IDEE/ Chi l’ha detto che gli imprenditori “sociali” non producono ricchezza?

- Giorgio Fiorentini

“Il più bel lavoro del mondo”: un concorso per nuovi imprenditori sociali

ImpresaSocialeManagerR400

A Milano la non profit Make a Change organizza la finale del concorso “Il più bel lavoro del mondo” per nuovi imprenditori sociali. Quattro progetti in finale valutati da una giuria composta da sei imprenditori profit che credono non solo nella responsabilità sociale d’impresa, ma anche in una nuova categoria di imprenditori sociali. Anche questo è integrazione fra profit e non profit, fra economico e sociale. I progetti da valutare hanno come aree di “social business” la valorizzazione di prodotti agricoli dei campi vicino ai luoghi di distribuzione e consumo (filiera corta e Km0) e l’offerta organizzata di lavoro alle madri di minori maltrattati.

E ancora la produzione e vendita di modelli e prodotti di arredamento sociale ed ecosostenibile (per esempio letti-materasso anche per i “barboni”) e la capacità di offrire servizi a domicilio, in grandi città, a persone anziane e con forte difficoltà motorie. Tutti e quattro i progetti rigorosamente con un “business plan” che dimostra la sostenibilità economica e finanziaria con una formula imprenditoriale non profit e con un indispensabile profitto da ottenere e da reinvestire senza essere distribuito. E vinca il migliore! C’è un’avanguardia economica e culturale cosciente del fatto che bisogna cambiare passo e offrire opportunità all’imprenditorialità sociale intesa come l’insieme integrato di valori sociali e valore economico-gestionale.

Essere imprenditori sociali vuol dire raggiungere la sacralità dei fini gestendo il valore profano degli strumenti di management. In questo modo essi assumono maggiore senso ed efficacia per sviluppare la ricchezza sociale ed economica del nostro sistema paese. ”El coeur in man“ milanese si fa impresa arricchendo il capitale sociale della città e della nazione. Con fatica ma con determinazione e perseveranza si sviluppa il settore delle imprese sociali non profit.

E il saldo occupazionale è dell’1% in positivo con circa 360.000 dipendenti del settore delle imprese sociali non profit (in una concezione più allargata e comprendendo anche la cooperazione in generale,esso raggiunge la dimensione circa 750.00 occupati). Così recita il rapporto Excelsior 2010 che sottolinea, invece, la depressione occupazionale dell’1,5% intesa come media generale del sistema economico tradizionale. Eppure di questi risultati ne parlano in pochi non riconoscendo il valore reale e neanche quello simbolico.

Questo trend è ormai verificabile da qualche anno e sospetto che si attenda qualche ridimensionamento dei dati positivi per poter dare fiato ad una valutazione negativa del settore delle imprese sociali non profit. Con la rilevazione di questi dati positivi si sarebbero scritte molte colonne sui media di grande tiratura: ma ciò non avviene. Neanche il governo, che ha indubbiamente altre preoccupazioni mediatiche, ha comunque saputo sfruttare questa opportunità non propagandistica.

C’è un filo rosso fra Make a Change e il dato positivo occupazionale: è il riconoscimento che la formula imprenditoriale dell’impresa sociale non profit è vincente perché concilia il valore economico con quello sociale,la massimizzazione relativa dei profitti con il dinamismo del reivestimento nell’impresa sociale stessa,degli utili raggiunti. Tutto ciò avviene nella consapevolezza che senza sussidiarietà orizzontale il sistema rischia di non avere più un welfare stabile e condizione per lo sviluppo economico e finanziario. ”Per aspera ad astra”!



© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori