MILANO SOLIDALE / 4. Nel secolo dell’Illuminismo la nascita della “città del buon cuore”

Lo sviluppo sociale della città meneghina durante il secolo dei lumi è messo, in moto, spiega PAOLA VISMARA, dall’esperienza religiosa dei suoi abitanti

28.10.2010 - Paola Vismara
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C’è, nella storia, qualche elemento utile per valutare le caratteristiche di “apertura” della società lombarda di un tempo, e in particolare di quella milanese? Interrogare il passato serve a comprendere meglio l’attualità, a coglierne le potenzialità e le sfumature. Si può fare qualche sottolineatura importante per quanto riguarda il Settecento. Infatti, nonostante i problemi e le fratture causate dagli eventi tra la fine del secolo e gli inizi dell’Ottocento, vi sono anche elementi di continuità molto forti, che trasmettono all’età contemporanea alcuni valori.

In quell’epoca gli aspetti religiosi, sociali e politici erano strettamente legati. Per questo è meglio non lasciare sullo sfondo nemmeno la religione. Essa si presentava come una “religione civile”, impegnata nella realtà: non sta nei deserti o nei chiostri, ma si realizza nella vita di ogni giorno. Dunque occorreva in primo luogo compiere i doveri inerenti alla propria condizione: di artigiano, di contadino, di mercante, di madre di famiglia. Si ha, in sostanza, un’apologia dell’impegno quotidiano, come scriveva poeticamente il grande poeta milanese Carlo Maria Maggi: «Non fa santo l’oprar cose eccellenti, ma far l’obbligo suo eccellentemente».

Ciò che è considerato come “obbligo” si connota sia nel lavoro, sia nelle attività collaterali. Sull’educazione dei giovani, per esempio, si puntava moltissimo: essa comprendeva anche, nel tempo libero, l’attività di soccorso a chi ne ha bisogno: il povero, l’indigente, ma anche il malato. La Ca’ Granda – significativo nome dell’ospedale milanese oggi sede dell’Università – era la meta privilegiata di queste forme di apertura all’altro. La battaglia contro l’ozio e la “poltroneria”, condotta da molti ecclesiastici, era un invito a compiere il proprio dovere e al tempo stesso un richiamo a non trascurare le esigenze degli altri.

Impegno personale, azione socio-caritativa e religiosità dunque si integravano e si fondevano. Un caso noto è quello di una donna, Maria Gaetana Agnesi, illustre matematica, autrice di un’operetta dal significativo titolo Cielo mistico, esempio di dedizione nella cura degli infermi. Il ruolo delle realizzazioni concrete e dell’espressione sociale nell’attenzione ai più deboli è del tutto evidente.

In altre città lombarde il fenomeno è palese, manifestandosi in qualche caso attraverso iniziative segnate da un’innovazione profonda. Così – per fare un esempio non milanese – , a Bergamo, alla fine del Settecento per opera del padre Luigi Mozzi si ha l’apertura di scuole serali per i giovani di modesta condizione, altrimenti esclusi dall’istruzione che sarebbe rimasta appannaggio di chi si trovava in migliori condizioni sociali.

Agli inizi dell’Ottocento, si moltiplicano le iniziative. Le nuove congregazioni religiose hanno una specifica fisionomia in cui, anche per le donne da secoli abituate alla casa o al chiostro, si ha un positivo inserimento in una realtà sociale nella quale emergono molteplici bisogni, per l’educazione, per l’assistenza… Un punto rilevantissimo è la centralità data al lavoro: soccorrere i ragazzi vuol dire soprattutto insegnare loro un lavoro che permetta una dignitosa condizione di vita. Ma è la persona intera che in tal modo si vuole formare.

L’operosità lombarda ha dunque radici remote, che configurano un modo complessivo di essere, non soltanto un fare. In ciò non solo gli uomini, ma anche le donne e i giovani sono protagonisti.

Milano, val la pena di sottolinearlo, godeva da tempo di buona fama anche come città aperta ai “forestieri”, a chi proveniva da altri Stati – generalmente della penisola, allora frantumata in numerosi piccoli Stati spesso in conflitto tra di loro. Negli ultimissimi anni del Seicento, giungendo a Milano per un soggiorno di lavoro e di studio durato circa cinque anni, un personaggio famosissimo, Lodovico Antonio Muratori, coglieva queste caratteristiche. Ne parla in una lettera autobiografica destinata alla pubblicazione, definendo Milano come la “città del buon cuore”.

Operosità, apertura all’altro, attenzione ai più deboli: queste sono le inclinazioni che la Milano moderna ha trasmesso a quella contemporanea.

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