Martina Rossi/ La madre “Prescrizione? Morte di mia figlia non è un reato fiscale”

- Emanuela Longo

Martina Rossi, i genitori della giovane non accettano la prescrizione del primo reato: “morte di mia figlia non è un reato fiscale”

martina rossi chi lha visto
Martina Rossi, Chi l'ha visto

La parola “prescrizione” nel caso di Martina Rossi fa indignare particolarmente la famiglia della vittima. “Non so chi fa le leggi, il problema è che tutti non hanno responsabilità”, ha commentato papà Bruno. “Sono passati 8 anni e sono prescritti, sono come le farfalle…”, ha aggiunto. “Un giudizio abbastanza repentino, veloce, quasi privo della minima umanità”, ha commentato il padre ai microfoni di Chi l’ha visto. “La morte di mia figlia e qualsiasi altra persona non è un reato fiscale”, ha tuonato la madre Franca. La battaglia della famiglia Rossi prosegue, dunque, anche dopo l’ultima tegola giunta con l’avvio del processo d’Appello. Anche la tentata violenza sessuale di gruppo rischia ora di finire prescritta a causa dei tempi troppo lunghi. Dopo il clamore mediatico, però, “il giorno dopo mi hanno telefonato e mi hanno detto che andremo a febbraio del 2020 affinché non vada in prescrizione”, ha commentato papà Bruno. (Aggiornamento di Emanuela Longo)

IL PADRE “STO LOTTANDO DA OTTO ANNI, RABBIA E FRUSTRAZIONE”

Bruno Rossi, il papà di Martina, ha parlato ai microfoni di Storie Italiane, su Rai Uno: “Mia figlia aveva 20 anni quando è morta. Era una donna, e speravo che potessimo vivere in un mondo dove le donne potessero raggiungere la parità. Aspettavamo una figlia da ben 24 anni – ricorda il signor Bruno – ho smesso di fumare quando lei è nata. In questo momento, da otto anni a questa parte, ogni giorno che passa la mia rabbia e le mie frustrazioni si scontrano e si confrontano con un mondo che non ho mai conosciuto”. Rossi ricorda la versione della polizia spagnola (Martina è morta in Spagna dopo essere caduta dal balcone): “Secondo le forze dell’ordine spagnole mia figlia avrebbe aggredito due persone e poi si sarebbe buttata giù dalla finestra. Questo spunto mi ha spinto a lottare per arrivare alla verità”. Bruno Rossi ha proseguito: “Questa storia ha fatto un giro processuale molto lungo, ed è arrivata ad un’accusa precisa di sei anni di pena a coloro che avevano fatto male mia figlia, due persone che non l’hanno soccorsa, che non hanno chiamato i medici, l’hanno lasciata 45 minuti nella vasca. Questi due tizi sono scomparsi, sono vissuti come due libellule: uno è un campione di motocross, mentre l’altro è apparso per la prima volta solo dopo 8 anni, venuto per rivendicare un fatto tecnico che gli permette di essere assolto”. (aggiornamento di Davide Giancristofaro)

MARTINA ROSSI: LA RICOSTRUZIONE DELLA SUA VICENDA

Martina Rossi, studentessa genovese, aveva 20 anni quando perse la vita nell’agosto 2011, mentre era in vacanza con le amiche in Spagna, in un albergo a Palma di Maiorca. Il caso, affrontato oggi dalla trasmissione Chi l’ha visto, è stato controverso e si è dipanato con una doppia indagine, in Spagna e in Italia, fino alla decisione di alcuni giorni fa presa dalla corte d’Appello di Arezzo che ha dichiarato estinta, per prescrizione, l’accusa di morte come conseguenza di un altro reato nel processo di secondo grado per la morte della giovane, precipitata dal balcone di una camera di albergo il 3 agosto di 8 anni fa. Secondo l’accusa, Martina Rossi precipitò dal balcone mentre cercava di fuggire al tentativo di stupro ad opera di due giovani aretini, Luca Vanneschi e Alessandro Albertoni, entrambi condannati in primo grado per la morte della 20enne genovese come conseguenza di altro reato (accusa dichiarata prescritta) e per la tentata violenza. Una decisione, quella della prescrizione, che ha profondamente deluso i genitori della vittima, i quali hanno destinato il loro sfogo ai microfoni del programma di Rai3.

MARTINA ROSSI, IL PADRE “DECISIONE IMPOSSIBILE DA DIGERIRE”

“Era veramente una persona speciale, una sognatrice, era capace a scrivere, disegnare, fare le cose belle, a rispettare il mondo, a rispettare gli altri in punta di piedi, ed è finita in un modo così tragico in mezzo a tanta spazzatura”: così Bruno, papà di Martina Rossi, ha commentato alla trasmissione Chi l’ha visto. In merito alla decisione di pochi giorni fa da parte della Corte d’Appello, i genitori della 20enne hanno commentato: “La prescrizione non può riguardare un omicidio. La facessero per i reati fiscali, non per mia figlia”. Loro, dunque, continuano a sostenere con forza la tesi del delitto mentre di contro, per la difesa dei due imputati, Martina Rossi si sarebbe uccisa. La presidente della Corte d’Appello che si è espressa sulla prescrizione, spiega Il Secolo XIX, ha rinviato il processo a carico dei due giovani di Arezzo al 20 settembre 2020. Per il padre della vittima si tratta tuttavia di “una decisione impossibile da digerire”. Al Fatto Quotidiano ha aggiunto: “Sono obbligato a battermi perché violenza non sia prescritta”. Con un appello alla politica, affinché “non ci sia più un’altra Martina”.

I PROCESSI

Martina Rossi era in vacanza in Spagna con altre due amiche quando la sera del 3 agosto 2011 sale nella stanza dell’hotel dove soggiornava con due giovani aretini Alessandro Albertoni e Luca Vanneschi. Venti minuti dopo, un urlo straziante e i passi precipitosi di qualcuno sulle scale. Il corpo della 20enne, ormai senza vita, è giù dopo un volo di 20 metri. La giovane è scalza e senza i pantaloncini. Per gli inquirenti spagnoli si trattò di suicidio e il caso fu archiviato, eppure le incongruenze non mancano. Ha così inizio la lunga battaglia della sua famiglia con l’avvio di un’inchiesta a Genova chiusa nel 2014 con 4 indagati, due dei quali accusati di falsa testimonianza. Il caso passa ad Arezzo, città di origine dei due ragazzi. Dopo la riesumazione della salma e una nuova autopsia, il 28 novembre del 2017 i due aretini vengono rinviati a giudizio per tentata violenza sessuale di gruppo e morte in conseguenza di un altro reato. Per gli inquirenti la giovane cercava di scappare da un tentativo di stupro. Il processo di primo grado si concluse dopo un anno con le condanne a 6 anni, mentre in Appello viene prescritto il reato di morte in conseguenza di un altro reato, cancellato dal troppo tempo trascorso lo scorso febbraio. Processo rinviato al prossimo anno ma che, per via delle polemiche, è stato poi fissato al 19 febbraio 2020.

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