MANOVRA/ I nuovi indizi sullo “sbriciolamento” della maggioranza di unità nazionale

- Giuseppe Pennisi

Le diatribe sulla Legge di bilancio hanno ricadute economiche, anche per le indicazioni che danno sull’unità della maggioranza

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Mario Draghi, presidente del Consiglio, e Daniele Franco, ministro dell'Economia (LaPresse)

Il dibattito sul disegno di bilancio si sta avviando alla sua mesta conclusione. Anche l’inizio era stato mesto. Alcuni – tra cui il vostro chroniqueur – avevano sperato che il disegno di legge sarebbe stato un provvedimento secco di tre articoli in cui fissare i saldi con le altre norme in disegni di legge collegati, rispettosi dei saldi. Invece, ci si trovati con un disegno di legge spesso come un volume dell’Enciclopedia Italiana.

Nonostante fosse stato approvato dal Consiglio dei ministri e fosse stata esercitata un’attenta opera di mediazione (anche rifinanziando il discusso e discutibile “reddito di cittadinanza”, che abbiamo chiamato “strumento criminogeno” in quanto le Procure confermano che genera reati), la forze politiche della maggioranza (che ha varato il disegno di legge) hanno presentato 6000 emendamenti da cui si sta tentando di identificarne 500 sulla cui base costruire – si suppone- il maxi-emendamento governativo da varare con la “questione di fiducia”.

Tutto ciò è molto triste. All’inizio del Governo Draghi si sperava che le forze politiche cogliessero questa occasione per riorganizzarsi. C’è stato un conato di riorganizzazione a sinistra tramite un’alleanza “strutturale” tra Pd e M5s, teorizzata da Goffredo Bettini e acquistata quasi a scatola chiusa da Enrico Letta: il disegno di legge di bilancio sarebbe dovuto essere il banco di prova, ma Pd e M5s hanno presentato emendamenti differenti e spesso divergenti. 

Viene proclamata l’unità del centrodestra, ma si è vista sfrenata competizione. Sabino Cassese ha correttamente indicato che i partiti e i movimenti hanno perso la funzione di cinghia di trasmissione tra la società civile e la politica e sono diventati comitati elettorali in preda a fazioni in continua lite tra loro per soddisfare i rispettivi gruppi d’interesse che li sostengono. 

In questo bailamme, i sindacati e le associazioni imprenditoriali cercano di resuscitare la concertazione degli anni Novanta del secolo scorso, senza tener conto che allora c’era un obiettivo chiaro (essere nel gruppo di testa della costituenda unione monetaria europea), mentre ora l’obiettivo dovrebbe essere l’aumento di produttiva del sistema Paese, tramite profonde riforme, e che a causa del virus e delle sue mutazioni si naviga nell’incertezza.

È materia per scienziati sociali e politologi. Ci sono, però, importanti ricadute economiche. Le diatribe sugli emendamenti particolaristici al disegno di legge di bilancio, hanno fatte perdere di vista le riforme, anche quelle modeste in materia di concorrenza tenute in ostaggio dai gestori di concessioni balneari e dai tassisti con grave danno per il tutto il Paese. C’è disattenzione anche in materia di crescente debito della Pubblica amministrazione, nonostante – come sottolineato su questa testata – il 2022 sarà l’anno in cui si negozieranno i parametri che verranno utilizzati dall’Unione europea per vigilare sulle politiche di finanza pubblica e quale sarà il regime degli aiuti di Stato.

In questa confusione, il presidente del Consiglio Mario Draghi e il ministro dell’Economia e delle Finanze Daniele Franco hanno dato prova di nervi robusti e devozione istituzionale. Sino a quando potranno reggere se le forze politiche non si riorganizzeranno e non troveranno la raison-d-être di questo Governo di “larghe intese”? L’implicazione economica saliente potrebbe un rallentamento dopo il forte rimbalzo nel 2021 a cui sarà difficile rispondere con una manovra espansionista finanziata in disavanzo.

Un segnale importante si avuto al Consiglio dei ministri del 3 dicembre quando Draghi ha dovuto accantonare la proposta di un “contributo di solidarietà” per i redditi superiori ai 75.000 euro allo scopo di costituire un fondo per agevolare le fasce a basso reddito colpite dal rincaro delle bollette. La proposta, di matrice Pd-M5s, avrebbe posto un aggravio su fasce già colpite da altri “contributi di solidarietà” (se pensionati) e dal raffreddamento delle indicizzazioni. Si sarebbero potuti trovare fondi riducendo lo stanziamento del Reddito di cittadinanza (tanto più che con la riforma nel disegno di legge di bilancio un capo famiglia con quattro persone a carico riceverà un assegno di 1.520 euro al mese, frenandolo dalla ricerca di lavoro regolare). Ma il Reddito di cittadinanza non si può toccare in quanto dovrebbe essere l’asse dell’alleanza Pd-M5s.

Il problema non sono i timonieri, ma una ciurma indisciplinata e priva di obiettivi che non siano quelli del proprio guicciardiniano particulare.

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