MANOVRA/ Draghi e la mossa per contare di più nel negoziato sul Patto di stabilità

- Giuseppe Pennisi

Rimodulare la manovra potrebbe rappresentare una leva per il negoziato sulla rimodulazione del Patto di stabilità e crescita

Gentiloni
Paolo Gentiloni, commissario europeo agli Affari Economici (LaPresse, 2020)

Il 2022 inizia tra pochissime settimane. Non è male cominciare a pensare agli appuntamenti economici per l’Europa e per l’Italia. A livello dell’Unione europea, il 2022 sarà, dopo sedici anni, il primo senza la chiara e forte guida della Cancelliera Angela Merkel. Se teniamo conto dell’esperienza dei cambiamenti di Governo in Germania nel recente passato, ci vorranno diversi mesi, forse un anno intero, perché la nuova coalizione tricolore guidata dal socialdemocratico Olaf Scholz sia salda in sella e, superati i nodi interni (pandemia, inflazione), assuma un profilo “alto” a livello Ue. 

Non è detto che il ruolo della Germania nell’Ue venga colmato dal duo Francia- Italia. La Francia sarà per alcuni mesi alle prese con le elezioni; anche in Italia si possono prevedere suoni di tromba e rulli di tamburi in vista delle elezioni della primavera 2023. Il “Trattato del Quirinale”, che si negozia da quattro anni senza inviare alcuna informativa in Parlamento (e, quindi, alimentando dubbi e illazioni) e che dovrebbe essere firmato il 25 novembre in forma solenne, sarà probabilmente molto più blando di quanto inizialmente atteso.

In questo contesto, ci sono scadenze impellenti: sul piano della politica monetaria, in marzo la fine peraltro annunciata del Pandemic emergency purchase program (Pepp) di cui si è avvantaggiata soprattutto l’Italia; sul piano della politica di bilancio, la rinegoziazione del Patto di stabilità e crescita (e dei relativi parametri). Sul piano della politica industriale, la fine del “regime straordinario e transitorio” per gli “aiuti di Stato”. A queste scadenze, per così dire, “istituzionali” si aggiunge il ritorno dell’inflazione. Non si sa ancora se si tratta di un fenomeno di breve periodo, dovuto, da un lato, al “rimbalzo” dell’economia mondiale dopo la profonda recessione causata dalla pandemia e, dall’altro, a “strozzature” temporanee dal lato dell’offerta, o se invece si è entrati in una nuova fase di medio e lungo termine, attribuibile anche alla transizione ecologica e tecnologica. 

La Presidente della Banca centrale europea, Christine Lagarde, ha sostenuto che i tassi d’interesse resteranno bassi, ma – come ha ben argomentato Angelo Baglioni su lavoce.info del 19 novembre – poco potranno queste rassicurazioni a fronte di un’ondata persistente d’inflazione.

In questo quadro, l’economia italiana. Ci sono indicazioni che il Piano nazionale di ripresa e resilienza sta arrancando per mancanza di capacità tecniche sia nella Pubblica amministrazione, sia nell’imprenditoria privata e nelle sue maestranze. Un aumento dei tassi a livello internazionale peserebbe non poco sulle economie di Paesi (in primo luogo, l’Italia) la cui Pubblica amministrazione ha un forte debito (di cui un terzo sull’estero). Ciò potrà comportare rivedere la manovra di bilancio, contenendo le spese di parte corrente, specialmente quelle a carattere assistenziale di incerta efficacia, e assicurando che le spese in conto capitale portino a realizzazione efficienti ed efficaci.

La rimodulazione della manovra sarebbe anche una leva per il negoziato sulla rimodulazione del Patto di stabilità e crescita. L’Italia potrebbe proporre una piccola rivoluzione: che il parametro relativo all’indebitamento annuo della Pubblica amministrazione (deficit di bilancio) si riferisca alla spesa di parte corrente, non alla spesa totale proprio al fine di incentivare la spesa in conto capitale (ossia per lo sviluppo). Potrebbe anche aggiungere con forza la propria voce a quelle degli Stati che premono perché il parametro relativo allo stock del debito pubblico venga portato dal 60% (media dei Paesi della zona dell’euro alla metà degli anni novanta del secolo scorso) al 100% (media attuale).

Sarà comunque un negoziato difficile e in salita. Questa è una ragione in più – oltre a molte altre- perché nel complesso e arduo negoziato l’Italia venga rappresentata, al livello di più alto, da una personalità dalla statura e autorevolezza del Prof. Mario Draghi. Il Dr. Daniele Franco, ministro dell’Economia e delle Finanze, è molto rispettato in Europa e nel resto del mondo, ma non ha il “peso” del Prof. Mario Draghi. Questa è una ragione che si aggiunge alle altre perché la permanenza del Prof. Draghi a palazzo Chigi si prolunghi per tutto il 2022.

Difficile e in salita anche la trattativa sul regime degli aiuti di stato e sulla concorrenza. Daniele Franco e Giancarlo Giorgetti hanno le carte in mano, ma non sono sempre buone carte: ITA (ossia quel-che-resta di quella che fu Alitalia), ex-Ilva di Taranto, concessioni balneari, tassisti. In questi campi, sarà meglio seguire le indicazioni Ue anche perché sono quelle che dovrebbero portarci ad aumentare la nostra competitività, dopo venti anni perduti di stagnazione. Ciò faciliterebbe la trattativa sul Patto di stabilità e crescita.

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