MARADONA E L’ARGENTINA/ “A volte mi domando se la gente continuerà a volermi bene”

- Arturo Illia

Nella sua Argentina Diego Armando Maradona non era più amato come un tempo. La sua morte ha riacceso l’amore degli argentini per il loro campione

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Un murale dedicato a Maradona a Buenos Aires (Lapresse)

MARADONA È MORTO: “Credo che alla fine la morte di Maradona sarà più sentita a Napoli che in Argentina”, mi ha detto un giornalista sportivo di Buenos Aires nell’apprendere la triste notizia. Chiaro che Maradona per la città partenopea è stato più di un simbolo, quasi un personaggio extraterrestre non solo per le sue giocate meravigliose e incredibili, ma anche per essere stato più napoletano di un napoletano nei suoi atteggiamenti, al punto che in un angolo di una via dei Quartieri Spagnoli sorge addirittura una specie di altare dedicato al “Pibe de Oro” dove, tra le sue foto, troneggia un’ampolla che contiene un “Capello originale di Maradona”.

Ma allora perché nella sua Argentina il campione, una volta amato fino alla follia, ha smesso di esserlo? Nella sua ultima intervista in occasione del suo sessantesimo compleanno, Maradona ha dichiarato: “A volte mi domando se la gente continuerà a volermi bene”, quasi presagendo la sua fine; quesito importante e che rivela l’amarezza del campione. Ma nell’arco della sua vita se dal punto di vista calcistico è stato amato al punto tale che, specie nel Mondiale dell’86, le sue giocate spettacolari sono state sostenute da 35 milioni di ipotetici giocatori, non tanto le sue vicende conosciutissime di vita, quanto le sue simpatie politiche (fortemente esternate)  gli hanno procurato l’antipatia di moltissimi argentini.

La data della sua morte coincide con l’anniversario di quella di Fidel Castro: il leader cubano è difatti stato un grande amico di Diego, che ha sostenuto non solo il suo regime ma anche quelli affini (vedi Venezuela e kirchnerismo argentino). Si poteva considerare quasi un fanatico del populismo, del quale perorava la causa anche se poi si rivelava un produttore di miseria che stonava con le ricchezze del campione. Insomma un radical-chic che però a differenza di altri metteva sul tavolo le proprie idee senza i giri di parole tipici.

Dal punto di vista sportivo, una volta abbandonata la carriera di calciatore e intrapresa quella di allenatore, quasi sempre in Argentina a parte la breve e discussa parentesi messicana, si è purtroppo registrato un insuccesso dietro l’altro che, fino all’ultimo, ha fatto nascere paragoni con il suo fulgente passato.

Ora l’Argentina è costernata per la perdita del suo idolo, che magicamente la morte ha ricondotto agli anni in cui univa l’intero Paese. Il Presidente Fernandez ha dichiarato tre giorni di lutto nazionale e la camera ardente sarà allestita nella Casa Rosada stessa dove gli argentini potranno rendergli l’estremo omaggio pur nel rispetto delle norme sanitarie per il Covid-19. Allo stesso tempo ieri si è svolta una manifestazione autoconvocata in suo onore presso l’Obelisco di Buenos Aires, partecipata da migliaia di persone.

Non un campione che se ne va, ma un simbolo di un Paese che spesso si è identificato con il suo nome per definire un argentino, ed è per questo che l’Argentina lo celebra: un personaggio che, contrariamente alla politica e alle disgrazie economiche, ha aperto la nazione al mondo e basterebbe solo questo per dimenticarsi delle varie pagine scure della sua persona.



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