La Cassazione boccia la Procura su Manfredi Catella, i funzionari fuggono dall’Urbanistica: Milano non sa più come costruire il suo futuro
È di ieri la notizia che la Cassazione ha respinto il ricorso della Procura di Milano contro la scarcerazione del CEO di Coima Manfredi Catella. Pochi giorni fa il Comune di Milano ha approvato la variante parziale al Piano delle Regole del vigente PGT, relativa al cosiddetto “Pirellino”. La delibera di Giunta, che dovrà passare in Consiglio per l’approvazione definitiva, si era resa necessaria a seguito della sentenza del Consiglio di Stato del 2023 che aveva dato ragione a Coima e torto al Comune. Catella dunque incassa due successi, uno personale e uno aziendale che gli dovrebbe consentire di far ripartire in tempi relativamente brevi il cantiere fermo da oltre due anni.
Il quadro generale resta però incerto. Tra inchieste giudiziarie che si sgonfiano come soufflé e vendita (o svendita?) di San Siro, non c’è dubbio che l’urbanistica tenga banco a Milano. In primo piano il dramma delle 4.500 famiglie che rivendicano rumorosamente i loro diritti di promissari acquirenti: le chiamano le “famiglie sospese” e sono i veri danneggiati da questo pasticcio.
C’è chi ha già pagato per intero un immobile che forse non verrà mai costruito, altri che sono abusivi a casa loro perché il palazzo è sotto sequestro giudiziario, altri che guardano mestamente uno scheletro di cemento e si chiedono se mai potranno entrare in casa.
Sullo sfondo c’è una battaglia politica all’arma bianca i cui fronti però non sono ben chiari: le sinistre estreme schierate con la Procura chiedono l’abbattimento dei palazzi costruiti con la SCIA. Le opposizioni (Forza Italia in testa) spingono per una sanatoria nazionale (“ci vuole un commissario ad acta” dice la ex sindaca Moratti). E il Pd? E Sala? Difficile capire da che parte stiano. Il Pd aveva votato il cosiddetto ”Salva Milano” alla Camera salvo poi fare marcia indietro al Senato.
Nell’amministrazione meneghina continua, dunque, a regnare il caos: uffici chiusi al pubblico, telefoni che squillano a vuoto, paura anche solo a rispondere a una mail. “Su 70 domande di mobilità per venire in Regione – confida l’assessore al Territorio del Pirellone Gianluca Comazzi – 65 sono di funzionari dell’urbanistica milanese. Stanno scappando tutti e intanto la città è bloccata”.

Questa la fotografia dell’attualità, ma il disastro ha radici antiche. “Manca da anni una visione unitaria della città che tenga insieme innovazione, sviluppo e legalità. Certo non si può affrontare una trasformazione epocale di Milano da città manifatturiera a destinazione internazionale del leisure con strumenti urbanistici vecchi, con un PGT che nella sua concezione risale ancora all’epoca Pisapia e una legge regionale sulla rigenerazione urbana (la 12/2005, ndr) che ha vent’anni”.
È il grido di dolore emerso da un seminario sul ruolo degli urban center nella riprogettazione urbana promosso da Avanzi, incubatore di imprese e luogo di sperimentazione sociale vicino (non solo fisicamente) al Politecnico, con il contributo di Fondazione Bassetti.
“L’urbanistica è profezia – ha detto nel suo intervento Piero Bassetti –, cioè capacità di intercettare l’innovazione sociale e di prefigurare la città del domani. Ma oggi non ci sono più luoghi dove far emergere questi contributi. L’urban center era un ambito dove l’accademia incontrava la città, i comitati, i corpi intermedi. Oggi ognuno va per la sua strada e la politica non ha suggeritori, è abbandonata a se stessa senza più agganci con la città reale“.
Molti gli interventi di docenti del Politecnico, di sperimentatori urbani, di rappresentanti di comitati come quello di Via Padova che hanno invocato il ripristino di un luogo “neutro” dove immaginare forme nuove dell’abitare, un uso diverso degli spazi recuperati dalle attività industriali dismesse, regole nuove del costruire che tengano insieme la spinta all’innovazione e la domanda di immobili a basso costo per evitare l’espulsione del ceto medio dalla città e garantire per quanto possibile la conservazione del tessuto di relazioni sociali e di solidarietà proprio delle periferie milanesi.
Non un compito facile, eppure doveroso, sia per chi fa politica sia per chi fa impresa in questa filiera. Del resto le forme dell’abitare sono il primo antidoto alla “disaffiliazione”, come l’ha definita recentemente il sociologo Mauro Magatti, ovvero la tendenza alla rarefazione delle interazioni fisiche tra le persone a vantaggio di quelle virtuali, premessa per l’isolamento, l’individualismo e la sfiducia che sembrano la cifra dominante della nostra epoca. Una tendenza da invertire ad ogni costo.
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