MANOVRA/ Così le scelte del Governo ci costeranno la chiusura di altre imprese

- Ciro Acampora

Dalla Legge di bilancio ci si attendevano misure in grado di aiutare la ripartenza delle imprese. Che invece rischiano grosso, soprattutto a fine marzo

Operaio al lavoro con mascherina
(LaPresse)

La pandemia ha colpito duro e ci tiene ancora con il fiato sospeso. Il Cts prima e il ministro Speranza poi si sono affrettati a dichiarare che per il prossimo anno non cambierà molto in tema di ritorno a scuola e apertura di pubblici esercizi. 

I temi principali del futuro prossimo sono la salute, la scuola e le imprese. Sulla salute la Germania ci ha spiegato come si fa: liberi tutti. Gli altri Paesi europei ci hanno spiegato, mentre noi stiamo ancora alle prese con la riorganizzazione del trasporto locale, che la scuola non si chiude. 

Dalla Legge di bilancio le imprese si attendevano la programmazione della ripartenza. La prima lettura evidenzia come sia stato dimenticato che il 31 marzo, con la fine del blocco dei licenziamenti e l’obbligo di dover pagare in un’unica soluzione tutte le imposte sospese dai vari decreti di volta e volta emanati senza coordinamento, ci sarà una tempesta perfetta. Erano attesi interventi che consentissero di affrontare le crisi di impresa ben più ampi di quanto previsto al comma 266 che allunga i termini di disapplicazione delle previsioni del codice civile dettate in tema di copertura delle perdite. Ci si è limitati ad allungare a cinque anni il termine di un anno previsto dal decreto liquidità. 

Già prima dell’emergenza sanitaria il numero delle imprese in difficoltà era molto elevato. La chiusura forzata e la perdita di fatturato connessi all’epidemia hanno aggravato la situazione e inevitabilmente si perderanno imprese. Non sembra chiaro che non possiamo permetterci di perderle tutte e che è di interesse generale recuperare quelle in grado di potersi riprendere e di tornare a creare valore. Gli interventi necessari devono andare oltre gli strumenti esistenti che, se pure aggiornati e affinati, non consentono di affrontare lo tsunami che ci aspetta. 

È di qualche giorno fa il grido della Energean che ha rilevato i giacimenti nel Mediterraneo della Edison. L’azienda ha chiesto al Governo chiarezza e nel contempo ha confermato che continuerà a investire e che manterrà l’occupazione per 18 mesi. In sostanza piccoli e grandi gridano Cercasi chiarezza”, è richiesto un cambio di prospettiva.

In un altro intervento avevamo commentato l’articolo 26 del decreto rilancio sottolineando la sua potenzialità ma anche che andava smussata l’ideologia che lo frenava. Ricordiamo sinteticamente che l’intervento riconosce, a società di capitali o cooperative di piccole e medie dimensioni, un credito di imposta in favore delle aziende e dei soci che deliberavano aumenti di capitale entro il 31 dicembre 2020. Non è stato prorogato l’incentivo previsto dal comma 4 che è anche rimasto, lasciando nell’incertezza coloro i quali vi avevano aderito, senza decreto attuativo e in balia di un click day ancora non regolamentato. La Legge di bilancio ha prorogato quello previsto dai commi 8 e 12 che riconoscono un credito di imposta commisurato alle perdite che si registreranno nel 2020 e che regolamentano il sostegno previsto per gli aumenti di capitale da abbinarsi con gli interventi del Fondo Patrimonio PMI. 

C’è stato un allargamento della platea dei fruitori prevedendosi ora la possibilità di accesso per aziende che non erano in difficoltà al 31 dicembre 2019 e che solo successivamente hanno fatto domanda di concordato preventivo in continuità purché lo stesso sia omologato alla data della presentazione dell’istanza di accesso. Rimane invariato un aspetto che si fa fatica a comprendere ovvero la sussistenza di una riduzione dei ricavi del 33% da registrarsi nei mesi di aprile e marzo del 2020 rispetto a quanto registrato nel 2019. Rimangono altresì tra i requisiti di accesso la sussistenza di una situazione di regolarità contributiva e fiscale, nonché l’essere in regola con la normativa del lavoro e prevenzione infortuni, e la previsione che la partecipazione derivante dal conferimento dev’essere posseduta, pena la decadenza dall’agevolazione con obbligo di restituire la stessa, per un periodo minimo e che fino a tale data non vi sia distribuzione di riserve di qualsiasi tipo da parte della società oggetto del conferimento in denaro.

Com’è stato già detto anche da altri commentatori questa norma andava potenziata e non solo in termini di risorse disponibili ma anche e soprattutto va allargato il perimetro dei fruitori magari coordinandola con le previsioni dei commi da 233 a 243 che dispongono incentivi in favore di coloro che vareranno operazioni di aggregazione aziendale. Il coordinamento serve anche per fugare ogni dubbio che la norma così com’è valga solo per il salvataggio del Monte dei Paschi di Siena.

Da ultimo rimane da esplorare il vero interesse che riceveranno le agevolazioni fiscali previste per chi investe nelle Zes. La norma al momento prevede una riduzione del 50% dell’aliquota applicabile alla tassazione del reddito. La riduzione è prevista per un periodo di sette anni, ma altrettanto è prevista la revoca delle agevolazioni per le aziende che non preserveranno l’occupazione creata per almeno dieci anni. Un periodo così lungo senza un’adeguata regolamentazione esalta una rigidità ideologica di contrapposizione alle imprese.

Non va dimenticato, infatti, che l’impresa per svolgere la funzione economica e sociale che la caratterizza deve poter dare adeguata risposta ai portatori dei diversi interessi che in essa convergono: soci di capitale, lavoratori, finanziatori, clienti, fornitori, erario e collettività nel suo complesso. 

Nelle prossime settimana, dunque, per dimostrare che siamo consapevoli di essere tutti sulla stessa barca e che nessuno può salvarsi da solo occorrerà correggere alcune rigidità presenti in queste norme. 

Forse il prossimo click day dovrà esserci solo per avere il credito della serenità.

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