LA STORIA/ Il milanese eritreo che ha restaurato la Basilica di Loreto e Leonardo da Vinci

- La Redazione

FRANCESCO MAZZOLA, imprenditore eritreo attivo a Vimercate, ha restaurato la Basilica di Loreto e ha realizzato un progetto per la «ricucitura anti-sismica» dei monumenti dell’Aquila

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La Basilica di Loreto

E’ intervenuto per restaurare le fondamenta della Basilica di Loreto, della chiesa di Sant’Andrea a Melzo affrescata da Leonardo, ma ha anche realizzato un progetto per la «ricucitura anti-sismica» dei monumenti dell’Aquila. Attivo a Vimercate, in provincia di Monza e Brianza, figlio di una madre eritrea e di un padre siciliano, Francesco Mazzola, 62 anni, ha un nome italiano ma è nato all’Asmara. Ilsussidiario.net lo ha intervistato per farsi raccontare la sua esperienza di imprenditore «immigrato».

Mazzola, come funziona il metodo grazie a cui ha restaurato la Basilica di Loreto?

La mia impresa ha messo a punto un liquido idrorepellente che viene assorbito dai muri eliminando quindi l’umidità presente. Grazie a questo metodo, siamo intervenuti nelle murature degli scantinati della Basilica di Loreto, 30 metri sotto il livello del suolo. Ma abbiamo lavorato anche nella chiesa di Sant’Andrea a Melzo, dove sono presenti diversi affreschi di Leonardo da Vinci, nella basilica di San Babila a Milano, nel Santuario di Corbetta e nella Chiesa di Santa Maria a Cantù. In tutta Italia abbiamo compiuto ben 3mila interventi, il primo è stato nel 1978 nella chiesa di Biassono, la cui superficie ancora oggi è limpida come dopo l’intervento. Inoltre, ho utilizzato lo stesso metodo anche per restaurare la galleria del Tarvisio.


Ma è l’unico settore in cui opera la sua società?

Oltre a questo, operiamo per riconsolidare i palazzi in seguito ai terremoti attraverso degli isolatori sismici in fibre di carbonio. Per esempio siamo intervenuti in un palazzo a sei piani di via delle Forze armate a Milano. E lo stesso abbiamo fatto per un grande podere in Toscana. Realizziamo nel muro un forellino di 20-30 millimetri, inseriamo la fibra in carbonio e usciamo 17 metri più in là. Abbiamo anche presentato sei progetti in Abruzzo, e stiamo aspettando che la Protezione civile ci dia l’ok a intervenire.

Come ha deciso di venire a lavorare in Italia dall’Eritrea?

L’impresa della quale sono titolare, insieme a mio figlio, esiste dal 1978, ma io ci lavoro solo dal 1983. Da quando cioè ho incontrato i proprietari britannici della società Umidbloc mentre mi trovavo in Libano, i quali mi hanno proposto di venire a lavorare in Italia. Cioè il Paese d’origine di mio padre, Salvatore Mazzola, l’inventore nel 1937 dell’avanzamento dolce delle pellicole, grazie a cui è stata migliorata nettamente la visione dei film.

Sul suo sito si dice che ha lavorato anche nel campo della radioattività…

 

In alcune province italiane, per esempio nella zona tra Como e Cantù, dal sottosuolo provengono delle forti emissioni radioattive, che si fanno sentire soprattutto nei seminterrati. L’Asl si è quindi spesso rivolta a me per le perizie sulle emissioni del gas Radon, e io faccio quindi le indagini per controllarne l’intensità.

Ma è venuto in Italia anche perché in Africa non c’erano opportunità?

 

Nei Paesi africani le opportunità per chi lavora nell’edilizia sono tantissime. A soli 23 anni, appena tornato in Eritrea dopo essermi laureato in Italia, mi è stato chiesto di predisporre il piano regolatore di Asmara. Ovviamente per realizzarlo mi sono avvalso di professionisti più esperti, ma questo è un fatto che la dice lunga sulle possibilità che ci sarebbero per i giovani in Africa.

E che cosa manca quindi?

Quello che manca è la fiducia delle banche nei loro confronti. E’ un vero controsenso, perché si aiuta solo chi non ne ha bisogno. Del resto, è un problema molto simile a quello che c’è in Italia. Muhammad Yunus ha vinto il premio Nobel per la Pace grazie alle sue idee innovative su come incentivare il microfinanziamento delle piccole imprese. E’ proprio di questo che ci sarebbe bisogno anche in Italia. Quello che non esiste è la carità nel finanziamento, che non significa non chiedere indietro il denaro prestato, ma non esigere delle garanzie che non possono essere fornite.

E lei crede che possa esistere la carità anche nel mondo finanziario?

 

Non solo, ma penso che sarebbe anche molto conveniente. Concedere finanziamenti con questo spirito aperto creerebbe infatti una circolarità finanziaria elevatissima. Prendiamo le persone che, nelle grandi metropoli del Terzo mondo, vanno in giro con una cassettina a lucidare le scarpe ai turisti. Se concedessimo loro un prestito da 2 o 3mila euro, li aiuteremmo ad aprire un negozietto. Ed essendo che di questi potenziali piccoli imprenditori ne esistono a migliaia, in questo modo si creerebbe un capitale interessante per le stesse banche.


Lei è attivo anche nel campo del volontariato?

 

Sì, ho deciso di produrre delle protesi per i bambini, che poi sono regalate loro o vendute a prezzo di costo alle associazioni umanitarie che le distribuiscono. Siamo attivi in Eritrea, Sierra Leone e Tunisia, e presto ci occuperemo anche di Uganda e Angola.

(Pietro Vernizzi)


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