MANOVRA/ Furlan: Iva, investimenti, cuneo fiscale. Il nuovo Governo parta da qui

- int. Annamaria Furlan

Annamaria Furlan arriva al Meeting di Rimini il giorno dopo le dimissioni di Conte. Le priorità per il Paese restano crescita e lavoro

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Annamaria Furlan (Lapresse)

Annamaria Furlan, Segretaria generale della Cisl, arriva al Meeting di Rimini il giorno dopo le dimissioni di Giuseppe Conte, con una crisi di Governo il cui sbocco non è assolutamente definito. La raggiungiamo prima che inizi l’incontro dal titolo “L’Europa salverà il lavoro?”, dove parlerà, tra gli altri, al fianco di Vincenzo Boccia, Presidente di Confindustria. «Confidiamo molto – ci dice Furlan – nella grande saggezza del Presidente della Repubblica, nella sua sensibilità verso il tema del lavoro e verso i bisogni delle persone. Occorre assolutamente rilanciare l’economia del Paese e dare risposta ai tanti bisogni sociali che in questi anni si sono aggravati. È per questo che abbiamo bisogno di un Governo autorevole. Non servono maggioranze raffazzonate. Serve invece una maggioranza che dia un Governo serio al Paese, che metta al centro della sua azione il tema della crescita e dello sviluppo e di conseguenza del lavoro. Un Esecutivo che si dà un programma per il futuro, per il Paese».

Come dovrebbe essere questo programma?

Il 2019 per Conte doveva essere un anno bellissimo. È un anno invece in cui i dati economici ci dicono drammaticamente che la crescita è a zero. Quindi, il tema che deve essere messo al centro di un programma di governo deve essere innanzitutto come far crescere l’economia reale in questo Paese. Non serve un’economia prona alla finanza, serve un’economia che creda nell’azienda, nella produzione e nel lavoro. Di conseguenza, gli investimenti per la crescita che sono mancati nell’ultima finanziaria devono essere invece tra le priorità che il nuovo Governo si deve dare.

Oltre a questi investimenti, cosa ci dovrebbe essere nella manovra autunnale?

Da febbraio fino a giugno abbiamo mobilitato, su una piattaforma sulla crescita e lo sviluppo che abbiamo promosso come Cgil, Cisl e Uil, centinaia di migliaia di persone che hanno partecipato alle nostre manifestazioni, agli scioperi che molte categorie hanno indetto. Il tema della crescita e dello sviluppo è quel che interessa gli italiani. Dunque bisogna evitare assolutamente l’aumento dell’Iva, che andrebbe a scapito delle nostre imprese e soprattutto delle famiglie. Ma occorre anche una riforma del fisco che renda più pesanti le buste paga dei lavoratori e le pensioni dei nostri anziani. Il taglio del cuneo fiscale a favore dei lavoratori è perciò importantissimo. E il fatto che sia una misura condivisa da tutte le parti sociali dovrebbe assolutamente essere colto dal nuovo Governo come un elemento unificante del nostro Paese.

In che senso unificante?

La centralità del lavoro, la distribuzione della ricchezza che si produce rappresentano un elemento unificante in un Paese che nell’ultimo periodo ha avuto invece fortissimi input di lacerazione sociale, su cui la politica ha grandi responsabilità. Il lavoro, com’è scritto nella nostra Costituzione, può essere il vero elemento unificante tra gli uomini e le donne, tra le diverse generazioni, tra il nord e il sud. Per questo occorre investire sulla “tastiera della crescita”, sulla formazione, sull’innovazione: esattamente il contrario di quel che è stato fatto negli ultimi anni con tagli pesanti. Occorre investire sulle infrastrutture, che sono state invece bloccate per ragioni ideologiche, cosa che ha comportato gravi crisi in un settore strategico come quello delle costruzioni. Il nuovo Governo deve avere un programma che dia discontinuità rispetto a un periodo in cui il tema della crescita è stato il grande assente.

Ha fatto cenno al Sud. Gli ultimi dati economici su quest’area del Paese non sono confortanti…

Se c’è un assunto di cui ormai in qualche modo si è preso coscienza in tutto il Paese è che non si cresce se non riparte anche l’economia reale nel Sud. Questo significa sbloccare le infrastrutture, collegare questa parte del nostro Paese con il nord e quindi, mediante altri grandi opere, l’Italia con il resto dell’Europa. Servono investimenti che agevolino gli insediamenti delle imprese nel Sud, ma anche l’innovazione, le capacità di ricerca e sviluppo. Credo che anche questo debba caratterizzare fortemente un programma di Governo che metta al centro il tema della crescita.

Uno dei problemi del Sud è relativo alla “fuga” di tanti giovani. Quale può essere la soluzione?

Abbiamo sentito tanti discorsi sui giovani. In realtà, di fatti ne sono seguiti davvero pochi. Tutto il Governo è stato molto concentrato contro l’ingresso degli immigrati nel nostro Paese, anche se fuggivano da guerre, da morte e da tortura, con un calo del sentimento dell’accoglienza, della solidarietà, dell’integrazione che non ha precedenti nella storia del nostro Paese, ma è stato altrettanto completamente distratto circa il fatto che ogni anno migliaia di giovani, spesso dal Sud, devono migrare in altri paesi e portare lì la loro voglia di futuro, di cambiamento, di crescita. Davvero si è vicino ai giovani se si investe nel lavoro, nella formazione, tema dove sono stati fatti moltissimi errori.

A che cosa si riferisce?

Il Governo uscente ha tagliato le risorse sull’innovazione, su industria 4.0, ma anche sull’alternanza scuola-lavoro, e questo è stato un errore tragico visto che si voleva creare quel ponte assolutamente indispensabile tra i percorsi formativi e i bisogni delle imprese che tanto manca nel nostro Paese. Spesso guardiamo a esperienze di altri paesi: non serve andare lontano, basta guardare alla Germania, dove attraverso l’alternanza scuola-lavoro e l’apprendistato si è portato praticamente a zero il tasso di disoccupazione giovanile. I giovani non si aiutano con i sussidi, ma fornendo loro offerte formative importanti che li colleghino al lavoro e finanziando ovviamente la crescita e lo sviluppo, che è l’unico modo per creare occupazione.

Dopo la fine dell’esperienza di Governo Conte la preoccupano di più le situazioni di crisi rimaste in sospeso (come la Whirlpool di Napoli o l’ex Ilva) o il vuoto che rischia di crearsi nel pubblico impiego in assenza di concorsi?

Sono entrambe questioni preoccupanti. Il Governo ha brillato nel non saper chiudere vertenze che già giacevano sul tavolo del ministro dello Sviluppo economico e, penso al caso dell’ex Ilva, nel riaprire vertenze che attraverso un accordo sembravano ormai indirizzate a una loro soluzione. Tutto questo significa incertezza per più di 200.000 lavoratori. Oltre alla Whirlpool e all’ex Ilva ci sono Mercatone Uno, l’ex Alcoa, Alitalia e tante altre vertenze che sono tutt’oggi aperte e non hanno ancora una loro chiarezza di definizione. Ovviamente drammatica è anche la situazione nella Pubblica amministrazione.

Per colpa di questo Governo?

Le responsabilità non sono solo di questo Governo. Anni di blocco del turnover hanno portato a una carenza di personale in tutti i servizi pubblici, dalla scuola, dove c’è un mare di precariato, alla sanità, ai servizi alle imprese, al territorio, soprattutto ai cittadini, determinando una situazione che sta davvero mettendo a rischio i diritti veri di cittadinanza: il diritto alla formazione, alla mobilità, alla salute. Sbloccare le assunzioni nel pubblico impiego, dare stabilità ai tanti precari che sono presenti in tutti i settori pubblici è una questione nodale nel nostro Paese. E c’è un altro aspetto importante da sottolineare parlando di Pubblica amministrazione.

Quale?

In tanti anni, e in questo ultimo la cosa è stata ancor più accentuata, ogni Governo si è sempre riferito al tema della Pubblica amministrazione parlando dei fannulloni, quei pochissimi lavoratori che hanno dimostrato di non essere all’altezza del loro lavoro, anche in termini di dignità. Noi non proteggiamo chi timbra il cartellino e poi va al mare: li licenzino tutti; ma è stato troppo comodo per tutti i Governi focalizzare l’attenzione solo sui furbetti del cartellino, trascurando completamente le migliaia di lavoratori e lavoratrici molto seri, dediti davvero al loro lavoro, che sono presenti nel pubblico impiego. Non si è mai investito in innovazione, in digitalizzazione della Pa. Servono, quindi investimenti e programmi importanti di formazione.

Al Meeting lei partecipa a un incontro dal titolo: “L’Europa salverà il lavoro?”. Qual è la sua risposta?

Il tema è importantissimo, mai come in questi giorni. Siamo di fronte a un forte cambiamento degli equilibri politici, ma anche economici nel mondo. Basta guardare alla guerra dei dazi tra Usa e Cina, ai tanti paesi che fino a pochi anni fa definivamo in via di sviluppo e che oggi hanno trovato, ed è un bene, la loro strada per lo sviluppo e sono competitori importanti sui mercati internazionali. È ovvio che davanti a questa competizione globale ogni singolo Paese dell’Europa da solo può fare davvero pochissimo. Altro è invece se l’Europa assume nella competizione globale un ruolo importante, così come assunto nel passato in tante occasioni. Questo serve a portare nella competizione il termine della qualità. E non c’è qualità in quello che si produce se non c’è anche qualità nel lavoro e nei diritti di lavoratori e lavoratrici. Ma il ruolo dell’Europa è anche un ruolo di pace.

In che senso?

L’Europa si è caratterizzata dal dopoguerra in poi come un elemento cardine di grande equilibrio per costruire progetti di pace nel mondo. Oggi si sente la mancanza di questo ruolo dell’Europa e anche in questo caso ogni singolo Stato può fare ben poco. Anzi, come ci insegna anche la storia più recente, muoversi da soli alle volte acuisce i problemi, non aiuta a risolverli. L’Europa nel suo complesso invece può diventare un elemento determinante per creare condizioni di uscita dai conflitti economici e dalle guerre non solo commerciali che ancora oggi perseguitano tanti uomini e tante donne nel mondo. Quindi abbiamo bisogno di un’Europa autorevole, che metta al centro il tema della crescita e del lavoro e che, proprio con la sua autorevolezza e la sua storia, può diventare un elemento di grande equilibrio per la pace nel mondo.

La Presidente della nuova Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha espresso la volontà di introdurre un salario minimo a livello europeo. In Italia però il salario minimo è un tema su cui ancora non si è trovata una quadra.

La Presidente ha parlato di salario minimo europeo mettendo al centro il ruolo forte della contrattazione tra le parti sociali. Quindi riconoscendo alla contrattazione l’autorevolezza di definire i salari dei lavoratori e delle lavoratrici. Altro è il discorso avviato nel nostro Paese sul salario minimo, che di fatto, così com’era impostato, svilisce la contrattazione e rischia di creare condizioni perché le aziende possano decidere di non rispettare i contratti nazionali delle categorie.

Perché?

I 9 euro proposti dal Governo sono assolutamente al di sotto dei minimi tabellari della stragrande maggioranza dei contratti nazionali. Inoltre, lo stipendio di un lavoratore non è solo minimo tabellare: è anche tredicesima, quattordicesima, welfare aziendale, diritto alla formazione, è ben più di quei 9 euro. Quindi va cambiata assolutamente l’impostazione con cui si è avviato il dibattito. Si affidi alle parti sociali, alla loro capacità contrattuale, la definizione dei salari. Semmai poniamoci il tema di quel 10-15% di lavoratori che sono fuori dai perimetri dei contratti nazionali. Pensiamo per esempio ai rider. Perché continuare a inventarci formule strane, che peraltro a un anno di distanza non hanno ancora portato a nessun cambiamento, quando basterebbe riconoscere, come ha fatto per la verità un giudice del lavoro a Torino, che non è vero che i rider non hanno il loro contratto di riferimento? Si tratta di quello della logistica, firmato ovviamente dalle categorie dei trasporti a livello nazionale di Cgil, Cisl e Uil.

In una recente intervista a Repubblica, Maurizio Landini ha detto che ci sono le condizioni per “costruire l’unità del mondo del lavoro e con Cisl e Uil”. È davvero possibile costruire un’unità sindacale?

Intanto siamo riusciti, attraverso una piattaforma unitaria sulla crescita, a mobilitare insieme gli uomini e le donne del lavoro, ma anche a creare una condizione che rimettesse al centro del dibattito pubblico il tema del lavoro, che in questi anni era diventato assolutamente secondario. L’unità deve essere costruita così, dal basso, con il coinvolgimento degli uomini e delle donne del sindacato e del lavoro. Formule nazionali che non tengono conto di esperienze che devono maturare sul territorio, sui luoghi di lavoro, abbiamo purtroppo tanti esempi storici a dircelo, non portano da nessuna parte. Quindi costruiamola l’unità, ma dal basso, coinvolgendo i lavoratori, le lavoratrici, i territori, i luoghi di lavoro e ovviamente viviamola con uno spirito costruttivo. Per questo bisogna essere molto concreti. L’unità non si costruisce di per sé: ci vogliono obiettivi, programmi e percorsi condivisi. Perché è una cosa seria che dobbiamo offrire al mondo del lavoro.

(Lorenzo Torrisi)

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