MAMME IN DIFFICOLTA’/ Quel sostegno dalla Strada concreto e non assistenzialista

Il caso della Cooperativa La Strada che a Milano offre accoglienza a mamme con figli a carico rimaste senza abitazione e lavoro. LIA PRIMIGNANI ci spiega di cosa si tratta

19.12.2011 - int. Lia Primignani
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Immagine di archivio

Mamme in difficoltà, mamme sfrattate con uno o più figli a carico. Mamme che hanno bisogno di tutto, dall’accoglienza al lavoro. Di queste persone si occupa la realtà della Cooperativa La Strada, presente a Milano. Una realtà che, come si legge sul sito,  “in collaborazione con le Istituzioni, costituisce una vera e propria rete di servizi che opera e si coordina per rispondere in maniera concreta, integrata ed efficace ai bisogni delle persone”: Bisogni, quelli delle mamme in difficoltà, che la cronaca recente porta sempre più in primo piano. La solitudine, lo spezzarsi dei legami familiari, l’indifferenza: si legge di frequente ormai di casi limite, come quello della ragazza di Monza che ha lasciato il proprio figlio nelle braccia di un passante perché non era in grado di prendersene cura. Lia Primignani, che si occupa di coordinare il servizio di housing sociale della cooperativa, è ben consapevole di quanto bisogno ci sia in questo campo e lo spiega durante una intervista concessa a IlSussidiario.net. “Personalmente” ci ha detto “credo sempre che le persone abbiano un’altra possibilità e quindi il nostro lavoro significa mettersi sempre a disposizione affinché la seconda o terza opportunità possa anche minimamente raggiungere degli obbiettivi”. Lia è ben consapevole della difficoltà che un lavoro del genere comporta: “Non pensiamo di fare i miracoli, non ci si circonda del senso di onnipotenza perché poi quando lavori in questo settore questo senso di onnipotenza te lo togli prima o poi. Ti scontri con una frustrazione che comunque ti arriva addosso, ma credo ugualmente sia importante sapere che un pezzetto di te, seppur piccolo, agli altri lo puoi  sempre dare perché  anche loro possano credere di potercela fare”.

Lia, ci spieghi i punti fondamentali di una realtà come La Strada.
Il servizio che forniamo si definisce “Progetto casa mia”, appartiene alla cooperativa La Strada in convenzione con il Comune di Milano, e accoglie donne con figli a carico di ogni età. Non pochi sono i casi di giovanissime mamme di anche 18 o 20 anni.
E’ aperto anche alle donne straniere ed extracomunitarie?

Sì, certamente, purché siano maggiorenni. In tutto il servizio accoglie quindici donne dislocate in tre strutture diverse.
Dove si trovano queste strutture?

La prima è in via Romiti, è composta da tre appartamenti dove coabitano due mamme con i rispettivi figli. La seconda è in via Monte Ceneri. Si tratta di un appartamento molto grande dove coabitano tre mamme con relativi figli e infine la terza struttura che abbiamo grazie alla collaborazione con la Cooperativa Nocetum si trova in via San Dionigi dove sono accolte sei mamme con i loro figli.
Che tipo di accoglienza offrite, in che modo viene strutturata?

Le mamme vengono accolte nei vari siti con la possibilità di poter usufruire sempre di una stanza personale e di luoghi in comune, con un duplice aspetto di condivisone e coabitazione. Queste persone ci vengono segnalate dai servizi sociali della famiglia, parte dei servizi territoriali del Comune: noi facciamo un colloquio di conoscenza e vediamo se possiamo occuparcene.
Che tipo di casi rappresentano queste donne? Si tratta di mamme che non hanno una casa, una abitazione, giusto?

Sono situazione diverse tra di loro, ma che gravitano all’interno di un disagio che può essere di tipi diversi. Ad esempio il disagio economico  che non permette di potersi pagare una casa, o persone che hanno subito lo spezzarsi del nucleo familiare, altre ancora che vengono sfrattate e che comunque vivevano già una condizione di mono nucleo familiare, mamme e bambini cioè senza la presenza del padre.
In una città come la Milano di oggi, trovarsi improvvisamente senza una casa non deve essere facile.

Assolutamente no, tenendo poi conto che si vive una realtà di sfratti da lunghissimo tempo. Noi offriamo una accoglienza e tentiamo di  realizzare progetti di emancipazione dove si possa realizzare la possibilità per la famiglia di ricostituirsi in maniera un po’ più solida che in precedenza. Ci sono situazioni di donne sole, quindi possiamo immaginarci l’estremo disagio per una donna madre in una città così feroce come Milano. Molte hanno figli piccoli e non potevano più permettersi di affrontare spese come l’asilo, l’affitto di casa, il cibo.
Voi offrite tutto questo gratuitamente.

Certo, le spese sono pagate interamente dal Comune. Quello che offriamo noi è la possibilità di ottenere un po’ di respiro in situazioni difficoltose: persone che con 700 euro al mese di stipendio dovrebbero provvedere a mantenere i figli e pagarsi una casa per intenderci.
Quanto dura mediamente il loro soggiorno presso le vostre strutture?

Il Comune ci chiede di prenderci carico di loro per un  periodo che va da un minimo di sei mesi a un massimo di un anno, però in casi estremamente difficoltosi abbiamo avuto donne che sono rimaste anche due anni. In alcuni casi si è potuta interrompere la collaborazione prima dei sei mesi perché c’erano condizioni sufficientemente stabili per un loro reinserimento. Con altre mamme invece il rapporto si è rotto in tempi brevi per loro iniziativa, non si potevano creare condizioni di lavoro comune. Il Comune in sostanza ci dice: noi vi permettiamo il pagamento di una retta ma a voi ente vi chiediamo che questa persona possa riavvicinarsi a una condizione di autonomia che è venuta a interrompersi improvvisamente.
Quindi niente assistenzialismo: si tratta piuttosto di rimettere le persone in condizioni di cavarsela da sole.

Esattamente. Teniamo conto che quasi mai arrivano donne che hanno una struttura lavorativa stabile: il nostro compito, lavorando con i servizi territoriali o con progetti che sviluppa la stessa cooperativa La Strada, è di orientamento lavorativo, le stimoliamo a questo tipo di iniziativa personale.
Il che non è facile, al giorno d’oggi, il trovare una occupazione stabile.

Spesso ci rendiamo conto di intercettare situazioni di donne che hanno scarsa educazione scolastica per cui il collocamento lavorativo diventa particolarmente difficoltoso, essendo certi lavori come il collaboratore domestico o la donna delle pulizie estremamente saturi. Con altre donne, grazie a loro risorse personali, siamo riuscite a collocarle più facilmente.
E per quanto riguarda la possibilità che queste donne possano trovare una nuova abitazione?

E’ l’ostacolo più duro perché là dove c’è anche un lavoro, ma in cui lo stipendio non è granché e dovendo anche mantenere dei figli l’appartamento diventa  meta quasi  irraggiungibile. Anche qui attiviamo collaborazioni con il territorio facendo domanda di alloggio popolare. Molte delle donne che arrivano qui non hanno nessuna conoscenza della città e dei servizi che la città offre, per cui dobbiamo indirizzarle anche da questo punto di vista. Dove non si possa fare richiesta di casa popolare noi cerchiamo di vedere se si possono percorrere altre strade come le cooperative di housing sociale. Anche noi facciamo progetti di housing che però al momento sono maggiormente indirizzati agli uomini.  Ma ci sono a Milano altre cooperative che hanno appartamenti dove realizzano accoglienza anche gratuita per un certo periodo di tempo.
Che cosa si intende esattamente per housing sociale, quello di cui lei si occupa?

Si tratta di un servizio di accoglienza in alloggi di persone in situazione di disagio: ex detenuti, senza dimora, rifugiati politici, rom, persone sieropositive, nuclei familiari, papà separati.
Ha voglia di citarci qualche storia, qualche episodio che l’ha colpita maggiormente in questo suo lavoro?

Ne abbiamo viste parecchie. Penso però a due casi in particolare. Il primo è quello di una mamma che è arrivata con la sua bambina da una comunità. La bambina era vissuta sempre sin dalla nascita in comunità senza mai conoscere un ambiente di famiglia, una casa propria. All’inizi questa mamma ci ha messo a dura prova   poi fidandosi in maniera più serena, concedendo lo spazio di fiducia necessaria è riuscita a realizzare un percorso personale di lavoro e accettare di migliorare la relazione con la figlia. Poi le è stata riconosciuta anche una casa popolare ed è andata a viverci con la bambina. Con un’altra donna ancora, una straniera, sono emersi dopo poco tempo dei seri problemi psicologici. Siamo riusciti a farla avvicinare  a un servizio di psicopatologia e siamo riuscite a sbrogliare la matassa. Il marito è stato molto collaborativo e siamo riusciti a farci dare fiducia da una famiglia intera. Un caso per noi molto emblematico perché non sempre succede. Adesso vivono tutti insieme in un alloggio di edilizia popolare.

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