Michele Santoro perde causa con Voce di Romagna/ Appello “Non fu diffamazione dire…”

- Emanuela Longo

Michele Santoro perde anche in Appello la causa per diffamazione con il quotidiano La Voce di Romagna, le motivazioni della sentenza

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Michele Santoro

Per la Corte d’Appello di Bologna non ci fu alcuna diffamazione da parte de La Voce di Romagna contro il giornalista Michele Santoro. E’ questa la decisione resa nota dal portale Dagospia rispetto ad una causa in corso ormai da anni e che aveva visto Santoro perdere anche in primo grado. Stando a quanto riportato dal portale di Roberto D’Agostino, la Corte bolognese avrebbe riconosciuto la “sostanziale veridicità dei rapporti personali tra Santoro e un imprenditore di Rimini”. Tutto avrebbe preso il via nel 2006, quando in una puntata di Annozero il giornalista avrebbe attaccato gli imprenditori romagnoli con conti a San Marino. A quel punto il quotidiano La Voce di Romagna aveva replicato facendo in qualche il modo il ‘verso’ all’allora volto di Annozero ed aveva tirato in ballo, tra i furbetti da lui citati in trasmissione, proprio il conduttore e giornalista domandandosi come mai Santoro non avesse rivelato di essere lui stesso imparentato (attraverso la moglie Sanya Podgayansky) con un noto uomo d’affari della zona “con ottimi rapporti con San Marino”, come scriveva Il Giornale in un articolo dell’8 luglio 2010. Il conduttore aveva così preso molto male la provocazione citando in giudizio l’editore ed il direttore del quotidiano.

MICHELE SANTORO PERDE IN APPELLO CON LA VOCE DI ROMAGNA

Nella causa indetta da Michele Santoro per diffamazione contro il quotidiano La Voce di Romagna il giornalista aveva avanzato una richiesta di risarcimento danni milionaria, pari esattamente a 6 milioni e 200mila euro. Oggi Dagospia ha riportato le motivazioni della decisione della Corte d’Appello di Bologna: “Il Tribunale escludeva che potesse ravvisarsi negli scritti in questione alcuna offesa nei confronti della Podgaysky (moglie di Michele Santoro, ndr) completamente estranea all’attività del marito, non venendo a lei riferite condotte professionalmente riprovevoli”, si legge. Ed ancora, scrivono i giudici della Corte d’Appello di Bologna che “l’affermazione del quotidiano che male si sarebbe comportato il Santoro rivolgendo indiscriminatamente e senza contraddittorio gravi accuse generalizzate e indiscriminate all’imprenditoria riminese (critica astrattamente legittima), in mala fede tacendo (offesa) di avere lui stesso stretti rapporti personali con quella stessa imprenditoria, viene ad essere scriminato dalla sostanziale veridicità dell’esistenza di detti rapporti personali con un importante e facoltoso imprenditore della stessa Rimini (fatto sostanzialmente vero)”. Infine, conclude il testo delle motivazioni, “Che poi il Santoro sarebbe stato tenuto ad esplicitare, nella trasmissione da lui condotta, l’esistenza di tali suoi rapporti personali è semplicemente l’opinione che il giornale ha sostenuto e che aveva il diritto di esprimere liberamente, e della quale non vi è ragione di accertare la bontà o meno”.



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