Mario Mori: “Sentenza Stato-Mafia? No comment”/ “Mafia? Avevo paura, ma…”

- Alessandro Nidi

Mario Mori, generale dei carabinieri, ha preferito attendere le motivazioni, prima di pronunciarsi sulla sentenza: “In questi casi, meglio aspettare”

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Mario Mori (Quarta Repubblica, 2021)

Il generale Mario Mori ha commentato la sentenza sulla trattativa Stato-Mafia ai microfoni della trasmissione “Quarta Repubblica”, condotta da Nicola Porro e andata in onda martedì 28 settembre 2021 su Rete 4. Dopo l’assoluzione nell’appello del processo, il diretto interessato ha dichiarato: “Preferirei non parlare di questo processo, perché sono sicuro che si creerebbero altre polemiche che non è il caso in questo momento di suscitare, anche perché non sappiamo, in effetti, come abbia valutato la Corte d’Assise d’appello di Palermo la mia vicenda, quella del generale Subranni e quella del colonnello De Donno. Come si dice, in questi casi aspettiamo le motivazioni”.

Successivamente, Mori ha aggiunto che quando una persona fa questo tipo di professione, qualche contraccolpo se lo deve aspettare, anche se “di queste dimensioni temporali no. Se ho avuto paura di essere ucciso dalla mafia? Il lavoro che abbiamo fatto noi è un lavoro particolare, è come la droga. Tu quando ragioni metti in conto il fatto che ti possa succedere, ma poi lo cancelli, perché sei preso dal quotidiano, che è un quotidiano difficile, impegnativo, non ci pensi. Poi quando torni a casa la sera magari dici ‘ho rischiato'”.

MARIO MORI: “QUANDO FALCONE DISSE CHE LA MAFIA ERA ENTRATA IN BORSA, INTENDEVA CHE…”

Nel prosieguo del suo intervento a “Quarta Repubblica”, Mori ha affermato che, quando arrivò a Palermo, polizia e carabinieri erano abituati a operare sui singoli episodi, senza cercare mai di realizzare una sintesi delle varie indagini e di individuare uomini, situazioni e linee di condotta. “Io cercai di portare lì questo tipo di attività, poi mi resi conto che non avevamo strumenti investigativi efficaci – ha sottolineato –. Il punto dolente di Cosa Nostra non era tanto la cattura di un latitante più o meno grosso, quanto i soldi. Scoprimmo che nelle indagini sugli appalti si pensava che le vittime fossero i politici e gli imprenditori, che invece concorrevano ai reati con i mafiosi”.

Successivamente, quando Falcone lasciò Palermo (1991), a marzo fu indetto un convegno sulle attività mafiose. Lui intervenne, dicendo: “La mafia è entrata in borsa”. Come precisato da Mori, “non tutti capirono il significato di quelle affermazioni, che stavano a indicare che la mafia era entrata nel mercato degli appalti”.

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