IN MOSTRA/ Milani, il graphic designer un po’ “artista” e un po’ “ingegnere”

Una mostra all’Istituto Caterina da Siena di Milano, per scoprire, insieme a MAURIZIO MILANI, che non c’è bellezza e creatività senza un ordine

20.12.2010 - int. Maurizio Milani
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Una delle prime creazioni, a diciassette anni, sono semplicemente tre linee ondulate, una sopra l’altra: è il marchio di una fabbrica di costruzioni con il cartone, che appartiene a un amico dell’asilo. Le onde ricordano il cartone, la forma a “M” l’iniziale del cognome, e sono tre come il padre e i due figli che lavorano con lui. È iniziata così la carriera di Maurizio Milani, che da 35 anni si occupa di graphic design. Un comunicatore che usa le immagini con la volontà di non ingannare la gente e non ricorrere, banalmente, «a un po’ di rossetto» come si fa solitamente nelle campagne pubblicitarie. Tre decenni di importanti lavori, per il Gruppo Enimont, Mirabilandia, il Gruppo Italtel, Global Assistance. Ancora, la Magneti Marelli, i lavori di immagine e segnaletica per il Policlinico e l’I.E.O. e quello recentissimo per l’Ospedale Niguarda. E poi collaborazioni con fotografi di fama internazionale: da Gabriele Basilico a Cesare Colombo a Mario De Biasi.

Ora, in occasione dei cento anni dell’Istituto Caterina da Siena di Milano, un muro lungo cento metri nel corridoio della scuola ospita la mostra con le opere più importanti del designer: “100 metri con Maurizio Milani. 35 anni di graphic design”. Inizialmente Milani voleva proporre un corso di formazione per gli insegnanti dell’istituto, poi è nata l’idea con professori e studenti di mettere in piedi una mostra che oggi è dedicata a Milani, domani a qualcun altro. «100 metri, perché quando sono venuto qui e ho visto il corridoio – spiega il visual designer – mi sono emozionato all’idea di una mostra “100 metri con…”; i prossimi potranno essere Dolce e Gabbana o non so, comunque artisti che oscillino tra la moda e il graphic design. Cento metri, dico io, che diverranno una maratona».

Su uno dei primi pannelli il manifesto del 1976 per l’Associazione seggiolai di Udine: le sedie di fattura artigianale, nere su sfondo bianco, sono disposte in modo confuso, a ricordare lo sconvolgimento del terremoto del Friuli. «Nasce il rapporto tra te, che sei l’artista, e il committente, che ti chiede una cosa e tu la devi masticare, innanzitutto per risolvergli il suo problema, ma mantenendo la tua vena artistica, senza svenderti, se no non vai avanti». Infatti, spiega Milani, «la comunicazione visiva è orientata verso due grandi aree, una è quella della pubblicità vera e propria, dove devi vendere il prodotto. Il graphic design invece si impone come indole di identificare, non vendere il prodotto».

E come è nata l’idea di dedicarsi a questo lavoro? La strada è spianata, avendo davanti un fratello, Armando, famoso designer. Ma non basta. Un episodio avvenuto quando aveva solo quattro anni dice molto del suo carattere e del suo orientamento artistico: «È Pasqua, dopo aver scartato l’uovo, mio fratello Armando appende la carta argentata ad un pannello nero. “Ti piace?”, mi chiede. Ed io, estasiato da tutti quei riflessi, gli rispondo “Sì”. “Però ha un difetto”. “Qual è?” domanda. “Non è al centro”, rispondo io».

La geometria, la precisione, l’ordine, sono gli aspetti fondamentali della sua creatività: la ricerca estetica lascia ampio spazio alla fantasia, ma questa non galoppa a briglie sciolte. Solo da un ordine nasce la bellezza e anche le immagini e i segni risultano più comprensibili. Il desiderio che non ci sia uno sbaffo, una macchia, è evidente mentre guardiamo la mostra e passa la mano sui pannelli per togliere un po’ di polvere che si è accumulata o scoprire un piccolo difetto nella stampa delle immagini. «Per me mezzo millimetro deve essere sempre mezzo millimetro e non si scappa. Mantieni il cuore dell’artista, ma con un approccio professionale. Il tuo lavoro è al servizio degli altri. L’obiettivo è riuscire a essere tutte le volte artista e ingegnere».

Così, con solo cinque righe (il cerchio del viso, il triangolo del cappello e due segni inclinati degli occhi) viene fuori un cinese, nero su fondo giallo, per la casa editrice “Il Mandarino”: semplicissimo e di forte impatto visivo, simbolo della saggezza. Poi ci sono le carte da lettere per le Cartiere del gruppo Cordenons. «Uno degli elementi che mi è venuto in mente pensando alla corrispondenza è la punteggiatura. Ho pensato di mettere un simbolo d’interpunzione, la sua definizione e un’immagine che lo visualizza come atteggiamento».

C’è il punto interrogativo – “Segno grafico che connota l’intonazione interrogativa di un periodo” – con la bambina che da dietro salta sulle spalle del papà e gli copre gli occhi per lasciargli indovinare chi è. O, ancora, il punto – “Segno grafico che posto al termine di un periodo determina il suo senso compiuto”-, con un ragazzino che prende e se ne va. «E per le virgolette, segno grafico del discorso diretto, le quattro gallinelle che ciacolano davanti al tè».

«Se ti dico da dove mi vengono le idee… mi sveglio di notte e scatta qualcosa». Davanti a noi le immagini di un calendario del 1999. Al posto dei mesi il numero corrispondente, e un’immagine che lo rappresenta: giugno sono sei uova, settembre i nove pianeti. «Mi ero impantanato su luglio: avevo le sette note, ma queste non hanno cuore. Lo racconto in Accademia dove insegno e una mi dice “perché non prendi i sette nani?”. La creatività è così, devi cogliere le occasioni, stare attento a quello che succede al mondo. Non è un progetto a tavolino. Nasce da qualcosa che hai dentro, ma poi devi guardarti in giro».

Ora siamo di fronte a un rombo formato da puntini neri allineati in modo ordinato; in un angolo i puntini si fanno più fitti: è il marchio per un protocollo antitumorale. «Non è facile parlare dei tumori, rappresentarli è un problema delicatissimo. Il rombo coi puntini ordinati indica il fare ricerca, e quell’agglomerato che dà fastidio si riesce comunque a controllare, a inglobarle a inserire in una logica».

Arriviamo ai lavori di segnaletica e immagini per il Policlinico e l’Ospedale Niguarda di Milano. «La segnaletica in questi casi è proprio un lavoro diverso da fare, significa prendere uno per mano, portarlo dentro e guidarlo di nuovo fuori. Al tempo stesso devi comunicare non solo che tu sei capace, organizzato, ma devi accudirlo. La volgarità è dietro l’angolo, basta mettere una pubblicità sotto l’insegna, nello spazio libero, per avere quattro soldi e ti sei mangiato tutto».

Milani poi racconta come è nato il lavoro per le indicazioni di uno dei più grandi ospedali milanesi: «La segnaletica di Niguarda sono 9000 cartelli, dove, al di là del disegno, il concetto è avere un paletto centrale con i cartelli che vengono fuori, per renderlo meno pesante. Un simbolo che ricorda la croce, così come i padiglioni dell’Ospedale Niguarda sono costruiti tutt’intorno alla chiesa. Prima ho fatto il progetto, poi piano piano ho deciso dove andavano i cartelli, cosa scriverci. Tutto è curato, fino al materiale; anche la realizzazione è curata, per non permettere atti vandalici, altrimenti rubano i cartelli. Non volevo tirarmi indietro, presentando solo il progetto, percui mi sono coinvolto anche nella collocazione, dividendo l’ospedale in quattro aree, Nord, Sud, Ovest, Est. È un lavoro da programmatore, ma è design, perché è bello da vedere».

(Cristina Zorzoli)

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