J’ACCUSE/ Devi perdere il treno? Lo slalom tra i salami lo offre la Stazione Centrale…

- Gianni Gambarotta

Chi serve la “nuova” Stazione Centrale? Il parere di GIANNI GAMBAROTTA

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Passeggiando per le vie di Milano (Imagoeconomica)

Che cosa volete la mattina verso le sette quando correte a perdifiato per prendere il treno? Volete non trovare traffico, se siete in taxi; volete che la metropolitana o l’autobus non siano in ritardo. E soprattutto volete, una volta arrivati in stazione, avere accesso immediato al treno: avete già comprato il biglietto on line, non vi resta che dare una rapida occhiata al tabellone delle partenze, individuare il binario del vostro treno e saltarci su prima che si metta in marcia. Ed è fatta.

Semplice no? È quanto qualsiasi viaggiatore in qualsiasi città del mondo desidera. Legittimamente. Ed è quanto qualsiasi viaggiatore in qualsiasi città del mondo ottiene. Basta che non parta dalla stazione Centrale di Milano. Se ha questa sfortuna, prima di raggiungere l’agognata carrozza di Trenitalia, deve pagare una sorta di pedaggio, nel senso che deve dare un contributo al benessere finanziario di tre famiglie italiane. Soltanto dopo averlo fatto potrà iniziare il suo viaggio.

L’inaugurazione delle libreria Feltrinelli nella Centrale di Milano, avvenuta pochi giorni fa, ha riportato d’attualità il tema di come è stata ristrutturata la stazione; ha riaperto una piaga, ha rilanciato una polemica ormai vecchia, apertasi quando i milanesi, sgomenti, incominciarono a capire come qualcuno stava riducendo il loro scalo ferroviario.

Il tutto risale, come si ricorderà, alla creazione di Grandi Stazioni, una società che fa capo per il 60 per cento alla Ferrovie dello Stato e per il restante 40 a Eurostazioni. Quest’ultima è a sua volta controllata da Edizione (Benetton), Vianini (Caltagirone) e Pirelli (Tronchetti Provera). Appunto le tre famiglie di cui sopra. Una piccola quota ce l’ha anche Sncf, vale a dire i treni francesi (detto per inciso: gli stessi che non permettono ai convogli italiani di circolare in Francia, ma questo è un altro discorso). Scopo di questa Grandi Stazioni era valorizzare gli obsoleti scali italiani, renderli più attraenti, vivibili, quasi gradevoli. Di qui il coinvolgimento dei privati i quali, secondo il pensiero politicamente corretto dominante, sanno fare le cose meglio dello Stato, sono più business oriented, sanno che cosa è il marketing.

Benissimo. Con questo spirito si è avviata la modernizzazione della Centrale. Chi ha da tempo consuetudine con i treni, ricorderà che questa stazione sarà stata anche lugubre, sporca, sgradevole, ma aveva una qualità non indifferente per i viaggiatori: funzionava. Se si arrivava in taxi, si aveva accesso alla grande navata centrale, si scendeva, in pochi passi si arrivava alla scala mobile che collegava al primo piano, quello dei binari.

Lo stesso, se si sceglieva la metropolitana: una rampa in più e, di nuovo, si sbucava proprio lì di fronte alla sgangherata, ma comodissima scala mobile. Quando è stato annunciando l’intervento modernizzatore, tutti si aspettavano che sarebbero state sostituite, migliorate le stesse scale mobili; magari che se ne sarebbe raddoppiato il numero.

Errore. Il principio architettonico che ha ispirato Grandi Stazioni, la sua filosofia – se così si può dire –  affonda le radici nel modello Autogrill. Lo avete presente? Voi siete in autostrada, vi fermate a una stazione di servizio per fare benzina, ne approfittate per prendere un caffè e magari andare in bagno e, per arrivare alla cassa, dovete seguire un lungo percorso obbligato che vi porta in mezzo a salami, cioccolatini, bottigliette, taralli.È una seccatura, ma fuori avete la vostra auto che vi aspetta e non parte a un orario fisso e certo non prima che voi vi state risaliti.

Ecco, lo stesso principio Autogrill (non per niente la società è posseduta dalla famiglia Benetton) è stato applicato alla Centrale di Milano. Voi arrivate e, invece delle scale mobili, ci sono negozi di ogni tipo che vi vendono (o cercano di farlo) di tutto, dalla biancheria intima ai biglietti del teatro.

Per farvi salire, sono stati creati dei tapis roulant  che però non accompagnano i passeggeri ai binari perché salgono perpendicolari ad essi. Ne prendete uno che vi sbarca a un ammezzato e qui vi lascia; una freccia vi indica di andare verso un secondo che raggiungerete dopo un lungo percorso a piedi di nuovo fra botteghe, boutique e negozi (tra i quali anche l’ottima Feltrinelli). Finalmente arrivate al piano dei binari. Non c’è una strada più diretta? Si: un’ascensore che però può trasportare un numero di persone limitato; oppure le vecchia scale di pietra, che però dovete farvi a piedi, scalino dopo scalino, con borse e valigie in mano.

Certamente la stazione di oggi è più gradevole di quella di prima. E soprattutto si è rivelata un buon business per gli azionisti: nel 2009 i ricavi sono stati 183 milioni e l’utile 37,5.  Ma la sua trasformazione in un mall all’americana, in un supermarket ha quadruplicato il tempo necessario a passare dalla strada al treno. L’introduzione di questa sorta di consumazione obbligatoria si è trasformata in uno svantaggio per i viaggiatori. Dovremo rassegnarci ancora a molte altre privatizzazioni di questi tipo?

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