IDEE/ Blond (Uk): ecco come realizzare la Big Society a Milano

- int. Phillip Blond

Il consulente del premier inglese David Cameron rivela come la Big Society può essere applicata in Lombardia. Per PHILLIP BLOND, il concetto innovativo di società basato sulla partecipazione, che ha riportato dopo 13 anni i conservatori britannici al governo, si adatta perfettamente a Milano

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Phillip Blond, consulente del premier inglese David Cameron, rivela come la Big Society può essere applicata in Lombardia. Il concetto innovativo di società basato sulla partecipazione, che ha riportato dopo 13 anni i conservatori britannici a Downing Street, si adatta perfettamente a una grande città come Milano. E Blond, fondatore e direttore del think-tank ResPublica, spiega qual è la sua ricetta per affrontare i problemi della nostra metropoli.

Quale può essere il ruolo degli individui e delle comunità locali nella costruzione della Big Society?

Gli individui non sono sufficienti per creare una società, perché in questo caso la società va in frantumi e alcuni individui finiscono per dominare sugli altri. Fornendo nuovi argomenti a favore dei sostenitori dello statalismo. E quindi le società basate esclusivamente sugli individui, diventano presto o tardi delle realtà collettivizzate. La relazione problematica tra il collettivismo e l’individualismo fa sì che si attraversino cicli storici alterni, in cui si passa dall’uno all’altro e viceversa. L’unica soluzione consiste quindi nel coinvolgere i gruppi e nel riprodurre situazioni nelle quali gli individui vanno a formare dei corpi intermedi. Un individuo da solo infatti finisce sempre per essere ignorato dallo Stato. Quindi secondo me la formazione dei gruppi è la vera chiave di volta del concetto di Big Society. E il livello locale è fondamentale, perché consente alle persone comuni di partecipare alla Big Society.

Ma come è possibile realizzare questo coinvolgimento in grandi metropoli come Londra o Milano?

 

 

Anche chi abita in queste città, di fatto però vive in aree specifiche. E quindi quello che possiamo fare nell’ambiente di una metropoli è creare comunità basate su interessi comuni, là dove questi esistono. Il punto di partenza deve essere costituito proprio da quelle persone che si preoccupano per il destino della loro area, cultura, località, via, quartiere. L’importante è rendersi conto che queste persone ci sono ovunque. Ed è per questo che ritengo che la Big Society non sia solo per le piccole comunità, ma anche per le città moderne e di grandi dimensioni.
 

Milano ha una lunga tradizione di sussidiarietà e di volontariato, al punto che è stata definita «la città col cuore in mano». Come questa tradizione può essere utilizzata per costruire una moderna Big Society?

Il motivo per cui mi trovo in Italia è approfondire come il principio di sussidiarietà sia stato applicato a Milano. Ciò che mi interessa è il fatto che nell’esperienza italiana c’èn un forte senso civico di attenzione alle altre persone, voi italiani siete molto più interconnessi da legami reciproci di quanto lo siamo noi inglesi. E penso che questo dipenda dal ruolo giocato dalla Chiesa nella storia italiana. E quindi mi sembra che voi abbiate una spiccata propensione ad applicare le idee della Big Society, perché qui ci sono già numerosi gruppi. La difficoltà e la sfida per noi in Inghilterra è che nel nostro Paese molti di questi gruppi non ci sono. La formazione dei gruppi è la chiave di tutto. E quindi quello che mi interessa capire dall’Italia è in che modo si siano formati questi gruppi e come possiamo arrivare anche nel Regno Unito al punto cui voi siete già giunti.

Quali suggerimenti darebbe agli amministratori di Milano e da dove partirebbe per risolverne i problemi?

 

 

Non conosco Milano nel dettaglio, ma posso proporre quello che ResPublica sta facendo in Gran Bretagna. In primo luogo, servizi pubblici basati su una forma cooperativa, cioè di proprietà di tutti i cittadini coinvolti. Innovandoli e riducendo burocrazia e spese inutili. In questo modo il potere è gestito dal basso, e le persone comuni possono disporre dei fondi pubblici e spenderne una parte. Ciascun gruppo può dire: «In quanto organizzazione proveniente dal basso possiamo spendere i soldi dello Stato meglio dello Stato». Costituendo una garanzia nella spesa dei fondi pubblici.
 

Il cosiddetto «modello lombardo» può essere un punto di partenza per la creazione della Big Society in Italia?

Assolutamente sì. L’aspetto interessante nel modello lombardo dal mio punto di vista è quello relativo alla politica economica. La Lombardia ha creato reti, capitali, abilità, servizi di scambio che consentono alle piccole imprese di non essere così piccole. La Regione Lombardia poi di recente ha creato un consorzio con l’obiettivo di favorire i finanziamenti per ricerca e sviluppo, e muovere gli interessi per i mercati, che possono imparare e condividere reciprocamente. Creando così una relazione economica tra tutte le diverse imprese. Anche in questo per noi inglesi c’è molto da imparare.

Quali sono le differenze e i punti di contatto tra sussidiarietà e Big Society?

 

 

La somiglianza principale consiste nell’idea che le decisioni migliori sono quelle prese nel livello più vicino a coloro che ne sono direttamente interessati. La differenza è invece nel fatto che quello inglese è uno degli Stati più centralizzati al mondo. E quindi come è possibile applicare la sussidiarietà nel nostro Paese? A livello locale lo sviluppo economico è infatti molto differente, e ogni località ha un suo modo di guadagnare, creare delle tasse sulle proprietà e gestire le proprie risorse.

In un suo articolo sul Guardian, ha scritto che «l’Italia sta creando una sua versione di Big Society». A che cosa si riferiva?

Anche la Fondazione per la Sussidiarietà è un esempio di questo. Perché il modo con cui state trasponendo in Italia l’idea inglese di Big Society è adatto al vostro Paese, e sta dimostrando di funzionare.

Da questo punto di vista, quali sono le principali differenze tra Inghilterra e Italia, e da dove nascono?

Un ruolo significativo è giocato dalle università. In Inghilterra ogni studente è invitato a offrire il suo contributo durante le lezioni, in Italia c’è un po’ l’idea che solo quello che è organizzato dalle istituzioni universitarie ha valore. E il risultato è che in Inghilterra l’opinione degli altri difficilmente è considerata come nemica, anche se è diversa dalla propria. Al contrario dell’Italia, dove le divisioni in politica sono molto più accentuate.

(Pietro Vernizzi)
 



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