MARCHIONNE/ La profezia sulla nostra industria e quella domanda ancora aperta

- Giuseppe Sabella

Un anno fa ci lasciava Sergio Marchionne. Le sue riflessioni sul futuro industriale dell’Italia sono più che mai attuali di questi tempi

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Sergio Marchionne nello stabilimento Fiat di Melfi nel 2012 (Lapresse)

Stiamo cercando di portare avanti un progetto industriale italiano che non ha equivalenti nella storia d’Europa. Non conosco nessuna azienda europea che è stata disposta e capace di riportare una produzione di nuovo a casa dai paesi dell’Est. E stiamo facendo discussioni sui giornali e in televisione basate su principi di ideologia che ormai non hanno più un corrispondente con la realtà: parliamo di storie vecchie di quarant’anni, parliamo del padrone contro il lavoratore, cose che non esistono più. Il mondo è cambiato. O decidiamo di competere veramente a livello internazionale o l’Italia non avrà più un futuro a livello di manufacturing, l’industria non esisterà più.

Così si esprimeva Sergio Marchionne nel giugno del 2010 quando, come molti ricorderanno, si era scatenata una bagarre sulle vicende che riguardavano l’allora più importante azienda italiana, la Fiat, rissa a cui nessuno si stava sottraendo. Politici, sindacalisti, giornalisti e opinionisti di vario genere: il caso Fiat era diventato da prima serata. Tv e giornali, come al solito, avevano finito per personalizzare il conflitto: Marchionne da una parte – che al negoziato sindacale era completamente estraneo – e l’attuale Segretario generale della Cgil Maurizio Landini – all’epoca numero uno dei metalmeccanici della Fiom. Le ragioni dello scontro, come più volte abbiamo scritto, erano di natura contrattuale. E, naturalmente, avevano finito per ostacolare l’intera operazione che il manager canadese stava guidando: questa coinvolgeva anche l’industria americana Chrysler e lo stesso Governo statunitense che, attraverso il Tesoro, aveva garantito a Marchionne quasi 8 miliardi di dollari (restituiti poi con 6 anni di anticipo), cifra stanziata per il rilancio di Chrysler e per la fusione con Fiat, avvenuta poi nel corso degli anni e perfezionatasi nel 2014.

Non serve qui ricordare che quella vicenda ebbe un lieto fine grazie agli accordi innovativi sottoscritti dall’azienda con Fim, Uilm, Fismic, Ugl e Associazione Quadri e che la rottura che si consumò dentro il sistema delle relazioni industriali vide Fiat uscire da Confindustria (di cui era tra i fondatori). Ciò che ci interessa recuperare ora era quel clima anti-industriale che era esploso nel secondo Paese manifatturiero d’Europa che aveva visto anche gran parte dell’Accademia, giornali e politici importanti come Pierluigi Bersani ed Enrico Letta – all’epoca ai vertici del Partito democratico – schierarsi contro Marchionne e la Fiat, anche con parole piuttosto forti (“attacco ai diritti universali dei lavoratori”). Gli accordi furono poi votati dai lavoratori (Pomigliano prima e Mirafiori poi) e passarono con numeri tutt’altro che elevati: il 63,3% a Pomigliano d’Arco e il 54% a Mirafiori.

Da un punto di vista industriale, persino Maurizio Landini nel 2016 riconobbe che la restart di Fiat fu importante per il Paese: “Nessuno nega che la Fiat, prima dell’arrivo di Sergio Marchionne, fosse a rischio di fallimento e oggi no. E nessuno vuole negare le qualità finanziarie del manager. Di tutto questo noi siamo contenti”. Resta tuttavia difficile comprende come mai, ancora oggi, gli accordi si rinnovino senza la firma della Fiom (l’ultimo è stato rinnovato nel marzo scorso).

Nel frattempo, siamo alla fine del secondo decennio del Terzo Millennio e Marchionne, proprio un anno fa, ci ha lasciato. A chi, per mestiere, si occupa di vicende legate all’industria, Marchionne manca molto: è sempre stata voce fuori dal coro e anche puntuale nell’intervenire in momenti di sofferenza per il settore e per l’economia più in generale, cercando di stimolare risposte da parte del decisore politico. La situazione oggi è certamente diversa dal 2010: la cultura anti-industriale resiste, ma, se qualcuno poteva ieri accusare il sindacato (o meglio, parte di esso), oggi questa è ben intercettata e rappresentata dal Movimento 5 stelle e dal suo leader politico Luigi Di Maio: le vicende legate a Ilva, alla Tav, alla Tap dimostrano quanto il sistema Italia fatichi a liberare tutta la sua potenza nell’era di Industry 4.0 e della grande trasformazione del lavoro.

“Il mondo è cambiato” diceva Marchionne: oggi è quasi impossibile che il sindacato italiano si metta di traverso in circostanze similari, anche per la necessità di preservare quegli spazi di lavoro che poi finisce col rappresentare. Il caso Ilva ci dice però che la politica non sempre è volano di operazioni che sono vitali per un Paese industrializzato come il nostro: immaginiamoci se dovessimo perdere la siderurgia, sarebbe un disastro. Eppure, non solo la politica non ha fatto nulla per accompagnare l’operazione di rilancio di Ilva, ma – come spesso fanno notare le Associazioni dell’Industria più vitali sul territorio (vedi Milano, Vicenza, Torino…) – l’atteggiamento del Governo italiano nell’ultimo anno si è rivelato molto lontano dal cuore del nostro Paese: l’impresa.

Quale futuro, quindi, per il manufacturing italiano? La domanda, cara a Lucky Sergio, resta molto aperta.

Twitter: @sabella_thinkin

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