FOCUS/ 3. Del Conte (Bocconi): solo a Milano poteva nascere “l’innovazione” del lavoro

Milano, spiega MAURIZIO DEL CONTE, ha abbandonato il manifatturiero per nuovi settori che altrove in Italia non sono nati

16.12.2010 - int. Maurizio Del Conte
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Milano è cambiata molto nel corso degli ultimi decenni. Ha subito trasformazioni nel suo tessuto economico e ora di quel suo grande insediamento industriale non è rimasto più nulla. Maurizio Del Conte, Professore di Diritto del Lavoro all’Università Bocconi, ritiene sia stato un passaggio inevitabile, che non dovrebbe far rimpiangere il passato, soprattutto perché si sono create delle professionalità innovative e creative che non esistono nel resto d’Italia. Una peculiarità che si riflette anche nel mercato del lavoro. Nel capoluogo lombardo, più che altrove, cresce il numero di lavoratori che non vogliono diventare subordinati, ma che rivendicano lo status di professionisti.

Professore, come è cambiato il lavoro a Milano?

Molto direi. Del resto, l’economia della città è cambiata radicalmente nel corso degli anni. Basta guardare alla zona di Porta Genova: dove c’era un forte insediamento manifatturiero, oggi c’è una parte più interessante. È un terziario particolare, creativo e innovativo. È il settore del Design, della moda e della comunicazione. Un mondo vitale che non dovrebbe far rimpiangere il manifatturiero, perché crea occupazione con un valore aggiunto maggiore. Se ripercorriamo questa trasformazione, non possiamo che renderci conto di quanto fosse inevitabile, positiva per certi versi interessante.

Perché?

Da un lato il lavoro è particolarmente qualificato, dall’altro non per forza è a tempo pieno. Ci troviamo davanti a una grande quantità di collaborazioni, che in genere vengono sbrigativamente ritenute elusive del lavoro subordinato. Questi soggetti però non vogliono diventare dei dipendenti, ma anzi rivendicano lo status di professionisti.

È un caso che questa trasformazione sia avvenuta proprio a Milano?

Penso di no. È la città più aperta d’Italia al cambiamento e alla contaminazione con l’estero, specie con le aziende che hanno interesse a investire nel nostro paese. Milano non è un distretto, e la mancanza di un “monopolista”, quale può essere la Fiat per Torino, ha favorito una crescita più plurale, più libera. E così oggi esistono dei lavori nuovi che si possono fare soltanto qui e non nel resto d’Italia, specie nel campo del design, della moda, della pubblicità e della comunicazione.

 

 

Il lavoro a Milano ha risentito della crisi?

 

La crisi si è fatta sentire, ma in città siamo rimasti su livelli occupazionali alti, anche nei momenti più difficili. Certo, il settore della pubblicità ne ha risentito, perché le aziende in crisi hanno subito ridimensionato questa voce di spesa, ma la crisi ha colpito soprattutto il manifatturiero che qui è già stato superato.

 

Perché Milano non sa più insegnare i “mestieri” come l’elettricista, l’idraulico, il muratore?

Milano aveva una tradizione professionale importante e ora sperimenta l’incapacità nel formare alcune professionalità nei settori non innovativi. Forse non li ritiene più importanti o ha una nuova vocazione. La città nei prossimi anni probabilmente importerà professionalità classica e espatrierà professionalità innovativa. Vedremo se sarà una scelta vincente, che però mi sembra senza ritorno.

Che possibilità può offrire l’Expo 2015 per il lavoro a Milano?

Sicuramente ci sarà una fortissima occupazione, ma in un tempo limitato e in un territorio definito. Il che è sì un’opportunità, ma anche un pericolo. Si potrebbe, infatti, avere un’occupazione “effimera”, legata al periodo della preparazione e dei sei mesi della manifestazione, ma senza una stabilizzazione tutto poi tornerà come prima. Credo che di questo tema si stia discutendo troppo poco. Andrebbe creato un organismo che vigili su questo fenomeno, con un monitoraggio delle politiche per una previsione di una definitiva stabilizzazione. Non va poi dimenticata la questione “sicurezza”.

Di che cosa si tratta?

Andremo probabilmente incontro a un’emergenza per quel che riguarda la sicurezza sul lavoro, dato che le strutture ordinarie di controllo non sono abbastanza grandi e attrezzate per gestire una situazione straordinaria come quella dell’Expo. Ci vorrebbe una cabina di regia bilaterale: da un lato dev’esserci la garanzia delle amministrazioni locali, dall’altro la presenza preziosa e costruttiva dei sindacati.

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