QUARTIERI IN BILICO/ Ecco i tre “popoli” che si spostano e cambiano Milano

- Laura Bovone

La trasformazione urbanistica di Milano ha il suo corrispettivo in due movimenti vistosi di popolazione che la riguardano. L’approfondimento di LAURA BOVONE

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Milano e i suoi "Quartieri in bilico"

La trasformazione urbanistica di Milano ha il suo corrispettivo in due movimenti vistosi di popolazione che la riguardano, che si intrecciano e si favoriscono  a vicenda: il network globale dei capitali e della borghesia transnazionale – che frequenta i luoghi esclusivi del lavoro e del divertimento prevalentemente nel centro storico e nei quartieri alla moda e si cristallizza nelle grandi opere delle star dell’architettura (anch’esse transnazionali) e i flussi di migranti in cerca di lavoro e ovviamente di stanziamento.

A causa di questi due fenomeni vistosi, la città tutta tende vistosamente a polarizzarsi. Lo studio dei quartieri può servire letteralmente a fare “mente locale” su questa polarizzazione, a individuarne la varia fenomenologia spezzando l’inevitabile genericità di un’analisi condotta a livello metropolitano.

Si può notare allora che lo spazio dei luoghi, inteso come radicamento frammentato degli individui sul territorio, è ancora ampiamente presente  in tutta Italia e a Milano in particolare, e riguarda non solo la quotidianità del privato e del consumo, ma anche, in molti casi, la quotidianità decentrata della produzione.

Pertanto, le popolazioni rilevanti  che dobbiamo ben considerare non sono solo i due flussi che si prestano a una rappresentazione mediatica a tinte forti, bensì anche il tessuto consolidato dei ceti medi, i piccoli imprenditori, gli artigiani, i commercianti. Si tratta di una realtà almeno bifronte, composta da una parte dai piccoli esercizi di prossimità, dal meccanico al panettiere al merciaio, che mettono al servizio del quartiere il proprio capitale sociale relazionale ma anche sembrano rassegnati a una condizione di inerzia, quando non sono in vera sofferenza; dall’altra parte, però, ci sono nuovi imprenditori, o vecchi imprenditori che hanno saputo ridefinire creativamente la loro attività, in sintonia con la vocazione culturale della città postmoderna.

La terza popolazione che caratterizza la metropoli contemporanea è indubbiamente questa classe creativa, che lavora nei settori della moda e del design, dell’intrattenimento e della comunicazione, della ristorazione e della promozione della cultura e dell’arte: estremamente mobile, con interessi e stili di vita sempre più transnazionali, ma anche alla ricerca di un radicamento territoriale interessante, di una scena creativa cui partecipare durante l’inscindibile continuum lavoro-tempo libero.

Nei quartieri di periferia, occorre capire come queste tre popolazioni emergenti e per lo più importate si interfacciano tra di loro e con le popolazioni autoctone, gli anziani residenti, i mestieri della modernità industriale, l’artigianato e il commercio di tipo tradizionale, le botteghe in sofferenza; qual è il mix locale che ne deriva, quali sono i vari livelli di partecipazione alla vita sociale, le relazioni che si intrecciano, i conflitti d’interesse.

La tesi che ha guidato la nostra ricerca – effettuata per incarico del Comune di Milano dal Centro per lo studio della moda e della produzione culturale dell’Università Cattolica – è che proprio questa classe creativa abbia in mano i destini dell’economia simbolica milanese e sia in grado di fungere da cerniera tra i grandi protagonisti e i molti esclusi della città, ostacolandone in qualche modo la pericolosa polarizzazione. Con questa chiave di lettura, i sei quartieri studiati possono essere agevolmente classificati in una tipologia che indica l’apporto più o meno consolidato delle piccole imprese culturali alla rinascita del quartiere.

A un estremo stanno i due quartieri vocati, Bovisa e Lambrate, cui una recente specializzazione nella direzione del design, delle arti decorative e dei servizi connessi sembra ormai assicurare una nuova prospettiva alla tradizionale operosità industriale dei residenti. La vocazione è nel caso di Bovisa decisamente una chiamata dall’alto, con i macroinsediamenti di Politecnico e Triennale; nel caso di Lambrate, si tratta di un’opera di riqualificazione più modesta, ma altrettanto coinvolgente portata a termine nel quartiere da alcuni professionisti imprenditori.

All’altro estremo possiamo collocare la zona della Stazione Centrale e Viale Padova,  con i suoi visibili contrasti da quartiere multiculturale. Anche in questo caso la variopinta eterogeneità dei molti esercizi commerciali e specialmente di ristorazione è un potenziale culturale e imprenditoriale che potrà dare i suoi frutti. Ma per ora i problemi sembrano più pesanti delle prospettive.

Tra i due estremi sono da collocare i quartieri in bilico, Corvetto, Molise-Calvairate e Villapizzone, che sono quartieri piuttosto disomogenei, punteggiati da drammatici insediamenti abitativi ma anche caratterizzati da interventi di riqualificazione importanti e, soprattutto, da un fiorire di microimprenditorialità culturale e sociale.

“Quartieri in Bilico”, ricerca effettuata dal Centro per lo studio della moda e della produzione culturale dell’Università Cattolica.



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