“Meritocrazia, far fruttare doni ricevuti”/ Repole (teologo): “una Grazia ci precede”

- Niccolò Magnani

Lo sguardo della teologia sul tema centrale della meritocrazia nella nuova società post-pandemia: il teologo Repole, “c’è sempre una Grazia che ci precede”

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LaPresse

In una società dove spesso la competenza e il merito non vengono propriamente “premiate” la pandemia da Covid-19 ha certamente riacceso la necessità e l’urgenza – quantomeno in ambito sanitario-medico – di ristabilire cosa e chi è competente. Non solo, con la crisi economica e lavorativa, ancora di più siamo chiamati tutti oggi a non dare per scontato nulla delle singole professioni e del valore intrinseco che esse richiedono ogni giorno: in questo senso, illuminante è l’editoriale apparso ieri sull’Avvenire del teologo torinese Don Roberto Repole, docente di Teologia sistematica presso la Facoltà Teologica dell’Italia settentrionale (Sezione di Torino) presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose e anche Presidente dell’Associazione Teologica Italiana.

Il tema della meritocrazia, sotto un profilo morale e teologico, non può essere “staccato” da quanto si dice e si ode oggigiorno sul rapporto tra merito e lavoro: «all’origine c’è una grazia immeritata, un dono, così radicale da essere a fondamento del nostro stesso essere ed esistere di uomini. Siamoin forza di un dono gratuito», scrive il teologo facendo riferimento all’essenza cristiana della dimensione personale. Non solo, citando Rahner lo stesso teologo Repole arriva alla radicale novità del cristianesimo nella storia dell’umanità: «l’uomo – ogni uomo – è il possibile fratello di Gesù Cristo. Pensarci come voluti a motivo del fuoriuscire gratuito di Dio in Gesù Cristo, ci fa percepire come legati da un vincolo ugualmente gratuito a Dio e a tutti gli altri uomini, nostri fratelli».

LA MERITOCRAZIA E LA GRAZIA

In questo senso occorre per la teologia cristiana implicarsi per un ripensamento dell’idea stessa di meritocrazia: «nessuno, che abbia a cuore l’esistenza stessa di una società, potrebbe auspicare che a governare una città, una regione o una nazione ci siano persone inadatte e incuranti del bene comune», spiega Don Repole, facendo sempre sull’Avvenire diversi altri esempi di “pretese meritocrazie” che oggi rivendichiamo, dalla scuola fino alla sanità. Ecco, occorre però evitare il rischio opposto ovvero quello di formare una “ideologia” meritocratica che si contrappone specie negli ultimi mesi all’antitetica visione “tutti possono fare tutto indistintamente”: «attenzione a ritenere che le competenze e il ruolo assunto siano il semplice risultato di meriti ottenuti, con tutte le conseguenze che questo comporta: come la separazione tra esseri umani che sarebbero meritevoli ed altri che sarebbero invece immeritevoli, a tutti i livelli della vita sociale». Per il teologo occorre proprio prestare attenzione all’idea perversa che, per il bene di una società, «alcuni ruoli sarebbero centrali e altri meno e, più radicalmente, alcune persone avrebbero un valore mentre altre no. Quanto non rende ragione della realtà è il mito, tipico di certa modernità avanzata, dell’uomo che si è fatto o che si fa da sé». È uno nuovo sguardo “teologico” che può dare nuova forza e linfa alla necessaria meritocrazia: «c’è sempre una Grazia che ci precede». Attenzione, questo non significa certo “eliminare” ogni merito per lasciare spazio alla “libertà” del singolo: occorre semmai “imitare” quanto già il Concilio di Trento della Chiesa fece in dialogo con la Riforma protestante, «serve una risposta libera ad una grazia, che è sempre antecedente, più radicale e che addirittura sollecita una cooperazione; e nel senso, dunque, della sinergia con cui l’uomo fa fruttificare, investendo la sua libertà, i doni che incessantemente riceve e lo fanno esistere. Quanto ciascuno riceve, a cominciare dalla vita, è realmente gratuito e immeritato. Ciò non toglie che si tratti di una gratuità che invoca una libertà che vi corrisponda ed implichi il concorso del soggetto per compiersi».



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