MANZONI/ E la peste: quando la carità di uno dà il nome all’umanità di tutti

- Roberto Gabellini

Andrebbe riletto il XXXI capitolo dei “Promessi sposi”; per come accade, dopo la delusione per la propria miseria, che improvvisamente l’uomo sorprenda se stesso

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Cesare Nebbia, Carlo Borromeo durante la peste di Milano del 1576 (collegioborromeo.eu)

Poche parole, appena un invito; non solo alla lettura ma a riconoscere – ognuno – in quale modo la pandemia resterà nella nostra memoria.

Nei mesi della terapia intensiva e dei decessi, quando la diffusione del virus generava paura e insieme sbigottimento, costretti – tutti – ad ammettere una fragilità che avevamo dimenticato, in tanti hanno provato a reperire nella storia e nella produzione letteraria qualche indicazione per affrontare quel presente inaspettato. Oggi, in condizioni sanitarie completamente diverse, quelle stesse opere possono indirizzare il nostro ricordo, aiutarci a “dare un nome” all’esperienza comune che abbiamo vissuto, perché ciò che rimarrà nella nostra memoria svelerà inevitabilmente ciò che pensiamo e abbiamo imparato della nostra umanità.

Così, sarà particolarmente sorprendente rileggere oggi il XXXI capitolo dei Promessi sposi (o ascoltarlo); non per le “coincidenze” o i rimandi che pur si possono trovare con la pandemia appena superata (negli errori e nell’incapacità di ammetterli, nella superficialità, nella caccia agli untori, nell’odio, nelle piccolezze, negli interessi e nei giochi della politica), ma per come accada – dopo la delusione per la propria miseria – che improvvisamente l’uomo sorprenda se stesso. Perché se in fondo non è sempre vero che si è in grado di imparare dagli errori del passato, però sempre l’uomo è capace di cavar fuori virtù inaspettate dalla propria povera esistenza.

Lo stesso Manzoni ne è sorpreso, cominciando il proprio racconto, quando per completezza storica rimanda alla peste che cinquant’anni prima aveva ugualmente sconvolto Milano, a quell’epidemia cui San Carlo, nel ricordo dei milanesi, aveva dato il proprio nome. Un ricordo nel quale la gravità dei fatti, il numero dei morti, il ripetersi degli stessi errori, la solita e così prevedibile fragilità umana, sono sopravanzati da quell’unica sorpresa, dalla grandezza d’animo di un singolo uomo. Perché la sua carità, per usare parole cristiane, non solo abbraccia chiunque ne abbia bisogno, ma diventa descrizione e possibilità, addirittura il nome, dell’umanità di tutti.

Allo stesso modo, pensando a quanto ha visto o vissuto, al medico o all’infermiera che non hanno mai lasciato l’ospedale, al vicino di casa che durante la pandemia ha consegnato i pacchi alimentari ad anziani e bisognosi, al negoziante da cui non ce lo si sarebbe mai immaginato e che faceva i turni alla mensa dei poveri, ognuno di noi potrà ritrovarvi la propria umanità, o il desiderio di essa.

“(…) Per tutta adunque la striscia di territorio percorsa dall’esercito, s’era trovato qualche cadavere nelle case, qualcheduno sulla strada. Poco dopo, in questo e in quel paese, cominciarono ad ammalarsi, a morire, persone, famiglie, di mali violenti, strani, con segni sconosciuti alla più parte de’ viventi. C’era soltanto alcuni a cui non riuscissero nuovi: que’ pochi che potessero ricordarsi della peste che, cinquantatre anni avanti, aveva desolata pure una buona parte d’Italia, e in ispecie il milanese, dove fu chiamata, ed è tuttora, la peste di san Carlo. Tanto è forte la carità! Tra le memorie così varie e così solenni d’un infortunio generale, può essa far primeggiare quella d’un uomo, perché a quest’uomo ha ispirato sentimenti e azioni più memorabili ancora de’ mali; stamparlo nelle menti, come un sunto di tutti que’ guai, perché in tutti l’ha spinto e intromesso, guida, soccorso, esempio, vittima volontaria; d’una calamità per tutti, far per quest’uomo come un’impresa; nominarla da lui, come una conquista, o una scoperta.”

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