PROTAGONISTI/ Alda Merini, dolore e mistero della “poetessa dei navigli”

- Laura Cioni

A un anno dalla scomparsa, LAURA CIONI ricorda la poetessa dei Navigli, la sua vita feconda di opere e amore, verso l’umanità anche più piccola, “che sente palpitare in sé tutte le stelle”

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Poco più di un anno è trascorso dalla morte di Alda Merini, scomparsa nella festa di Ognissanti 2009. La sua figura robusta, l’eterna sigaretta, la parola arguta  sono diventate più famigliari anche  al grande pubblico e più nota la vasta produzione poetica di una vita feconda di opere e di amore.
Due liriche  possono  rappresentare con efficacia il mondo della “poetessa dei navigli” e pur con temi diversi hanno in comune la stessa carnalità: la prima evoca la natura della poesia:

Le più belle poesie
si scrivono sopra le pietre
coi ginocchi piagati
e le menti aguzzate dal mistero.
Le più belle poesie si scrivono
davanti a un altare vuoto,
accerchiati da agenti
della divina follia.

La seconda è un silenzio davanti al mistero della maternità:

Un punto è l’embrione
un secolo di vita
che ascolta l’universo
la memoria del mondo
fin dalla creazione.
L’uomo che nascerà
è un’eco del Signore
e sente palpitare in sé
tutte le stelle.

Meno conosciute forse le prose di Alda Merini. Tra queste ha un posto particolare L’altra verità. Diario di una diversa, pubblicato dapprima da Scheiwiller nel 1986, poi in una nuova edizione da Rizzoli nel 1997, con la prefazione di Giorgio Manganelli, legato alla poetessa fin dalle sue prime prove di esordiente. Nata a Milano nel 1931, ella rivela giovanissima il suo talento ed entra ben presto in contatto con alcune personalità del mondo culturale milanese, tra le quali spiccano i nomi di Padre Turoldo, Maria Corti, Vanni Scheiwiller, Quasimodo. La prima raccolta di poesie esce nel 1953, anno in cui la Merini si sposa.

Dopo la nascita di due delle quattro figlie, nel 1965 ha inizio  la malattia mentale che costringe la poetessa al ricovero nell’ospedale psichiatrico Paolo Pini, fino al 1972 e a tratti anche oltre. Proprio a questa dolorosa esperienza è dedicato il resoconto realistico e lirico insieme della sua vita nel manicomio. E’ un racconto toccante, fatto di solitudine e di incomprensione, di violenza e di affetti. Chi abbia dimestichezza con romanzi e film riguardanti la malattia mentale e le terapie con cui si tenta di curarla, può riconoscere, accanto a tanti episodi noti, anche il timbro personale di Alda Merini, di una donna capace di donare amore, perché lei stessa ne avverte il bisogno spesso lancinante, come in questa pagina:

Aldo era il mio coccolone, malgrado il sue metro e ottanta di altezza. Stava dietro il reticolato uomini, aspettando che io passassi. Poi mi chiamava: “Aldina, Aldina. Sono qui”.                            Io volavo letteralmente da lui, e lui con un affettuoso abbraccio mi sollevava da terra e mi faceva fare una giravolta, incurante degli spini del reticolato. Poi mi poneva a terra e mi guardava a lungo.                                                                                                                                                     “Somigli a mia moglie”, diceva sempre.
E io, allora, mettevo la mia mano in tasca e ne cavavo tre sigarette che lui portava avidamente alle labbra tutte insieme. Povero caro Aldo! Una volta uscimmo insieme. Lo lasciarono venire fuori dal reticolato e insieme andammo a sedere su un prato. Lui non parlò mai. Guardava a lungo il cielo con un nontiscordardimè tra le labbra. Io stavo zitta, e pensavo, a tratti, che in lui avrebbe potuto ridestarsi l’uomo.
Ma ero pronta anche a questo. Invece dopo due ore di silenzio si alzò; si pulì i calzoni; mi prese in braccio e disse: “Sai a che ho pensato, Aldina, in tutto questo tempo? Alle mie figliolette”. In quel momento lo abbandonai per correre a piangere nel mio reparto.


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