WELFARE/ A Milano una lezione di accoglienza fatta in “casa”

Operosità e attenzione ai più deboli sono i tratti caratteristici che Milano ha saputo mantenere nel tempo. MARIA GRAZIA GUIDA racconta la storia della Casa della Carità

15.03.2011 - La Redazione
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Maria Grazia Guida e Don Virginio Colmegna (Imagoeconomica)

Operosità e attenzione ai più deboli sono i tratti caratteristici che Milano ha saputo mantenere nel tempo. Il capoluogo lombardo è infatti disseminato di luoghi di eccellenza con una storia secolare, sia nell’ambito dell’associazionismo caritativo che in quello delle istituzioni pubbliche. Ma la storia continua. Nel 2002, in via Brambilla, vicino all’ex area industriale Marelli, l’allora Arcivescovo di Milano Carlo Maria Martini istituì la fondazione “Casa della carità”. Una struttura di ben 5.000 metri quadrati nata per accogliere i bisognosi e realizzata grazie alle risorse e alle ultime volontà dell’imprenditore Angelo Abriani.

«Il Card. Martini – spiega a IlSussidiario.net la direttrice Maria Grazia Guida – ebbe l’intuizione di unire l’accoglienza e l’ascolto delle fragilità urbane alla riflessione sulle nuove emergenze e i cambiamenti sociali della metropoli. Lo statuto presenta una peculiarità interessante: pur rimanendo una fondazione di religione e culto, infatti, la Casa coinvolge in modo virtuoso l’amministrazione pubblica. I garanti sono l’arcivescovo pro tempore e il sindaco della città; il Presidente, Don Virginio Colmegna, è di nomina arcivescovile mentre all’interno del consiglio d’amministrazione uno dei cinque consiglieri è di nomina comunale».

A quali bisogni cerca di rispondere la Casa della Carità?

La nostra missione originaria è l’accoglienza come compito legato alla gratuità. Le persone che si rivolgono a noi vengono ospitate e aiutate senza alcuna retta da pagare. La Casa ha 120 ospiti a cui si aggiungono alcune madri con bambini che occupano i miniappartamenti interni alla struttura e gli anziani del quartiere che vengono a partecipare alle attività diurne.
Penso che la Casa della Carità abbia restituito alla città la libertà di accogliere le persone all’interno della loro storia e del loro cammino con l’intento di trovare nuove strade di autonomia e di cittadinanza. Un’esperienza di sussidiarietà che non investe soltanto la gestione economica.

Come vi siete strutturati in questi anni?

Fin dall’inizio abbiamo lavorato molto alla formazione di uno staff di operatori in grado di affrontare ogni tipo di emergenza con una competenza molto ampia. Poi abbiamo provveduto alla certificazione ISO 9000, partendo dalla convinzione che  le strutture come la nostra riescono a essere risorsa anche nelle storie di fragilità più estrema soltanto se lavorano nell’eccellenza. C’è poi una squadra di 80 volontari che si dedica quotidianamente alle varie parti della vita quotidiana della casa. La peculiarità del nostro centro è comunque quella di essere rimasta una casa, nonostante la grandezza.

Cosa significa?

Si condivide il pranzo, ma anche la storia delle singole persone e la riflessione religiosa. Nella cappella della Casa della carità vengono invitati tutti ai momenti di riflessione sull’Avvento e la Quaresima. Non solo, da qualche anno, come momento di vicinanza, condividiamo con gli ospiti islamici la festa della fine del Ramadam. Siamo convinti che attraverso il dialogo religioso si possa costruire coesione e rispetto.

Chi sono gli ospiti della Casa della Carità? In quanti casi le persone accompagnate riescono a costruire un percorso di autonomia?

In questi anni sono passate dalla casa 1.700 persone che hanno poi trovato un’autonomia, una residenzialità autonoma o condivisa e un lavoro, uscendo così dalla spirale dell’emarginazione grave. Ogni anno ascoltiamo e orientiamo tra le 500 e le 600 persone anche se poi non vengono accolte come residenti. C’è chi ha bisogno di una consulenza legale, chi di un bilancio competenze o di un corso di italiano.
Le diverse nazionalità che si sono rivolte alla Casa della Carità sono state ben 87. L’80% dei nostri ospiti viene infatti da altri paesi.

Questa realtà è sostenuta dai milanesi? 

Fin dalla sua fondazione. Angelo Abriani nel dopoguerra creò una catena di negozi per permettere a tutti un abbigliamento a basso prezzo e prima di morire lasciò in eredità le risorse per realizzare questo centro.
Oggi contribuiscono alla sua opera le fondazioni bancarie, l’imprenditoria, ma anche i singoli privati.
Ogni mese ci arriva un vaglia di 9 euro di un’anziana signora di Milano. Per noi è importante come quella di una grande banca. La Casa della Carità è un presenza che interroga tutti e molti decidono di farsene carico, soprattutto dopo una crisi economica come questa.

Grazie al vostro lavoro a contatto con i rom avete maturato una conoscenza approfondita delle problematiche che li coinvolgono. Qual è il vostro suggerimento all’amministrazione pubblica?

In tutti questi anni abbiamo seguito diverse emergenze legate agli sgomberi. Accompagniamo le famiglie che chiedono di essere seguite partendo dalla convinzione che esistono diritti e cittadinanza dove c’è il rispetto della legalità. In 5 anni più di 400 persone hanno lasciato i campi per entrare all’interno di abitazioni normali. La strada è questa. Purtroppo c’è chi utilizza la paura, la disinformazione e il pregiudizio per creare frammentazione e ottenere facili consensi. Non è la paura, però, che costruisce una società civile, ma la risposta al bisogno nel rispetto della legalità.
I campi vanno chiusi come esperienza storica, servono nuovi spazi temporanei che permettano di gestire le emergenze senza cadere nell’assistenzialismo. Il piano del ministro Maroni è interessante, purtroppo i fondi sono rimasti bloccati a livello comunale. La politica dello struzzo però non risolve nulla ed è inadeguata ad affrontare questi problemi drammatici.

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