MERCATI & QUIRINALE/ I veri interessi dietro il pressing per Draghi al Colle

- Paolo Annoni

Qualsiasi problema finanziario italiano avrebbe come scenario un’Ue più divisa. Anche per questo i mercati vorrebbero Draghi al Quirinale

Quote Presidente della Repubblica
Mario Draghi, presidente del Consiglio (LaPresse)

Ieri il Financial Times ha spiegato ai propri lettori, riservando un’intera pagina, quali sarebbero le implicazioni per l’Italia se l’attuale presidente del Consiglio, Mario Draghi, non diventasse presidente della Repubblica. Le considerazioni politiche non sono particolarmente diverse da quelle che si leggono in Italia; la mancata nomina avrebbe ripercussioni sul Governo attuale e lascerebbe Draghi in una posizione che è molto più instabile rispetto a quella di presidente della Repubblica. Quello che è meno scontato è la sottolineatura sull'”enorme” debito pubblico italiano e sul processo di integrazione europea; in particolare, in caso di “volatilità politica” in Italia si porrebbero dubbi sulle “riforme” e quindi sulla sostenibilità del debito italiano. 

Qualsiasi tensione tra l’Italia e la sua banca centrale, la Bce, avrebbe conseguenze per lo “spread” perché il processo di integrazione europeo non è completo. L’esplosione del debito pubblico italiano degli ultimi due anni, 2021 incluso, è stata permessa, così si poteva leggere sui quotidiani, per le migliori prospettive di crescita. La “crescita” italiana è frutto di un contesto internazionale che nel 2021 è stato caratterizzato dalle riaperture e poi da tanta spesa pubblica; la crisi energetica è esplosa solo nell’ultimo trimestre dell’anno. Sono condizioni che potrebbero non ripresentarsi nel 2022: la crisi energetica sta scavando solchi nel tessuto produttivo; l’inflazione mangia il potere di acquisto delle famiglie e colpisce i consumi e il 2022 si è aperto con una crisi geopolitica grave che ha conseguenze anche per l’economia globale e il commercio. Se non c’è la crescita rimane il debito e il rapporto tra Italia e Europa non è quello del 2008 per una questione di evoluzione della sovranità sostanziale la cui storia richiederebbe un paio di libri.

C’è un secondo fronte. È lecito nutrire qualche dubbio sul “processo di integrazione europea”. A febbraio-marzo 2020 quando scoppiava la pandemia l’Italia si trovava con i confini bloccati e la merce, ordinata e pagata, bloccata dai partner europei. Oggi ogni Stato ha le sue regole in termini di quarantena, obblighi o non obblighi vaccinali, green pass e così via. La crisi energetica ha conseguenze molto diverse nei singoli Paesi europei; è una diversità molto accentuata rispetto, per esempio, a quella che c’è tra gli Stati americani; un Paese in cui comunque, causa lingua comune, ci si può spostare liberamente. I problemi con la Russia non stanno unendo l’Europa. Altrimenti non si spiegherebbe, per esempio, perché il Wall Street Journal decida di dedicare articoli sull’approccio divergente della Germania rispetto alla Nato e al resto d’Europa. Qualsiasi problema finanziario italiano avrebbe come scenario un’unione più divisa, con interessi divergenti. I rapporti bilaterali tra Germania e Francia che, ci dicevano, erano il perno dell’Unione vengono smontati mese dopo mese, per esempio, nel settore della difesa.

Siamo abbastanza vecchi per ricordare i report di prestigiose banche d’affari internazionali che durante la crisi dei debiti sovrani spiegavano i pro e i contro, per l’Italia, di un’uscita dall’euro- Più recentemente è stato il responsabile dell’asset allocation di HSBC a spiegare dalle colonne di Bloomberg che l’Italia potrebbe essere tentata dalla prospettiva di ristrutturare il proprio debito facendo pagare i creditori. 

Per avere la prospettiva giusta è obbligatorio leggere anche quello che si scrive fuori dall’Italia e fuori dall’Europa. Le sfide economiche e geopolitiche sono molto impegnative e, in Europa, arrivano in uno scenario molto particolare dal punto di vista dell’integrazione europea. Anche una conclusione positiva richiede grande “coesione”. Non si percepiscono grandi sentimenti per l’integrazione europea e questo significa, come minimo, che nessuno si fida e che non ci sono “liberalità”. 

I “mercati” a cui, ovviamente, interessa meno di niente dell’Italia e dei suoi abitanti, leggono tutto questo e prezzano i rischi di cui in Italia si è smesso di parlare per una singolare mistica sull’integrazione europea. L’amore dei mercati per Draghi si può comprendere solo avendo presente queste premesse.

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