MANOVRA/ Tra deficit, debito e tasse i dubbi che restano per il 2020

- int. Francesco Daveri

La manovra 2020 è stata approvata anche dalla Camera. L’impatto sulla crescita sarà limitato e non è detto che la pressione fiscale calerà

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Roberto Gualtieri, ministro dell'Economia (LaPresse)

Nessun aumento dell’Iva; taglio del cuneo fiscale, da luglio, per 3 miliardi nel 2020 e per 5 l’anno successivo; lotta all’evasione, anche grazie agli incentivi all’uso delle carte di credito, da cui si pensa di ricavare 13 miliardi aggiuntivi nel triennio rispetto all’attività di contrasto abituale; stop al superticket di 10 euro da settembre; plastic tax di 45 centesimi al chilo da luglio e sugar tax da 10 centesimi al litro da ottobre, quindi in versione light rispetto alle ipotesi di partenza. Infine, stangata sui giochi: salirà infatti al 20% il prelievo sulle vincite oltre i 500 euro. Sono i punti principali della manovra da 32 miliardi che ieri la Camera ha approvato in via definitiva con 334 sì e 232 contrari. E ora, il combinato disposto di legge di Bilancio e decreto fiscale, a sua volta già arrivato al capolinea dell’approvazione definitiva, riusciranno davvero a garantire un po’ di crescita al nostro Paese? Ci consentiranno di mettere in sicurezza i conti pubblici 2020? E soprattutto: l’Italia saprà convincere la Commissione Ue, che ha già messo la finanza pubblica italiana sotto osservazione? Lo abbiamo chiesto a Francesco Daveri, professore di Macroeconomia all’Università Bocconi di Milano.

Il testo della manovra 2020 da 32 miliardi è arrivato al traguardo. “Un piccolo miracolo”, hanno detto Conte e Gualtieri. Sembra però più un miracolo politico, vista la litigiosità dell’alleanza giallo-rossa, che economico? Che impatto avrà questa Legge di bilancio sulla crescita, che è la grande malata dell’Italia?

Da un punto di vista contabile è quello che lo stesso governo ha messo nero su bianco: +0,2%. Ma rispetto allo zero, sempre lì siamo, a una crescita anemica. E il grosso deriva dalla sterilizzazione di un pasticcio auto-inflitto, cioè il non aumento delle aliquote Iva e delle accise. In sostanza, questo +0,2% è il risultato di un +0,3% rispetto all’andamento tendenziale legato al fatto che prima erano contabilizzate delle tasse che invece non scatteranno dal 1° gennaio e altre misure della manovra che avranno un impatto marginalmente negativo dello 0,1%, calcolato dal governo e dall’Ufficio parlamentare di bilancio, l’organo cioè che controlla che i conti siano fatti per bene.

In concreto cosa cambierà?

Per un’impresa o per una famiglia la manovra non fa alcuna differenza, perché lo spettro dell’aumento dell’Iva non ha avuto alcun effetto anticipatore sulla spesa di una famiglia, mentre con aliquote più alte sarebbe scattato un effetto recessivo. Insomma, è vero che non ci arriverà la scure sulla testa, ma non è che così si starà meglio.

Anche perché le clausole di salvaguardia sono state rinviate ancora al 2021 e al 2022 per una cifra vicina ai 47 miliardi. Un gioco delle tre carte da parte del governo?

Quello dell’aumento dell’Iva è un problema che ci portiamo dietro da anni e tutti i governi che negli ultimi anni hanno disattivato queste clausole lo hanno fatto un po’ trovando qualche risorsa all’interno del bilancio e soprattutto rinviando il problema al futuro, facendo nuovo deficit. Nel 2020, di fatto, il problema viene solo parzialmente affrontato. Aggiungerei però una cosa.

Quale?

La volatilità dei governi italiani è un pasticcio. Era francamente difficile immaginare che il Conte 2, arrivato a settembre, potesse fare qualcosa in più che disattivare l’Iva. E si è scelto di farlo non trovando tutti i 23 miliardi necessari, ma con un aumento del deficit di 16 miliardi rispetto al valore tendenziale. Metà della manovra da 32 miliardi, dunque, viene finanziata in deficit.

Proprio guardando ai saldi di finanza pubblica, abbiamo davvero messo in sicurezza i nostri conti, come dichiara il ministro Gualtieri?

Non si può dire che i conti pubblici del 2020 siano molto migliori di quelli del 2019, del 2018, del 2017… I problemi dei conti pubblici italiani sono rimasti abbastanza simili a quelli che ci trasciniamo da un po’ di anni a questa parte. Più che il deficit, il nostro problema è il debito, che elimina la possibilità di fare manovre espansive quando l’economia ne avrebbe bisogno, come succede nelle altre economie d’Europa. Con il 135% di rapporto debito/Pil appena tentiamo qualcosa i mercati temono che sia il solito giro di valzer con ulteriore aumento del debito, quindi lo spread sale e riduce l’impatto positivo di quelle misure.

La ragione per cui i conti pubblici dell’Italia non sono in sicurezza dipendono quindi da un debito pubblico tanto ingombrante che, se tornassero a salire i tassi d’interesse internazionali, rischieremmo di pagare comunque un conto molto salato?

Esatto. Però va anche detto che noi i conti con gli investitori che ci danno fiducia sui mercati acquistando il nostro debito li ripaghiamo sempre, non facciamo default. Magari moriamo di tasse e ci teniamo una spesa pubblica che non possiamo permetterci, vista la capacità di raccogliere le tasse che abbiamo, ma almeno gli impegni che prendiamo con chi ci presta il denaro li rispettiamo fino all’ultimo euro. È un elemento importante, perché non molti paesi sono capaci di fare così.

Alla luce di queste strettoie, da una spirale così come si esce? Come si può dare un po’ di ossigeno all’economia per non essere condannati ancora per qualche anno a una crescita ansimante?

Non è facile farlo se i governi durano un anno. Abbiamo bisogno di programmazione, almeno triennale. Ci ha provato anche questo governo, vero, ma il tasso di litigiosità quasi quotidiano rende impossibile attuarlo, perché ogni giorno si dice tutto e il contrario di tutto. Servirebbe un governo in grado di mettersi d’accordo su un contenimento della spesa pubblica locale e nazionale, applicando per esempio dei costi standard a livello di macro-regioni, di modo che si possa arrivare a spendere un po’ meno risorse imparando dalle amministrazioni più virtuose nei vari ambiti e introducendo dei meccanismi premiali per i più virtuosi. Non si può più solo fare deficit per pompare l’economia.

Come reagirà la nuova Commissione Ue davanti a questa manovra: rischiamo magari una nuova proposta di procedura d’infrazione, visto che siamo già sotto osservazione?

Rispetto al precedente, questo governo ha tenuto un rapporto più accurato con la Commissione Ue. Il che vuol dire che gli sforamenti presenti nella manovra, e ce ne sono, rimarcati dalla stessa lettera che Bruxelles ci ha inviato, sono stati effettuati avendo cura di citare le circostanze eccezionali che li hanno “giustificati” per deviare dal deficit promesso. Penso alle risorse destinate alla messa in sicurezza delle case o dei ponti. Se tutto questo potrebbe portare i commissari europei ad avere una manica un po’ più larga, non conterei però sul fatto che con un ministro economico italiano di peso come Gentiloni avremo ora automaticamente un trattamento di favore. Bisognerà cercare di stare dentro le regole esistenti, non possiamo essere i primi a deviare in modo manifesto, perché ciò ci rende particolarmente impopolari in Europa.

Il governo dice che l’anno prossimo calerà la pressione fiscale. È così?

La risposta dipende se al netto o al lordo della sterilizzazione delle clausole di salvaguardia. Se è al netto, servirà a impostare dei risparmi di spesa pubblica per poter ridurre le tasse senza compromettere la stabilità dei conti; se invece la spesa pubblica rimane invariata, allora le tasse non scenderanno.

Anche il decreto fiscale è stato approvato e il provvedimento dovrebbe garantire molte coperture alla manovra, grazie a un contrasto più capillare ed efficace all’evasione. Grande promessa o grande illusione?

Indipendentemente dalle manovre, la lotta all’evasione si può ormai avvalere del fatto che l’amministrazione fiscale dispone di strumenti informatici che consentono di incrociare una notevole mole di dati senza ricorrere, come in passato, ai coefficienti presuntivi di capacità fiscale che avevano causato molti disagi, molte proteste, anche legittime, e molti contenziosi. Oggi è possibile stimare con maggiore precisione se un soggetto è in grado o meno di far fronte agli obblighi che lo Stato si aspetta una persona o un’azienda possa adempiere. Quindi si può essere relativamente ottimisti sugli incassi dalla lotta all’evasione. È però poco elegante contabilizzarli in anticipo, perché spesso sono difficili da prevedere e spesso sono entrate una tantum.

Sul fronte investimenti e spending review che cosa prevede questa manovra? Non le sembra un po’ troppo timida?

Per gli investimenti non c’è solo un problema di risorse, stanziate anche nelle manovre precedenti, ma di regole che tendono a frenare il loro impiego effettivo. In più, gli investimenti richiedono spesso una compartecipazione degli enti locali, che fino a quest’anno avevano dei vincoli molto stringenti legati al Patto di stabilità interna.

E la spending review?

Spero ci siano dei lavori in corso, perché al momento quel che si vede nella manovra è un po’ come un rubinetto che viene chiuso, ma che potrebbe essere riaperto o chiuso ancor di più in base a come andranno le uscite per il reddito di cittadinanza e per quota 100. Invece – lo ripeto – è il momento di provare a usare i costi standard per macro-regioni: sarebbe un modo per rendere politicamente sostenibili i tagli. Chiudere il rubinetto funziona solo nel mezzo di una crisi, ma non è certo un metodo sensato per limitare la spesa nel lungo periodo.

(Marco Biscella)

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