DIBATTITO/ 1. Pillitteri: meglio la mia “Milano da bere” della “bella addormentata”

- Paolo Pillitteri

Per PAOLO PILLITTERI Milano deve ripartire dallo spirito svolta degli anni Ottanta, quando la classe dirigente si muoveva per un comune sentire e aveva un’idea certa di città

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Milano come città ha una immagine un po’ appannata. Un tempo città industriale e fumosa e poi centro della contestazione, poi della Moda e dell’innovazione (anni Ottanta) e poi di Mani Pulite. Non è (più) un luogo dell’immaginario come Roma o Parigi o New York. A volte sembra non avere nemmeno un’identità.

Due epoche d’oro hanno ridato della città un’immagine forte e invidiata: gli anni Sessanta, o della ricostruzione, dell’immigrazione compiuta e del boom. E gli anni Ottanta, o della riappropriazione della città dopo il decennio degli anni piombo. Anni Ottanta come decennio della modernità e del grande cambiamento.

Nell’immaginario collettivo Milano aveva riconquistato un suo spazio preciso. Curiosamente, ma non tanto, la Milano del benessere dei Sessanta era ritrasmessa e incarnata nei caroselli ottimistici girati e prodotti nella città ambrosiana in una sua orgogliosa Cinecittà sul Naviglio, mentre si affermavano le tecniche del marketing più evoluto.

Quella degli Ottanta è una “nuova” città che un celeberrimo spot del geniale Marco Mignani, “Milano da bere”, ispirato ai lavori in corso per la Linea tre della metropolitana, aveva rilanciato nel mondo in sintonia con la “Grande Mela ” di New York.

Indicava, allo stesso tempo, l’evoluzione impetuosa della pubblicità che in un gioco di specchi rifletteva poster, spot, Drive In, paninari, modelle, yuppies, stilisti, bocconiani, Timberland, come soggetti di una grande rappresentazione che solo occhi superficiali e sommari potrebbero catalogare nell’effimero.

Tutt’altro. Non si trattava di una città creata da uno spot, ma viceversa. Dietro manifesti giganti e spot ottimistici, sullo sfondo di personaggi e immagini nuove create dalla Tv privata voluta dal tycoon di Arcore, dietro questa messa in scena brillante ed entusiasta, c’era la grande tradizione del lavoro e della laboriosità milanesi, mescolate con la gioia di vivere, con l’ottimismo della volontà (fu lo slogan, tra l’altro, che accompagnò l’ascesa politica di Craxi, nato a Milano, fino al suo governo nel 1983).

Gli anni Ottanta sono uno spartiacque nella storia della modernità, un punto di riferimento, sono la vittoria del pragmatismo e l’inizio di una nuova fase post-ideologica all’insegna della libertà di sentire, di fare, di cambiare. Milano, la città di Ambrogio ma anche dei Borromeo e dell’Ambrosiana è il cuore, il motore del cambiamento, della grande svolta nell’età di una nuova adolescenza collettiva in cui l’Italia è diventata il paese che conosciamo.

Fondamentalmente, le grandi linee di sviluppo Milano, qualunque sia il giudizio, sono state tracciate in quel decennio progettando e avviando,oltre a nuove linee di Metropolitana e il Passante, poli importanti alla Bicocca (Università), alla Fiera Portello, alla Bovisa (Politecnico), all’Ansaldo, al San Raffaele ecc. La stessa epopea degli stilisti rilanciava la creatività nel mondo e richiamava buyers in un circolo virtuoso che collocò Milano nelle prime pagine dei settimanali internazionali.

Anni di grandi speranze. Il presidente del consiglio milanese aveva spostato a Milano il baricentro della politica e rimarrà nell’immaginario la scena al Castello Sforzesco della prima riunione dei capi di stato europei in previsione di Maastricht, mentre negli stessi mesi Papa Giovanni Paolo II incontrava a Milano madre Teresa di Calcutta e un grande prete di nome Don Giussani vedeva crescere intorno a sé migliaia di giovanili consensi.

Guardato con attenzione, il modello Milano anni Ottanta, esce dallo stereotipo strumentale e fuorviante per assumere i contorni di un comune sentire dove la classe dirigente aveva un’idea di città, la cui solida cultura riformista era capace di coniugare socialismo cattolicesimo e liberalismo in chiave solidale e innovatrice.

E oggi? A parte l’Expo e le sue futuribili immagini nei diversi spot e masterplan, peraltro di ottima fattura, l’immagine della città rimane confusa, imprecisa, incerta. Deve riacquistare il primato della innovazione, dovrà confrontarsi con le sue grandi realtà per consentire all”Expo di dare una immagine positiva e viva. Come? Uscendo dalle chiusure, aprendosi al respiro della  sua storia.

Partendo dal presupposto che Milano è uno dei più importanti centri scientifici, finanziari, fieristici, artistici e commerciali del mondo. Eppure, non è questa l’immagine che ne hanno gli italiani e i milanesi. Molti non ricordano di avere sei o sette università, altri non sanno più che nella loro Milano sono nati e cresciuti e sviluppati nel tempo complessi unici di importanza mondiale, rinomati ovunque, e centro ogni giorno di relazioni internazionali. Milano, come una bella addormentata nel bosco…



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