MICHAEL KIWANUKA/ “Sono nero e ne sono orgoglioso”: l’identità ritrovata

- Paolo Vites

A sorpresa arriva il più bel disco di black music da decenni a questa parte, un viaggio nell’autodeterminazione razziale

kiwanuka Shot Credit Olivia Rose
Foto di Olivia Rose

Se avete amato personaggi come il leggendario Sugar Man, Sixto Rodriguez; se avete amato la black music prima che si riducesse nell’attuale pantano del pseudo hip hop un tanto al chilo; se avete amato il soul più intimo e allo stesso tempo sperimentale di Curtis Mayfield o Gil Scott-Heron, questo è il disco per voi.

Arrivato al suo terzo lavoro, l’inglese di origini ugandesi Michael Kiwanuka produce il suo capolavoro. Sembra impossibile che un disco del genere esca nel 2019, nel gran deserto musicale che ci avvolge. Intitolato con il suo cognome, è una sorta di Sgt. Pepper della black music, tanto è ricco di invenzioni, di sperimentalismo, ma soprattutto di grandi canzoni. Concept album pensato come una unica lunga suite, intervallata a volte da interludi strumentali, contiene le più eccitanti intuizioni prodotte nel momento migliore della black music, la fine dei 60 e l’inizio dei 70: da Sly Stone a Marvin Gaye, dal Philly Sound ai prodomi della disco, dal funk al gospel, dalla psichedelia al folk-jazz alla Terry Callier, qua dentro c’è una enciclopedia della musica. Perché non mancano poi le orchestrazioni alla Van Morrison e le visioni cosmiche pinkfloydiane. E ci sono canzoni bellissime e una voce altrettanto bella, ricca di purissimo soul.

Un disco che si apre con una dichiarazione di intenti, che è quella che sta dietro a tutte le canzoni dell’album, l’orgoglio della appartenenza e dell’autodeterminazione. Un sottofondo di tamburi africani, poi un campionamento dance che spiazza e infine parte il brano vero e proprio, una ritmata ballata soul dal suono vintage, You ain’t the problem. “If you don’t belong, you’re not the problem… don’t hesitate time heals the pain you ain’t the problem”: un incoraggiamento a prendere coscienza di sé stessi, della propria razza e cultura, per non affogare nel mare di conformismo che è questo mondo moderno. La stessa invocazione che lanciava decenni fa, con un grido di rabbia, James Brown: “I’m black and I’m proud”. Quasi senza respiro parte la traccia successiva, Rolling, e siamo nel R&B più vibrante, con una chitarra elettrica di matrice psichedelica a colorare i confini. E quindi si vola avanti, senza sosta e impossibilitati a staccarsi dall’ascolto: The Kind Of Love è  una ballata soul avvolgente, con tocchi minimali di pianoforte e archi di grande respiro. Proprio l’uso degli archi, insieme ai sontuosi cori femminili che ricordano l’Elvis più gospel e drammatico, sono la carta vincente del disco, come ad esempio in Living in Denial. Danno profondità, respiro, allargano la panoramica sonora portando l’ascoltatore in atmosfere dal grande respiro spirituale.

Il pezzo forte del disco è naturalmente Hero, suddivisa in due parti. Una prima sofferta e dolente, una seconda spumeggiante con un riff di chitarra che colpisce ai fianchi, alza il tiro e lancia strali psichedelici verso il cielo. Siamo negli anni 70 delle black panther, della Blaxploitation, nei ghetti di Chicago in fiamme: “I won’t change my name no  matter what they call me”. La canzone non a caso è ispirata dall’attivista delle Black Panther Fred Hampton ucciso dalla polizia nel 1969.

Si viaggia in queste dimensioni per tutto il disco, per arrivare a un finale soffuso e intimo. Solid Ground è soul purissimo con tocchi di chitarra folk e Light prelude a chissà quali prossime avventure sonore del giovane cantante. Produzione da urlo da parte dei bravissimi Danger Mouse e Inflo per un disco che stacca sulla distanza ogni altra prova degli ultimi anni in qualunque genere musicale.


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