ELEZIONI/ Tognoli: tre proposte per far “brillare” Milano nel mondo

- int. Carlo Tognoli

L’ex sindaco, CARLO TOGNOLI, illustra le sue proposte per Milano a partire dal volantino della Compagnia delle Opere, “Costruire luoghi di vita”, realizzato in vista delle amministrative

piazza-affari-r400
Piazza Affari (Foto Ansa)

Una nuova rappresentanza politica per i professionisti di moda, finanza e comunicazione; la creazione di centri universitari internazionali; recuperare il ruolo dei partiti come presenza quotidiana della politica nel dialogo con i cittadini. Sono alcune delle proposte per Milano lanciate dall’ex sindaco Carlo Tognoli. Ilsussidiario.net lo ha intervistato sul volantino della Cdo, in cui si afferma: «Senza un popolo responsabile capace di rinnovare la propria identità anche le città decadono e il loro governo rischia di rinchiudersi in un continuo ricercare regole da imporre».

Tognoli, partiamo da questa frase. Milano nel tempo è stata in grado di rinnovare la sua identità?

Milano è nella lega delle città globali. Non solo perché è un crocevia, ma perché c’è una generazione di persone che ha fatto esperienze di lavoro o di studio all’estero ed è tornata con elementi culturali, prassi, tecniche, modelli di business e di comunicazione tipici della globalizzazione. I «decision makers» stanno qua. Nel mondo degli affari quando si parla di Italia la gente pensa a Milano. Tuttavia Milano amalgama, ma non eccelle. Come ha scritto Geminello Alvi, «manca di visione, forse di amore come dimostra la tiepida élite che il venerdì scompare…». Al contrario di quel che facevano i nostri padri e i nostri nonni.

Da dove può ripartire un rilancio di Milano?

Un tentativo di rilancio del ruolo di leadership milanese-lombarda ci fu negli anni ’80, dopo la crisi degli anni ’70, da Piazza Fontana al terrorismo «rosso» che avevano messo in crisi la città ambrosiana. Il passaggio dalla società industriale alla società postindustriale era stato affrontato positivamente e senza traumi. «Mani pulite» fece d’ogni erba un fascio e il processo avviato di offrire spazio e rappresentanza politica ai nuovi professionisti della moda, della finanza e della comunicazione, che si sentivano modello di fronte al declino della grande industria, venne frustrato. Tuttavia è da quel punto che bisogna ricominciare, con qualche aggiornamento, s’intende.

Che cosa deve fare la politica per recuperare il suo rapporto con la società?

Il ruolo che i partiti svolgevano, non senza difetti – di formazione, di scuola, di esperienza, di selezione e anche di cooptazione – era un ruolo di mediazione tra volontà popolare ed eletti e di partecipazione. Nel passato, in conseguenza del prevalere di una visione marxista che influenzò anche i partiti non marxisti, il partito era tutto: era più importante il segretario del partito rispetto al capo del governo o al sindaco. Questo era sbagliato. Ma altrettanto erroneo è impostare la politica sul solo momento elettorale e sulla organizzazione del consenso per quell’attimo fuggente. Naturalmente il voto è il sale della democrazia, ma la presenza quotidiana della politica come dialogo interattivo con i cittadini deve essere riaffermata. In Parlamento, nelle assemblee regionali, nei consigli comunali, nei consigli di zona. Questi devono essere alcuni dei luoghi di ascolto e di replica nel rapporto con la cittadinanza, le sue categorie, i suoi gruppi economici, sociali, culturali, etnici.

Come vede il futuro del capoluogo lombardo?

La metropoli ambrosiana, con la sua storia, la sua cultura, le sue tradizioni, con una intensa attività economica, con grandi ambizioni, non può vivere se non ha degli obbiettivi. Anzi per rimanere al passo con i tempi deve «sognare». Per una città sognare significa pensare in grande, cioè progettare. Progettare nel campo dell’urbanistica con parametri adeguati ai tempi, e cioè in modo meno dirigistico e coinvolgendo le forze economiche e culturali della società. Progettare in campo architettonico privilegiando il «bello». Progettare infrastrutture materiali e immateriali affinché Milano possa rimanere inserita nel circuito internazionale. Altrimenti è destinata alla semplice sopravvivenza: una città senza progetti per il futuro, senza attrattiva, corre il rischio di perdere la propria identità e di essere dimenticata.

Fino a che punto Milano è paragonabile a metropoli come Londra o Parigi?

La forza di Milano è la grande area policentrica composta dal capoluogo e dalle città di corona: Varese, Como, Lecco, Bergamo, Brescia, Cremona, Lodi, Pavia. Una delle aree più operose e più ricche d’Europa, senza essere una sola città (come Londra o Parigi appunto) ma un insieme armonico di centri che hanno una storia antica e recente. Il Comune di Milano deve essere il traino di una strategia «glocalistica» che tenga conto della vasta area policentrica indicata, senza porre le altre città e gli altri comuni in una posizione subordinata. Le nuove regole di spazio, in cui lo spazio immateriale si affianca a quello fisico, in cui il mutamento della produzione rende obsoleti i grandi spazi industriali, portano ad una nuova idea di metropoli. Ciò che è avvenuto negli ultimi vent’anni ha rotto lo storico equilibrio tra cittadini che stabilmente vivono e lavorano nello stesso luogo e nomadi, cioè coloro che, per varie ragioni, risiedono temporaneamente in un luogo.

In che modo la politica deve tenere conto di queste specificità di Milano?

Trasporti (grandi infrastrutture) e comunicazione devono avere la priorità per quella grande area, come si è fatto portando alcune linee della MM oltre i confini municipali (anni ’70 e 80 linea verde e gialla) realizzando il «passante ferroviario» e recentemente con un ulteriore prolungamento della MM 2 ad Assago. Il Comune deve lavorare (in accordo con regione, provincia e comuni circostanti) in questa direzione, così come deve favorire l’accesso alle nuove forme del sapere, poiché oggi l’industria di base è la produzione di saperi. La città e la sua area devono accogliere le forme più vitali del sapere e darne accesso ai cittadini. Si offrano le condizioni per favorire la creazione di centri universitari internazionali (partendo da Politecnico, Cattolica e Bocconi) ma anche di «università popolari» per l’alfabetizzazione della popolazione (immigrati compresi) verso i nuovi linguaggi.

Che cosa si deve fare per le periferie, che spesso vivono in situazioni di disagio?

Le periferie devono essere oggetto di un’azione di riequilibrio rispetto alla zona centrale. Occorre riqualificare il tessuto urbano e le abitazioni, anche attraverso la ricostruzione degli edifici, molti dei quali (popolari e non) sono in avanzato stato di degrado. Bisogna realizzare nuovi insediamenti integrati nelle zone di periferia, con la presenza congiunta di funzioni urbane importanti, trasferite dalla zona centrale o di nuovo impianto, con residenza, attività produttive, servizi alla persona, spazi verdi – accompagnati da un adeguato sistema di collegamenti.

Un altro tema cruciale è il rapporto tra giunta e consiglio comunale. Lei come lo interpreta?

Coniugando efficienza e democrazia. Attribuire più poteri all’esecutivo (processo già in atto da quando c’è l’elezione diretta del sindaco) non vuol dire contraddire la partecipazione democratica. L’assemblea degli eletti – (Comune o consiglio di zona) che rappresenta cittadini diversi fra loro per professioni, censo, istruzione e che sono uomini, donne, anziani, giovani, ricchi e poveri – deve controllare gli indirizzi, non i dettagli, ma ha il diritto di conoscere tutto, anche ciò su cui non deve esprimere voti. La conoscenza garantisce il processo democratico e favorisce l’efficienza. Il Consiglio comunale (o di zona) non è un’impresa controllata dagli azionisti, ma una comunità di persone con diritti e doveri cui il popolo ha delegato funzioni di amministrazione e controllo per avere efficienza di servizi e attenzione sociale e umana.

 

(Pietro Vernizzi)



© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori