluppo di Industria 4.0 può accelerare in modo importante e mirato questa svolta culturale.

Gli incentivi per  “formazione 4.0” rimangono fra le richieste-chiave?

Certamente. Già  a fine 2018 abbiamo insistito perché venisse agevolato l’intero processo formativo: non solo il costo del dipendenti da formare, ma anche quello dei formatori. Soprattutto nei bilanci delle Pmi sono in gioco cifre non trascurabili: la buona formazione costa.

La manovra 2020 dovrà tenere in equilibrio l’esigenza di stimolare le imprese e quello di sostenere fasce sempre più larghe di sofferenza sociale.

La nostra posizione è sempre stata chiara e non è mai cambiata. E’ evidente che la più lunga recessione contemporanea abbia lasciato ferite profonde nel tessuto sociale, oltreché economico del Paese. Di fronte a una situazione del genere ogni governo ha l’obbligo di porre in cima all’agenda azioni adeguate. Un paese come l’Italia non può abbandonare a se stesso un cinquantenne rimasto senza lavoro con una famiglia sulle spalle. Ha lo stesso dovere anche verso i giovani che un lavoro non l’hanno mai avuto: soprattutto verso i Neet. Ma questo non vuol dire che gli strumenti d’intervento debbano essere gli stessi.

Il reddito di cittadinanza non è lo strumento giusto?

È ovvio che assegnare un sussidio a un giovane che non sta né lavorando, né studiando, né seguendo percorsi di formazione professionale è facile e può sembrare perfino doveroso. Ma quel giovane, in realtà, ha bisogno di altro: di costruire il suo posto di lavoro, vuole una società che investa su di lui. Ha bisogno di un futuro vero. E questo futuro, alla fine, lo può trovare in un’impresa manifatturiera. Da quando sono presidente dell’Ucimu, non faccio che denunciare la crisi drammatica del rapporto fra scuola e industria. Non è possibile che da anni registriamo migliaia e migliaia di posizioni vacanti nelle nostre aziende mentre l’Istat ripete ogni trimestre che un terzo dei giovani italiani che non ha lavoro. Cerchiamo ingegneri, periti, diplomati di Its, anche giovani semplicemente motivati a entrare in un ambiente di lavoro tecnologico e innovativo. Li cerchiamo, li chiamiamo a visitare le nostre aziende, li invitiamo con i loro insegnanti alle nostre fiere. Alla fine quelli che riusciamo a inserire sono sempre meno di quelli di cui avremmo bisogno, meno di quelli che vorremmo portare a bordo. C’è ancora molto da fare: non a tutti  è ancora chiaro che il welfare sostenibile di un Paese come l’Italia è anzitutto una manifattura competitiva.

L’Azienda-Italia è un grande sistema manifatturiero che compete sui grandi mercati aperti. Quali sono le sfide correnti dell’internazionalizzazione? Il terreno competitivo globale sembra frammentarsi e chiudersi.  

Ecco, sarebbe un errore arretrare proprio ora su questo terreno, cominciare a eludere le sfide della globalizzazione industriale. Noi di Ucimu ci apprestiamo a volare in Cina a fine novembre, per il secondo Forum bilaterale della macchina utensile. Due anni fa abbiamo voluto rompere il ghiaccio. E’ stata una scommessa che abbiamo condiviso anzitutto con Ettore Lamberto Sequi, che allora  era ambasciatore italiano a Pechino e da pochi giorni è il capo di gabinetto della ministro degli Esteri, Di Maio. Se torniamo dopo due anni per rifare il punto della situazione con gli amici cinesi – imprenditori, ministri, tecnocrati, ricercatori universitari  – vuol dire che la scommessa iniziale è stata vinta. Ora dobbiamo vincere la prossima.

La Cina è quella della Via della Seta o quella con cui l’America duella a colpi di tariffe doganali?

La Cina fino a trent’anni fa era un paese economicamente “dorminente” e geopoliticamente appartato. Oggi vanta il primo Pil globale in termini assoluti e la leadership propone il Dragone come uno dei sistemi-guida su scala globale: non solo in termini quantitativi, ma anche sulle diverse frontiere della manifattura a contenuto tecnologico. La Cina non vuole diventare solo la “fabbrica del mondo”: ha l’ambizione di essere un motore di sviluppo e progresso sul pianeta. Molto dipenderà da loro: dalla loro capacità di ampliare la dimensione e la qualità delle loro aperture agli altri sistemi geopolitici. La mia esperienza di imprenditore italiano delle macchine utensili e di presidente dell’Ucimu mi dice che sarebbe sbagliato non rimanere seduti al tavolo cinese. Ogni ipotesi di partenariato merita di essere percorsa.

Anche con il sistema-Russia?

Parlando sempre da imprenditore delle macchine utensili la mia risposta è positiva. La reputazione dell’industria italiana presso le autorità di Mosca è sul mercato russo è alta e consolidata. La manifattura russa sta affrontando una fase epocale: i sistemi produttivi attendono di essere in larga misura modernizzati. E la politica industriale russa guarda con evidente favore a un ruolo più incisivo di qualificate realtà imprenditoriali europee. Se il clima delle relazioni industriali non fosse questo, lo scorso giugno Ucimu non avrebbe firmato un “memorandum of understanding” con gli amici imprenditori russi di Stankoinstrument.

Come si chiuderà il 2019 delle macchine utensili italiane?

All’ultima assemblea Ucimu, al giro di boa di metà anno, abbiamo previsto con buona approssimazione un esercizio “stazionario”. Al volgere del terzo trimestre le stime non cambiano, sia per il mercato domestico che sul versante internazionale. I fronti di incertezza – dalla Brexit all’Iran, dalla recessione tedesca alle tensioni commerciali e valutarie globali – sono più rilevanti di quelli cui possiamo guardare come punti di stabilità di scenario. Certamente quando i trend periodici cominciano a tradursi in cifre negative per la produzione industriale l’allerta cresce inevitabilmente di livello. Nessun dubbio  che noi imprenditori continueremo a fare la nostra parte. Contiamo che tutti gli altri facciano la loro.

(Nicola Berti)

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