NON PROFIT/ Solidoro: così noi commercialisti siamo in prima linea per aiutare il volontariato

- int. Alessandro Solidoro

Commercialisti di Milano in prima linea per aiutare il non profit. A partire da quest’anno l’ordine ha creato uno sportello per il terzo settore. ALESSANDRO SOLIDORO spiega perché

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Commercialisti di Milano in prima linea per aiutare il non profit. A partire da quest’anno l’ordine professionale ha creato uno sportello per venire incontro a tutte le realtà del Terzo settore che si devono districarsi tra una selva di norme non sempre di facile applicazione. L’impegno dei Commercialisti di Milano nei confronti del mondo degli enti non profit emerge anche da una recente indagine, secondo cui l’80% dei professionisti si interessa al terzo settore, il 38% se ne occupa direttamente e il 72% ritiene importante il coinvolgimento con il mondo del volontariato. Ilsussidiario.net ha intervistato Alessandro Solidoro, presidente dell’Ordine dei Commercialisti, per capire da dove nasce questa partnership.

Per quali ragioni i Commercialisti di Milano hanno deciso di aprire uno sportello di consulenza gratuita per il non profit?

La volontà di offrire consulenza a questo settore nasce innanzitutto dall’interesse personale di moltissimi colleghi, che da sempre seguono, anche gratuitamente, molti enti del mondo non profit. Il mio predecessore, Luigi Martino, ha recepito e portato all’interno dell’Ordine questa sensibilità creando la Commissione Pubblica Utilità, Sociale ed Enti Non Profit, attiva da circa un decennio e nata inizialmente come luogo di studio e approfondimento delle tematiche legate agli enti non commerciali. Con l’apertura dello sportello – attivato in via sperimentale a marzo – abbiamo voluto uscire dai nostri studi professionali per essere parte attiva del territorio, risorsa e punto di ascolto per tutti quegli enti non commerciali che faticano a trovare un interlocutore; molti di loro infatti, specialmente i più piccoli, pur consapevoli dell’importanza di un supporto tecnico da parte di consulenti esperti non dispongono dei fondi necessari. Desideriamo, con iniziative come questa, far comprendere all’opinione pubblica quanto il nostro mondo sia sensibile alle esigenze della società civile. I commercialisti sono persone che contribuiscono alla crescita, allo sviluppo e al miglioramento dell’attività economica nel nostro Paese, della quale il Terzo settore è elemento sempre più importante.

Quali sono i principali problemi del non profit cui i commercialisti hanno cercato di fornire una risposta?

La disciplina del Terzo settore è molto specifica, varia e frammentata, a volte anche carente. L’Ordine, tramite i suoi volontari, va ad agire su due fronti: consulenza agli enti e formazione specifica ai nostri iscritti. Inoltre partecipiamo a tavoli di lavoro tecnici in cui sono coinvolte le numerose istituzioni pubbliche e private che si occupano del Terzo settore, affinché si possa sviluppare un approccio “dedicato” a queste tematiche.

 

Quali sono i principali ostacoli incontrati dalle associazioni nella normativa vigente?

 

Premesso che non parlerei solo di “associazioni” ma del variegatissimo mondo degli enti non profit, anche in questo caso la disciplina è complessa, frammentata e spesso carente. Da anni si parla di una revisione del libro I del Codice civile, ma nulla è stato ancora attuato. Sarebbe necessario un intervento organico nei confronti del Terzo settore, evitando così che la relativa regolamentazione dipenda dalla capacità di persuasione e dal “peso politico” dei singoli enti/settori, il che comporta una disciplina frammentaria e spesso legata alle necessità contingenti. Penso per esempio al disequilibrio delle agevolazioni relative alla totale o parziale attuazione della Legge 398/91, non applicata allo stesso modo a tutto il mondo dell’associazionismo, o alla disparità di trattamento relativo alla perdita di qualifica di ente non profit, o ancora alle agevolazioni relative alle collaborazioni detassate fino ai 7.500 euro solo per determinate categorie operanti nel mondo dell’associazionismo. Un’altra questione rilevante è poi l’orientamento della disciplina fiscale attualmente in vigore orientata all’attività (in senso oggettivo) svolta dagli enti: l’equivoco rilevante, che permea molta della legislazione in materia, è che tutto quello che concretizza uno scambio di beni e servizi viene considerato “commerciale” e quindi tassato come un’impresa, mentre la caratteristica fondamentale dell’ente non profit non è l’attività ma la finalizzazione della stessa, che non è orientata al profitto.

 

Il decreto legislativo 139/05 ha riconosciuto ai commercialisti competenze in materia di bilanci di sostenibilità. Può essere uno spunto per un rapporto più stretto tra commercialisti e terzo settore, come dimostra anche la figura dei cosiddetti “revisori etici”?

Un terzo settore robusto ed economicamente equilibrato è un elemento fondamentale per la responsabilità sociale di tutte le imprese, e la sua stessa origine, che spesso trae linfa da orientamenti ideali, è un elemento di diffusione di comportamenti eticamente adeguati. Certamente il nostro ruolo è importante per far crescere all’interno del mondo non profit una cultura del rispetto delle regole, che talvolta viene messa in secondo piano non certo dal desiderio di fare profitti, ma dalla urgenza dei bisogni a cui questi enti rispondono.

 

In quali altre modalità è possibile intensificare la collaborazione tra commercialisti e non profit a livello nazionale?

 

Occorre adoperarsi affinché i vari tavoli nazionali, che già esistono, siano sempre più attenti a quello che succede nel mondo del non profit. Grazie alla loro eterogeneità e alla capacità di adattarsi alla realtà, da sempre gli enti non commerciali precedono i commenti di chi si occupa del settore: occorre evitare il rischio di interventi “di vertice” lontani dalle reali esigenze dei singoli operatori. I commercialisti, che per natura sono attenti al territorio e ai bisogni del singolo, possono fornire un aiuto decisivo anche nel rapporto con le istituzioni (tra queste, evidentemente, l’Agenzia delle Entrate ha un ruolo di primo piano).

 

Come valuta il primo principio contabile per gli enti non profit, redatto dal tavolo tecnico tra commercialisti, Agenzia per il Terzo settore e Organismo italiano di contabilità?

 

Il primo principio contabile per il non profit è il framework di riferimento, alla stregua dei principi contabili per le imprese. La nostra commissione, assieme alla commissione Principi contabili ha elaborato un commento serio e molto preciso sui tanti punti del principio che riteniamo debbano essere pesantemente rivisti e riorganizzati, ma ancora nulla è stato preso in considerazione. Avremmo molto gradito un confronto effettivo con i componenti della commissione nazionale che hanno elaborato il principio.

 

Che cosa si può fare per rendere il 5 per mille uno strumento ancora più efficace per il non profit?

 

Eliminare l’incertezza che ogni anno accompagna il mantenimento del 5 per mille e renderlo stabile potrebbe indurre tanti enti, grazie alla certezza di questa fonte di finanziamento, a pianificare in un’ottica di più lungo termine. Ed è necessario accelerare l’erogazione dei fondi. Un primo passo molto importante è stato l’istituzione del rendiconto richiesto per il monitoraggio sulla destinazione di tali fondi, ma allo stesso tempo si è persa un’occasione di chiarezza. Le istruzioni alla compilazione sono carenti e poco chiare.

 

(Pietro Vernizzi)

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