MANOVRA E POLITICA/ Le due facce del “metodo Draghi” che indeboliscono il Governo

- Natale Forlani

Sul fronte delle riforme, il Governo Draghi non ha ottenuto grandi risultati. E questo pesa sulla continuazione della sua attività

Consiglio dei Ministri Draghi
Il primo Consiglio dei Ministri del Governo Draghi (LaPresse, 2021)

Con l’intesa raggiunta sugli emendamenti finali tra il Governo e i partiti della maggioranza parlamentare, la Legge di bilancio 2022 si accinge a essere approvata nei prossimi giorni senza ulteriori difficoltà. Con questo atto si chiude di fatto un ciclo dell’attività del Governo Draghi, costellato di successi e riconoscimenti internazionali, e se ne apre un altro, condizionato inevitabilmente dalle scelte che saranno fatte per l’elezione del presidente della Repubblica.

I tre obiettivi primari affidati all’Esecutivo nell’occasione del suo insediamento (rafforzare le iniziative per il contrasto del Covid, portare a regime il Pnrr d’intesa con le Istituzioni dell’Ue, accelerare i tempi della ripresa economica) sono stati ampiamente colti. Nonostante le variabili pandemiche ed economiche nel frattempo subentrate, che stanno mettendo in seria difficoltà anche istituzioni ed economie nazionali che vantano storicamente una maggiore solidità rispetto alle nostre.

L’autorevolezza e la credibilità acquisite dal Governo in carica rappresentano anche una sorta di tesoretto da valorizzare nell’immediato futuro per far fronte alle tre incognite destinate a influenzare le scelte politiche del prossimo anno: il proseguimento dei provvedimenti finalizzati a contenere la pandemia, la crescita dell’inflazione, la riforma delle regole del Patto di stabilità europeo.

Nella conferenza stampa di mercoledì 22 dicembre, il presidente del Consiglio ha rivendicato orgogliosamente i risultati raggiunti arrivando ad affermare che il raggiungimento di questi obiettivi, in particolare i 51 indicatori concordati con le istituzioni dell’Ue per l’anno in corso, hanno di fatto precostituito la condizione di una continuità delle iniziative del Governo che può prescindere dalla sua persona. Affermazioni che sono state commentate dalla quasi totalità dei mass media come una concreta disponibilità a prendere in considerazione una sua candidatura per la presidenza della Repubblica.

Sulla solidità della stessa vi è poco da dubitare. Riguardo le condizioni atte a garantire la continuità dell’azione di Governo, che il Premier identifica nella continuità della legislatura sino alla fine del mandato parlamentare, i dubbi sono più che legittimi e per ragioni squisitamente sostanziali.

L’impianto delle riforme che dovrebbero fornire le basi per una ripresa economica stabile, appare tutt’altro che solido. A dimostrarlo sono una serie di problemi irrisolti, e di compromessi discutibili, che hanno consentito l’approvazione della Legge di bilancio 2022, ma che lasciano in sospeso gli esiti finali dei percorsi annunciati nell’occasione dell’insediamento del Governo Draghi. Ci riferiamo, in particolare, alle riforme: della Pubblica amministrazione, del fisco, del lavoro e del welfare, che, nelle intenzioni dichiarate, hanno il compito di traghettare le politiche economiche verso una stagione di forte ripresa degli investimenti, di crescita della produttività e di un aumento consistente del numero degli occupati.

Allo stato attuale la riforma dell’Amministrazione pubblica coincide di fatto con il numero delle nuove assunzioni di figure professionali di medio alto profilo, tanto necessarie quanto difficilmente reperibili nel mercato del lavoro, per gestire le risorse del Pnrr. Ma che vengono inserite nell’ambito di organizzazioni pubbliche rimaste sostanzialmente inalterate. E gratificate, nel contempo, da una generosa iniezione di risorse destinate ad aumentare gli stipendi senza particolari condizioni per ottenere un parallelo incremento della produttività. A questi apparati viene affidato il compito di duplicare la spesa pubblica per gli investimenti, accompagnati dalla minaccia di essere commissariati nel caso di mancato rispetto dei tempi di intervento.

La riforma del fisco è incardinata su una legge delega che assomiglia a un assemblaggio di buone intenzioni che contengono tutto e il contrario di tutto. Redatta sulla base degli indirizzi forniti dal Parlamento che comportano, a detta dei tecnici del ministero dell’Economia, un onere superiore ai 30 miliardi di euro.

La destinazione degli 8 miliardi previsti nella Legge di bilancio per la riduzione della pressione fiscale si è risolta aumentando la selva delle detrazioni e bonus, dei regimi di esenzione, flat tax, e con la riduzione (provvisoria) dei contributi previdenziali per i redditi fino a 35 mila euro, che la legge delega propone di ridimensionare. Accompagnate dalla scelta di liberalizzare la possibilità delle regioni e degli enti locali di aumentare le addizionali, con riflessi destinati ad appesantire il prelievo sui contribuenti onesti e in particolare sui redditi dei lavoratori dipendenti e dei pensionati.

La parte dedicata alle politiche per il lavoro si sostanzia nella riforma dei sostegni al reddito per la perdita involontaria dell’occupazione, che reintroduce l’utilizzo della cassa integrazione per le chiusure aziendali e la estende anche per l’universo delle micro imprese, in parallelo agli aumenti delle indennità di disoccupazione e della durata temporale dei sussidi. La Legge di bilancio prevede 6 modalità di uscita dal lavoro con i pensionamenti anticipati, affiancate dall’apertura di un tavolo di confronto con le parti sociali per riformare la Legge Fornero nel corso del 2022.

Nonostante gli esiti discutibili, il Reddito di cittadinanza sopravvive nella sua impostazione originale anche se, nel frattempo, è stato introdotto l’assegno unico per i figli anche per le famiglie fiscalmente incapienti. Sul fronte opposto, l’introduzione dell’assegno unico per le famiglie dei lavoratori dipendenti può comportare per il 20% delle stesse delle perdite di reddito rispetto all’attuale regime delle detrazioni fiscali e degli assegni familiari per i figli a carico.

Sul terreno delle riforme abbiamo scoperto l’altra faccia del metodo Draghi. Decisamente meno autorevole di quella messa in campo per fronteggiare la pandemia e per impostare il nuovo Pnrr, fatta di compromessi rivolti ad assecondare le bandierine delle singole forze politiche che sostengono il Governo. Rivolta a contenere i danni, tramite l’introduzione di vincoli di spesa per i singoli capitoli, ovvero avviando tavoli di confronto con le parti sociali per obiettivi (la riduzione dell’età pensionabile) sostanzialmente impraticabili, senza marcare un deciso cambiamento nell’utilizzo delle risorse.

Scelte che sono politicamente comprensibili, se si tiene conto delle promesse elettorali delle forze politiche che hanno vinto le elezioni del 2018 e delle iniziative messe in campo dai primi due Governi della legislatura. Ma che comporteranno in via di fatto un aumento della spesa per le pensioni, per l’assistenza e per le politiche passive per il lavoro. In piena continuità con quanto avvenuto nell’ultimo decennio.

L’esigenza di capitalizzare un consenso che non ha precedenti, senza generare tensioni con le forze politiche che lo sostengono e nei confronti delle parti sociali, offre una spiegazione omogenea alle due facce, apparentemente opposte, del metodo Draghi. Ma in via di fatto ne segnalano anche la debolezza, che trova una speculare conferma nelle preoccupazioni di una parte significativa delle principali forze politiche della maggioranza, riguardo la possibilità di reggere la continuità della compagine di Governo in assenza dell’interprete che ne garantisce la tenuta in presa diretta.

In ogni caso l’ostacolo non potrà essere aggirato. L’elezione del nuovo Presidente della Repubblica diventa per il Presidente Draghi e per le forze politiche che lo sostengono una sorta di verifica della capacità di interpretare gli interessi nazionali, e di farsene carico in presa diretta, anche per le implicazioni impopolari in termini di consenso, che sono destinate ad andare oltre l’attuale congiuntura politica.

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