MARCO GALLO/ In pellegrinaggio con lui: “Ogni giorno scegli tu dove guardare”

- Paolo Vites

Si è ripetuto anche quest’anno, per l’ottava volta, il pellegrinaggio al Santuario di Nostra Signora di Montallegro, sopra Rapallo, in ricordo di Marco Gallo

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Marco Gallo (1994-2011)
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Quel sentiero, quella mulattiera vecchia di secoli, in mezzo a ulivi altrettanto vecchi, quel panorama mozzafiato sul golfo di Portofino che si spalanca davanti mentre sali e sudi e fatichi e le gambe cedono, quarant’anni fa lo percorrevi saltellando, senza neanche farci caso che sono più di due ore di salita incessante, ripida così. Quarant’anni dopo invece no, dopo mezz’ora scarsa hai il cuore che ti sembra stia schizzando via dal petto e ti fermi. Umiliato, ti viene quasi da piangere mentre torni indietro per prendere la funivia e arrivare lassù, a quel magnifico santuario mariano, la Madonna di Montallegro, sulle colline sopra la città di Rapallo. E intanto le centinaia di ragazzi van su, come facevi tu quarant’anni fa. Ci tenevi proprio a fare questo pellegrinaggio, ci tenevi a pregare e camminare in silenzio, ci tenevi che i tuoi respiri venissero accolti da Lei, dalla Mamma che aspetta lassù come fa da centinaia di anni, il pellegrino. Sei arrabbiato e triste, anche il corpo è tempio di Dio e tu lo hai trattato male per tutta la vita, questo tempio. Sembra quasi che Dio voglia dirti: non sei degno di salire a casa di Maria, torna giù e pentiti.

Poi un’amica ti ricorda le parole di San John Henry Newman lette poco prima di partire per la salita: “Se poi fossi infedele, Egli potrà trovare un altro al mio posto, così come è. Egli potrà trovare un altro al mio posto, così come può far crescere i figli di Abramo”. Se tira fuori i figli suoi anche dalle pietre, io che sono peggio di una pietra stupida e insensibile, allora ho una speranza. “Però io ho un compito nella Sua grande opera, sono un anello di una catena, un legame di connessione tra le persone. Non mi ha creato per niente”, dice ancora il santo inglese. Che consolazione. Basta crederci.

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Quando poi in un modo o nell’altro arrivi al santuario, vedi arrivare da lontano una croce e dietro una folla enorme, senza fine. Sono quasi mille, mai così tanti come quest’anno, l’ottavo pellegrinaggio a Montallegro per ricordare un ragazzo che a 17 anni ha perso la vita, come diciamo noi esseri umani perché la vita non è mai perduta, Marco Gallo. Lassù ritrovi il sacerdote che seguiva i giovani nella tua parrocchia, da alcuni anni trasferito altrove. Si era innamorato tanto di quel libro che raccoglieva gli scritti e le meditazioni di Marco che aveva voluto invitare i genitori e i fratelli a presentarlo in parrocchia. Adesso tutti gli anni viene qui, da Milano. Ti imbatti nella figlia dei tuoi vicini di casa, anche lei di Milano, che è venuta fin qua insieme a degli amici universitari. Come è arrivata fin qui? Che ne sa di Marco? Ci sono anche i ragazzi dei salesiani di Jesolo, che due anni fa hanno ideato e eseguito un intero spettacolo teatrale sulla vita di Marco. La parola passa. È un passaparola. Venite e vedete. Marco Gallo è qui, ma è ovunque. E così le antiche strade dei pellegrini rinascono, la bellezza torna a fiorire, grazie a un ragazzo di 17 anni che ogni anno porta quassù sempre più persone: i suoi ex compagni di scuola, quelli che adesso al don Gnocchi di Carate Brianza ci vanno loro. E i genitori, gli amici degli amici. La parola passa. Il 5 novembre 2011, mentre stava andando a scuola in motorino, viene investito e muore. La sera prima aveva scritto sul muro della sua camera, accanto al crocifisso: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo?”.

Il titolo prescelto per questa edizione del pellegrinaggio è una frase di Marco, “Ogni giorno scegli tu dove guardare”.

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Perché evitare di scegliere, significa evitare di vivere. “Se assomigli al me di un tempo, eviterai di scegliere qualunque cosa. Punterai a tenere tutte le opzioni aperte il più lungo possibile. Eviterai di impegnarti”, dice il blogger e scrittore americano Mark Manson. Gli psicologi chiamano “paradosso della scelta” la situazione in cui si trova l’uomo occidentale, quello per intendersi appartenente  (almeno una volta) al cosiddetto mondo ricco. “La cultura del consumo è bravissima a farci desiderare sempre, sempre di più. Tutto il marketing e il battage pubblicitario si basano sull’idea che più ce ne è, meglio è in ogni caso” dice ancora Manson. Ma questo porta al paradosso: troppa scelta non ti rende felice, ti rende ansioso, inquieto e soprattutto costantemente insoddisfatto. Di fatto, infelice come è esattamente l’uomo del terzo millennio. Disperato. Perché tutta questa scelta apparente ti allontana dall’unica scelta che conta e, alla fine, non sceglierai mai. E non vivrai a fondo la tua vita.

Quando Marco Gallo dice “ogni giorno scegli tu dove guardare” sta dicendo proprio che ogni giorno ti trovi davanti a una scelta, anzi la scelta. Devi prendere posizione. L’intuizione di Marco, che assomiglia in modo così impressionante a quella di Manson, dice di un atteggiamento “morale” (non “moralistico”) che è espressione e contenuto dell’uomo in quanto essere, ancor prima della scoperta della sua religiosità. “La moralità nella sua essenza è l’atteggiamento giusto di fronte al reale” dice don Luigi Giussani. L’uomo morale è quello che riconosce di essere dipendente e sempre aperto a interrogarsi su ogni cosa che vede e che gli accade e prende posizione.Ogni giorno è una nuova scoperta, ma questo implica l’attenzione alla realtà e la voglia di impegnarsi Ad esempio, se io desidero fare carriera nella mia azienda, non cercherò di imbrogliare, di fregare i miei colleghi, cercare scorciatoie basate sull’inganno del prossimo. Perché questo va contro la mia natura, sono inganni, presunzioni, atteggiamenti diabolici che distruggono a poco a poco la mia persona, anche se non ce ne rendiamo conto. Preferiamo le scorciatoie.

“L’uomo è quel livello della natura in cui la natura prende coscienza di sé stessa, è quel livello della realtà in cui la realtà comincia a diventare coscienza di sé, comincia cioè a diventare ragione”. Questa è la posizione che Marco, grazie alla sua infaticabile intelligenza, ha intuito a 17 anni. Marco sta facendo un passo ancora più avanti rispetto a Mark Manson. Dice sostanzialmente che ogni giorno scegli se guardare a Dio che fa le cose o alle mille distrazioni della vita quotidiana. Marco indica il cammino.  Anche il cristiano può rinunciare a scegliere e trovarsi allo stesso modo infelice e disperato. Il cristiano, normalmente, si sente “salvato” per diritto acquisito: ho la fede, dunque sono in grado di capire ciò che è giusto e sbagliato, conosco la strada e le risposte. Non ho bisogno di scegliere dove guardare. Non c’è niente di più terribilmente sbagliato del considerarsi salvati una volta per tutte. Quello che Marco ci dice è che invece ogni giorno si ricomincia da zero. La fede cristiana implica un re-incontro quotidiano, anzi in ogni istante della quotidianità, con Gesù. Ogni giorno devi ritrovare quel dialogo con Dio, ogni giorno devi pensare che oggi Gesù ti si presenterà davanti in situazioni nuove, inedite, imprevedibili. Ogni giorno si combatte la buona battaglia. E solo alla sera potrai capire come è andata, anche se non sempre nel modo che avresti voluto, ma non importa. Si procede di piccolo passo in piccolo passo, avanti. Ogni giorno, poi, sottintende Marco, dovrai scegliere tu, e nessun altro al tuo posto potrà mai farlo.

Giussani definisce la moralità come atteggiamento originale dell’uomo creato in ogni istante da Dio, tensione all’infinito che è Dio. La moralità è quindi vivere la memoria del fatto accaduto nell’incontro cristiano, e non in un dovere da compiere. Solo così la vita è degna di essere vissuta.

“Il divino transita attraverso l’umano. Paradossale. Supponendo una intelligenza superiore, che introduce l’idea del nostro desiderio in sé, che è ciò a compierci. Che addirittura muova le cose verso questo scopo, tutte le cose che viviamo. Che quindi tutti i nostri traguardi non siano frutto di un ragionamento sulla realtà, che non sia tu a sceglierti gli amici, la fidanzata, la famiglia, la situazione, ma che tutto sia una accettazione di ciò che questo misterioso destino offre. Una preghiera” (Marco Gallo). Questo è il passo successivo dell’uomo morale, l’uomo religioso. Mendicante del significato, cioè mendicante di Dio. Questo è il passo dell’uomo pellegrino. La vita non è raggiungere una meta, capire tutto. La vita è un cammino, faticando, avanzando e tornando indietro. Per poi riprendere il cammino. Sapendo che lassù qualcuno aspetta, sapendo che in qualche modo, il tuo modo, che è solo il tuo ed è diverso da quello di tutti gli altri, arriverai anche tu. Lassù c’è una chiesa bellissima, che domina uno dei golfi più belli del mondo. “Non andiamo via, costruiamo delle tende, restiamo qui” è la tentazione. Ma Marco non vorrebbe così. Lui nella vita si è gettato fino in fondo, a ogni istante: “Vieni ora, ora e qui! Perché sempre fonderò la mia vita su di Te. La preghiera non è solo un atto spirituale, è proprio un atteggiamento, un vivere pellegrinando (Marco Gallo).

Il pellegrinaggio finisce, ma non finisce la vita. A casa dei genitori di Marco, un centinaio di ragazzi pende dalle labbra di Veronica e Francesca, le sorelle di Marco, che raccontano di lui. Vogliono sapere. Vogliono toccare anche loro. Marco sorride. Passiamo a trovarlo nella cappellina di famiglia, nel piccolo cimitero di quel paesino di campagna. Una carezza sulla lastra di marmo e si riparte, nella notte, verso casa. Adesso devi scegliere tu, ogni giorno.

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