Maryan Ismail “Silvia Romano no conversione libera”/ “Islam? E’ nazismo”: ira Ucoii

- Niccolò Magnani

Silvia Romano, secondo Maryan Ismail quella conversione non è libera: “quello non è Islam, è nazifascismo”. Ira Ucoii “usano suo corpo e vestiario per attaccare i musulmani”

silvia romano fb
Silvia Romano (Foto: Facebook, Luigi Di Maio)

La conversione di Silvia “Aisha” Romano all’Islam dopo 18 mesi di lunga agonia nei 6 covi del sequestro tra Kenya e Somalia ha scatenato una polarizzazione mediatica e ideologica difficile a fermarsi ancora a 36 ore dalla sua ottenuta liberazione: con una profonda e lunga lettera Maryan Ismail – musulmana, nata in Somalia ma in Italia ormai da 35 anni, Docente di antropologia dell’immigrazione – su Facebook ha voluto esprimere da un lato tutta la sua gioia per la liberazione di una nostra connazionale, dall’altro però sottolineare tutte le perplessità circa la “libertà” con la quale la giovane 24enne sarebbe divenuta musulmana proprio durante la prigionia.

«Ho scelto il silenzio per 24 ore prima di scrivere questo post. Quando si parla del jihadismo islamista somalo mi si riaprono ferite profonde che da sempre cerco di rendere una cicatrice positiva. L’aver perso mio fratello in un attentato e sapere quanto è stata crudele e disumana la sua agonia durata ore in mano agli Al Shabab mi rende ancora furiosa, ma allo stesso tempo calma e decisa», racconta la propria ferita la stessa Maryan Ismail. Scrive di conoscere bene il sentimento che Silvia possa aver provato nei 18 lunghissimi mesi forzatamente lontana da casa e anche da quel villaggio a cui era stata inviata dalla sua Ong «per mesi ho tenuto la foto di Silvia Romano nel mio profilo fb. Sapevo a cosa stava andando incontro. Si riesce soltanto ad immaginare lo spavento, la paura , l’impotenza, la fragilità e il terrore in cui ci si viene a trovare? Certamente no, ma bastava leggere i racconti delle sorelle yazide, curde, afgane, somale, irachene, libiche , yemenite per capire il dolore in cui si sprofonda».

Ed è qui che Maryan Ismail scrive in maniera accorata a Silvia, senza alcun “insulto” o “reprimenda” – come hanno fatto invece molti in questi giorni – ma con la schiettezza che le è nota: «Al suo posto mi sarei convertita a qualsiasi cosa pur di resistere, per non morire. Mi sarei immediatamente adeguata a qualsiasi cosa mi avessero proposto, pur di sopravvivere. E in un nano secondo». L’abito non è somalo, puntualizza la docente («è una divisa islamista che ci hanno fatto ingoiare a forza») ma soprattutto «La sua non è una scelta di libertà, non può esserlo stata in quella situazione. Scegliere una fede è un percorso così intimo e bello, con una sua sacralità intangibile».

MARYAN ISMAIL “NON È ISLAM MA NAZISMO”

Il punto più duro dell’intera lettera di Maryan Ismail però non riguarda solo la presunta non libertà che è stata data a Silvia Romano per la sua conversione – anche perché quello resta un punto infinitamente personale della sfera intima di ciascuna persona – ma l’idea di Islam che Silvia ha incontrato in quei 18 mesi di sequestro in mano alla setta di Al Qaeda in Somalia. «Quello pseudo religioso che viene utilizzato per tagliarci la testa? Quello dell’attentato di Mogadiscio che ha provocato 600 morti innocenti? Quello che violenta le nostre donne e bambine? Che obbliga i giovani ad arruolarsi con i jihadisti? Quello che ha provocato a Garissa 148 morti di giovani studenti kenioti solo perché cristiani? Quello che provoca da anni esodi di un’intera generazione che preferisce morire nel deserto, nelle carceri libiche o nel Mediterraneo pur di sfuggire a quell’orrore? Quello che ha decimato politici, intellettuali, dirigenti, diplomatici e giornalisti?», scrive senza freni la docente ex candidata in Italia per il partito di Stefano Parisi “Energie per l’Italia”.

Quello non è Islam secondo la Ismail, «E’ NAZI FASCISMO, adorazione del MALE. E’ puro abominio. E’ bestemmia verso Allah e tutte le vittime. I simboli, soprattutto quelle sul corpo delle donne hanno un grande valore. E quella tenda verde NON ci rappresenta». Da donna somala che ha vissuto sulla sua pelle il dramma del terrorismo jihadista, Maryan conclude la sua lettera sperando un giorno di poter raccontare a Silvia la storia di quella terra e di quella religione che lei condivide «le racconterei di come siamo stati, prima della devastazione che abbiamo subito, mussulmani sufi e pacifici, mostrandole il Corano di mio padre scritto in arabo e tradotto in somalo.. Di quanti Imam e Donne Sapienti ci hanno guidato. Della fierezza e gentilezza del popolo somalo. E infine ho trovato immorale e devastante l’esibizione dell’arrivo di Silvia data in pasto all’opinione pubblica senza alcun pudore o filtro. In Italia nessun politico al tempo del terrorismo avrebbe agito in tal modo nei confronti degli ostaggi liberati dalle Br o da altre sigle del terrore».

CONVERSIONE SILVIA ROMANO, L’ABBRACCIO DELLA COMUNITÀ ISLAMICA

Dopo le tante teorie circolate e gli schieramenti “ideologici” riproposti sul tema conversione-Silvia Romano, è intervenuto oggi all’Ansa anche Yassine Lafram, Presidente Unione Comunità Islamiche d’Italia (Ucoii), che ha salutato con calore l’arrivo della cooperante in Italia: «l’abbraccio di ieri era di un intero Paese che l’accoglie dopo 18 mesi di prigionia. Emozionante vedere la mamma riabbracciare sua figlia nel giorno della festa della mamma. L’Italia non è un Paese islamofobo, ma abbiamo assistito da alcuni personaggio di spicco che hanno offeso in maniera indegna Silvia Romano. Hanno usato il corpo e il vestiario, la sua scelta libera che non possiamo giudicare, per attaccare i musulmani e la cultura islamica: qualcuno ha addirittura accostato l’Islam al nazismo, è un’aberrazione totale e stiamo valutando azioni legali».

Come ribadisce con nettezza il n.1 dell’Ucoii la religione islamica «non è assimilabile ad alcuni gruppo di criminali: chi usa il terrorismo per uccidere e torturare la gente, costui non rappresenta l’insegnamento della religione islamica e anzi lo tradisce». Infine, Lafram prova a spiegare come le conversioni non arrivano quasi mai in situazioni “ordinarie”, «arrivano sempre da momenti di crisi e rivalutazioni di se, introspezione profonda: cosi si generano cambiamenti, Silvia Romano parla di una conversione a metà della sua prigionia e per sua scelta libera e consapevole, rispettiamo la volontà della sua famiglia. Noi quando vorrà la accogliamo a braccia aperte».



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