MEDICI vs VACCINO/ È meglio esigere obbedienza o scommettere sulla libertà?

- Salvatore Ritrovato

Alcuni medici critici sul vaccino sono oggetto di procedimento disciplinare. Ma paventare la “irresponsabilità” non apre le porte a una deriva democratica?

vaccino anti-covid scozia
Vaccino Pfizer anti-Covid (LaPresse)

Ha fatto scalpore la notizia che alcuni medici, che si sono espressi in termini critici sull’emergenza Covid e hanno preso posizione contro il vaccino, sono oggetto di procedimento disciplinare. Sospensione, ammenda, forse addirittura radiazione dall’albo. In particolare, nei giorni scorsi, un medico che opera nel torinese, dopo aver postato un video fortemente critico nei confronti del vaccino, è stato sanzionato dalla Usl con un taglio dello stipendio del 20% e addirittura la Procura di Ivrea ha avviato un accertamento per il possibile reato di procurato allarme.

Manifestare liberamente il proprio pensiero può diventare reato? Fatta questa generalizzazione avremmo però detto poco. La ragione per cui un ordine come quello dei medici può procedere nei confronti dei propri membri risiede, a quanto è parso di capire, nella ridefinizione del loro ruolo professionale che è passato da organo “ausiliare” a organo “sussidiario” dello Stato. A dispetto di quanto afferma l’articolo 21 della nostra Costituzione, si preferisce esigere obbedienza anziché raccogliere un’adesione intelligente, come se non ci si fidasse più dei medici. In altre parole, si tratterebbe di una palese violazione dei diritti internazionali dell’uomo che i regimi totalitari o semi-totalitari ignorano senza pudore, e che eccezionalmente, in casi di conclamata emergenza come questa, anche gli Stati democratici possono permettersi di sospendere.

I medici hanno grandi responsabilità nei confronti dei loro pazienti: se uno di loro sostiene che è inutile vaccinarsi, quali possono essere le conseguenze? Personalmente, nessuna. Come essere umano in grado di intendere e di volere, se il medico di base mi dicesse che il Covid non esiste e non serve vaccinarsi, non lo seguirei alla lettera, proverei a informarmi. Se venissi a sapere, però, che il mio medico è stato punito per aver espresso liberamente il suo parere, non mancherei di solidarizzare e di affermare, seguendo il motto di Voltaire (“Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire”), che ne aveva il pieno diritto, così come io ho il diritto di decidere come meglio credo. Mi pare, invece, che chi ha proceduto nei confronti dei medici scettici su Covid o vaccino non creda nell’autonomia di giudizio dei cittadini, anzi li consideri bambini pigri e svogliati che obbediscono stupidamente a tutto.

Ma paventare la “irresponsabilità” dei cittadini non apre le porte a una deriva democratica? Questo spiegherebbe perché l’ipotesi, che pare offensiva, che i cittadini non siano in grado di usare i vantaggi della libera informazione e di arrivare a una posizione consapevole e responsabile, renderebbe necessario l’adozione di una linea a senso unico per chi lavora nella sanità.

La questione è molto intricata, e va al di là del suo ambito specialistico. Può riguardare tutti gli ambiti. Prendiamo gli insegnanti. Dal negazionismo al revisionismo. Il professore di lettere che a un certo punto del programma decide di saltare Leopardi perché gli è antipatico è perseguibile in termini di legge? E quello di filosofia che salta Nietzsche perché è un nichilista? E quello di storia che dice che in fondo Mussolini ha fatto anche delle “cose buone”? Faccende molto delicate, da affrontare e risolvere caso per caso, esempi limiti, ma non inverosimili, anzi già accaduti. La libertà dell’insegnante (come di ogni cittadino e quindi di ogni medico) va salvaguardata a ogni costo purché non sia lesiva della libertà degli altri e fondata su considerazioni interessanti e legittime.

Tuttavia, nell’insegnamento accade qualcosa di più imponderabile: il docente rischia di “plagiare” giovani menti più facilmente di quanto un medico non possa fare con degli adulti che ormai sanno fare le loro scelte. Certo, vi sono dei distinguo: un conto è dire che Sanguineti, scrittore medio, è stato il più grande poeta del Novecento, un conto è negare il genocidio degli ebrei della Seconda guerra mondiale.

Come se ne esce? Basterà richiamare, sospendere e magari licenziare il docente? Quali conseguenze morali e sociali avrà un provvedimento del genere in un paese che si professa “democratico”? Qualcuno sollevando la questione potrebbe proporre una para-militarizzazione degli insegnanti e magari, per rendere loro il compito meno gravoso, prescrivere l’osservanza ossequiosa di un Programma Unico, che formerà gli studenti in maniera asettica, sterilizzando ogni questione da affrontare (dall’imperialismo ateniese alle guerre di religione alla Rivoluzione francese al nazismo, fino all’attentato delle Twin Towers). In nome di che cosa? In nome del politicamente e sessualmente ed etnicamente corretto?

Se insegnare significa lasciare “segni” dentro l’animo di qualcuno, cioè “formare” la sua mente (compito importantissimo, per la società, e mal riconosciuto, in Italia, come si evince dalle classi stipendiali), possiamo dire di essere arrivati a un bivio: o lasciamo il compito di insegnare a una macchina che si limiti a enunciare un’arida e anaffettiva cronaca di fatti (sperando che non sia già abilmente manipolata) o accettiamo il rischio del “fattore umano”, grazie al quale ogni homo sapiens, da migliaia di anni a questa parte, collega eventi e opere per interpretarli e ampliare le proprie conoscenze, in un pensiero sempre più complesso e plurale.

Da un lato, s’intravede una nuova comoda prospettiva “post-umana”, grazie alla quale potremo delegare ogni nostra responsabilità, nel caso di risultati poco soddisfacenti, sul sistema informatico sempre perfettibile; dall’altra, continueremo a percorrere la prospettiva “umana”, magari con l’obiettivo di aprire la tradizione occidentale umanistica al confronto critico e alla simbiosi con altre tradizioni culturali, con le quali oggi concorriamo, liberamente, al miglioramento della specie cui tutti apparteniamo. È un’utopia?

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