MEETING/ Sguardo, cura, compassione: ricostruire l’uomo

- Francesco Botturi

“La fiducia come bene sociale e la relazione di cura”: ne parla oggi l’autore al Meeting di Rimini. L’anticipazione

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Veglia per le vittime della strage di El Paso (LaPresse)

1. La questione della fiducia si pone con evidente urgenza, perché la sfiducia attraversa oggi l’intero mondo delle relazioni, intersoggettive, sociali, economiche, politiche, istituzionali, internazionali. La sfiducia corrode le risorse umane e la loro capacità di risposta ai bisogni ed è quindi essenzialmente antisociale.

2. Molti fattori storici, culturali e sociali concorrono ad accrescere degli atteggiamenti di sfiducia; ma certamente il fattore più influente e più insidioso è quello dell’individualismo, il cui nucleo essenziale non consiste nel sottovalutare l’importanza delle relazioni, ma un certo rapporto tra l’identità umana del singolo e le sue relazioni come rapporto di pura fattualità, di estraneità, di praticità, di sola funzionalità, ecc.

L’individualista non supera la valutazione di utilità/convenienza o di disutilità/sconvenienza delle relazioni, dalle quali comunque non si attende nulla di essenziale per la sua identità umana, che è un tutto già costituito e autonomo. L’individualismo cura le relazioni, ma non se ne prende cura e dà luogo a una socialità costituita da soggetti asociali, che perciò non può contare sulla fiducia e la solidarietà dei suoi membri (ma su procedure “oggettive” e misure coercitive).

3. La società, invece, ha bisogno di un’idea di fiducia come elemento costitutivo del sociale. Fiducia significa il poter riporre una aspettativa di beneficio da parte dell’altro soggetto, tale per cui divenga o permanga ragionevole rendere stabile un certo rapporto coll’altro, e in specie quello basilare della con-vivenza sociale. In tal modo la fiducia interviene a far essere la relazione sociale, che a sua volta la rigenera. La massima profondità a questa prospettiva è l’idea che vi sia un tipo di fiducia o, meglio, un certo bisogno di fiducia che connette dall’interno i soggetti.

Chiamiamo riconoscimento quel nesso interno tra soggetti derivato dal fatto che l’umano è dotato di uno sguardo così ampio che non può prendere coscienza di sé e strutturarsi senza incontrare lo sguardo di un’altro essere umano in cui potersi appunto riconoscere: lo sguardo umano di cui ogni singolo soggetto ha bisogno ha l’effetto di attivare le sue capacità e la sua umanità e di permettergli di giungere a se stesso. 

4. Dare e ricevere riconoscimento non sono atti automatici, ma atti che solo la libertà può compiere sensatamente. L’uno viene realmente riconosciuto solo se alla sua libertà si rivolge l’attenzione e gli è offerta l’ospitalità da parte della libertà dell’altro attraverso gesti, intenzioni, iniziative, ecc.

Tutto questo non avviene solo all’inizio (paradigmatico) dell’esistenza umana, ma si riproduce in vario modo e misura lungo tutta l’esistenza personale e sociale. Il sociale è fatto di segni di riconoscimento, che letteralmente lo fanno esistere. Questo è l’ideale del riconoscimento, che è straordinariamente importante, prodigiosamente difficile, eppure indispensabile, a prezzo di regredire a un funzionalismo delle relazioni che accresce enormemente il potere delle strutture anonime (e relativi poteri), dissipa l’umanità della convivenza e dissolve la società civile, come sta avvenendo.

5. La relazione di cura appartiene all’universo del riconoscimento tra gli uomini, perché l’ospitalità che questo comporta include anche ed essenzialmente il prender-si cura, cioè l’aver cura dell’altro come qualcosa che mi riguarda. Ma, se la relazione umana è sempre anche relazione di riconoscimento, allora il riconoscere è anche doveroso, perché risponde appunto a un bisogno primario a cui è dovuta una risposta. Le due principali dimensioni etiche del riconoscimento e con esso della cura sono la “compassione”, in quanto impegno morale nei confronti della comune condizione di bisogno fondamentale, e il lavoro sulla relazione, in quanto modulazione della relazione secondo le circostanze e le sue esigenze.

Il primato della mentalità tecnologica facilita la persuasione del terapeuta o dell’operatore sociale di essere pienamente adeguati alla loro funzione nella misura in cui agiscono esclusivamente in conformità del ruolo che assegna loro la competenza scientifico-tecnica secondo le sue regole di efficienza, di organizzazione, di aggiornamento, ecc. È chiaro che in un simile vissuto il rapporto umano diventa l’appendice di un operare secondo regole oggettive, che possono tener in conto il rapporto intersoggettivo come condizione di maggior efficienza, ma non come elemento indispensabile alla sua competenza.

“La fiducia come bene sociale e la relazione di cura”. Al Meeting di Rimini, 18 agosto ore 19

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