MASS/ La messa di Bernstein apre la stagione estiva del Teatro dell’Opera di Roma

- Giuseppe Pennisi

Il 1° luglio è stata inaugurata la stagione estiva del Teatro dell’Opera di Roma con la prima italiana in versione scenica di Mass di Leonard Bernstein

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Markus Werba (credits Fabrizio Sansoni-Opera di Roma).

Prima di entrare nel merito dello spettacolo con cui il primo luglio è stata inaugurata la stagione estiva del Teatro dell’Opera di Roma, occorre fare una riflessione di metodo. La prassi è che le stagioni estive delle fondazioni liriche, specialmente se in grandi spazi all’aperto, vengono concepite per portare all’opera quel pubblico che di solito non ci va, sperando che torni nella stagione invernale. Quindi titoli “popolari” come Rigoletto, Traviata, Carmen. Un tempo, la stagione estiva del Teatro dell’Opera di Roma includeva un titolo wagneriano, di solito Lohengrin in traduzione ritmica in italiano.

Inaugurare con la prima italiana in versione scenica di Mass di Leonard Bernstein è senza dubbio un’innovazione importante. Il lavoro è stato eseguito una volta a Roma, in effetti nello Stato della Città del Vaticano, in versione da concerto e per inviti. A Giovanni Paolo II era stato suggerito da un suo grande amico personale (e grande musicista) Krzysztof Penderecki. Ciò aveva fatto sì che si superassero le ritrosie e le riserve di alcune gerarchie ecclesiastiche americane quando il lavoro debuttò per inaugurare, su suggerimento di Jacqueline Kennedy, nel 1971, il Kennedy Center for Performing Arts che si stende sulla riva destra del Potomac.

Mass viene definito dall’autore “un lavoro teatrale per solisti, e ballerini”. Quindi, coinvolge tutte le masse artistiche del teatro: coro, coro di voci bianche; vari solisti (due baritoni, un mezzo soprano, un basso, vari attori, il corpo di ballo con due coppie di primi ballerini) – è anche un modo per facilitare coesione tra le masse artistiche. A rigore, richiede due orchestre: una principalmente di archi, in buca e una di percussioni, ottoni e strumenti jazz sul palcoscenico. A Roma, erano ambedue nel golfo mistico.

Ho visto e ascoltato Mass nel 1971 (allora vivevo a Washington) e ne costudisco gelosamente l’album con due dischi a 33 giri pubblicato dalla Columbia per l’occasione con Bernstein che dirigeva e un allora giovanissimo Alan Titus nel ruolo del celebrante. Da quell’epoca sono uscite un’altra mezza dozzina di dischi e Mass, pur non accolta bene alla prima esecuzione, è stata ripresa in tutto il mondo.

Il lavoro inizia con un assolo di flauto simile a un uccello che saetta per la sala a significare lo Spirito Santo. La sua nota finale è ripresa da un ragazzo solista del coro. All’inizio tutti gli artisti sono in armonia e d’accordo. Nel corso della “messa”, però, il coro di strada inizia a esprimere dubbi e sospetti sulla necessità di Dio nella loro vita e sul ruolo della messa. Il coro di strada canta con i testi latini fino a quando non colgono una linea che trasforma in una lamentela o in un vanto egoistico; cioè latino: “dona nobis pacem” italiano: “donaci la pace” coro di strada “dacci la pace ORA!”. In questo modo, Bernstein intreccia e contrasta il commento sociale e la preghiera. 

L’amarezza e la rabbia del coro di strada continuano a crescere e rendono più aspra ciascuna delle successive meditazioni. Al culmine emotivo dell’opera, la crescente cacofonia delle lamentele del coro interrompe finalmente l’elevazione del Corpo e del Sangue (il pane e vino). Il celebrante, furioso, scaglia il sacro pane, contenuto in un ornato ostensorio a croce, e il calice del vino, fracassandoli sul pavimento. Gli altri membri del cast crollano a terra come morti mentre il celebrante canta un assolo. Questo assolo fonde l’incredulità del coro con la sua crisi di fede. Si sente esausto e si chiede dove sia finita la forza della sua fede originaria. Alla fine del suo canto, anche lui crolla. Ricomincia un assolo di flauto simile a un uccello (lo Spirito Santo), che saetta qua e là da diversi altoparlanti nella sala, per “posarsi” in una singola nota chiara. Un chierichetto, che era assente durante il conflitto, canta quindi un inno di lode a Dio, “Canta a Dio una canzone semplice”. Questo ripristina la fede dei tre cori, che si uniscono al chierichetto, uno per uno, nel suo inno di lode. Dicono al celebrante “Pax tecum” (La pace sia con te) e terminano con un inno che chiede la benedizione di Dio. Le ultime parole del pezzo sono: “La messa è finita; andate in pace”. Viene mostrata ogni sorta di condizione umana; avidità, lussuria, orgoglio, insicurezza, ecc. Dimostra quanto poco sia cambiata la nostra umanità e, quindi, quanto sia ancora necessaria il rapporto con Dio.

La trama è semplice, e il libretto (di Bernstein) segue in gran misura il canone della messa cattolica. Nel 1971 fece scalpore in quanto vari generi (dalla melodia al jazz) si fondevano nella partitura. Inoltre, l’invito alla pace mentre infuriava la guerra in Vietnam pareva provocatorio proprio per l’inaugurazione del Kennedy Center.

Veniamo alla produzione romana. Misurata la regia di Damiano Michieletto (coadiuvato, come sempre, da Paolo Fantin per le scene, Carla Teti per i costumi, Alessandro Carletti per le luci e Filippo Rossi per i video). Ottimi i cori preparati da Roberto Gabbiani. Molto efficace il corpo di ballo e la coreografia di Sasha Riva e Simone Repele. Tra le voci, spettacolare quella di Markus Werba nel ruolo del celebrante.

Un’ultima notazione. Il teatro alle Terme di Caracalla accoglie 4.000 spettatori. Erano state chiuse le gallerie. Il primo luglio c’erano 2.000 spettatori. Il 3 luglio 1,500. Il 3 luglio alle due ore dello spettacolo si sono aggiunti quasi 15 minuti di applausi. Una chiara indicazione che il pubblico e suoi gusti stanno cambiando.

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