MANOVRA/ I numeri e le previsioni che inguaiano il Governo

- Giuseppe Pennisi

Guardando alla possibilità che porti crescita, che faccia scendere il debito e abbia sufficienti copertura, la manovra non sembra poter funzionare

Gualtieri e Conte
Roberto Gualtieri e Giuseppe Conte (LaPresse)

Siamo giunti alla vigilia della legge di bilancio: oggi 14 ottobre dovrebbe essere varato il decreto fiscale, domani 15 ottobre il Documento programmatico di bilancio dovrebbe essere inviato alla Commissione europea e il 20 ottobre il disegno di legge di bilancio dovrebbe essere approvato dal Consiglio dei Ministri, ma quest’anno la data è una domenica e, di conseguenza, il Governo si prenderà un paio di giorni in più per mettere a punto il testo, tentando di soddisfare le varie sensibilità politiche del quadripartito che costituisce la sua maggioranza parlamentare.

Nel analizzare, da chroniqueur, i passaggi che stanno portando alla Legge di bilancio di questa alleanza “d’emergenza” multicolore, ci si è soffermati sulle differenze che caratterizzano le forze politiche che la compongono e i loro elettorati e, quindi, il travaglio di giungere a posizioni comuni e condivise. Ora che sembra si stia trovano una quadra (che però potrebbe sfaldarsi durante l’iter parlamentare della Legge di bilancio), sembra utile analizzare tre punti macro-economici: a) la natura espansiva o restrittiva della manovra; b) il debito pubblico; c) le principali coperture.

Il primo punto è stato eloquentemente lanciato il 3 ottobre dagli industriali all’Assemblea dell’Assolombarda tenuta al Teatro alla Scala. A loro avviso, la manovra in preparazione non è mirata alla crescita, pur nella consapevolezza dei vincoli di bilancio, ma a una stabilizzazione che potrebbe scivolare in recessione. È un aspetto fondamentale, anche perché il Governo ha esplicitamente affermato di rinviare di un anno il programma di risanamento dei conti pubblici proprio per dar spazio a misure di crescita (e soddisfare, almeno in parte, il variegato elettorato delle forze politiche che lo compongono).

In questa materia, è essenziale distinguere tra aspetti contabili ed aspetti economici. L’Osservatorio dei conti pubblici dell’Università Cattolica, diretto da Carlo Cottarelli, ha appena messo on line uno studio di Giampaolo Galli e Luca Gerotto: un’analisi certosina delle leggi di bilancio dal 2014 a oggi e delle misure legislative che, quindi, ci si porta in eredità dal passato recente. In estrema sintesi, hanno individuato 40 misure espansionistiche che hanno comportato maggiori uscite per 50,2 miliardi e minori entrate per 30 miliardi, ossia un totale di 80 miliardi di euro che sono stati rivolti, direttamente o indirettamente, alla crescita. Vengono fatte alcune ipotesi su quello che potremmo chiamare il contributo espansionistico di ciascuna misura. In breve, si può dire che la politica di bilancio ha avuto un contenuto espansionista fino a 100 miliardi.

Molti dei provvedimenti censiti si “trascinano” da alcuni anni; quindi, il loro effetto espansionista si sarebbe già dovuto avvertire anche nel recente passato. Per quale motivo, in una fase di politica monetaria molto “accomodante”, l’andamento dell’economia reale è sempre stato in bilico tra stagnazione e recessione, nonostante la spinta espansionista dal lato della politica di bilancio? Le 40 voci sono interamente di spesa di parte corrente, varate, per di più, in anni in cui si verificava un vero e proprio tracollo dell’investimento pubblico. Gli studi econometrici e l’evidenza empirica confermano che la spesa (o la rinuncia a entrate) corrente ha un moltiplicatore molto basso sull’economia reale, mentre è elevato quello della spesa in conto capitale, specialmente se composta di investimenti che sono stati soggetti a un’attenta valutazione. Quindi, se il contenuto espansivo della politica di bilancio sarà anche nel 2020 in gran misura in misure di parte corrente, e con un forte contenuto assistenziale, i suoi effetti sull’economia reale saranno ancora una volta nulli o quasi. Sarebbe stolto nutrire illusioni.

Il secondo punto è il debito pubblico. Nei documenti di Governo, si ipotizza che grazie a una leggera ripresa nel 2020 e nei due anni successivi e al ribasso dello spread ci sarebbe un leggerissimo aumento del rapporto debito pubblico/Pil (già quasi al 135%) nel 2020 e una leggera riduzione nei due anni successivi. Prudenza avrebbe suggerito di fare una “analisi di reattività”, ossia del cambiamento dell’indicatore al variare di queste due ipotesi di base (crescita dell’economia pur se leggera, riduzione dello spread) o meglio, com’è prassi delle agenzie di rating, adottare il cosiddetto “metodo di Montecarlo” ed effettuare un’analisi dei rischi di previsione con il calcolo delle probabilità.

Lo scenario che si profila è differente da quello tratteggiato con serenità dall’Esecutivo. Sotto il profilo internazionale, si sta avvicinando una nuova recessione (anche a ragione della situazione in Medio Oriente) che potrebbe essere particolarmente grave. Sotto il profilo interno, come si è detto, le misure “espansioniste” che si profilano non creeranno crescita. Quindi, è probabile che il rapporto debito/Pil aumenti in misura significativa più del previsto, alimentando un aumento dello spread.

Il terzo punto riguarda le coperture alle misure di spesa. Nel 2018, predisponendo la Legge di bilancio per il 2019, il Governo faceva molto affidamento sulle privatizzazioni che avrebbe fornito 18 miliardi; in effetti, hanno generato solo 70 milioni e ora si pensa a nuove nazionalizzazioni (ad esempio, Alitalia). Ora ci si basa sul recupero dall’evasione tributaria: l’Ufficio parlamentare di bilancio, la Corte dei conti, i rappresentanti delle forze sociali, nelle audizioni recenti in commissione Bilancio, hanno chiaramente detto che si tratta di una fantasia.

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