LA STORIA/ Quella casa di via Rutilia dove si dona il cuore ai sofferenti

- La Redazione

È stato inaugurato martedì 3 maggio scorso il Centro di accoglienza di via Rutilia, dove l’associazione Fraternità accoglie comunità familiari e ragazze madri. Ne parla CRISTIANO GUARNERI

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Il Centro d'accoglienza di via Rutilia

Cinque comunità familiari e due alloggi per ragazze madri. E’ quanto mette a disposizione l’associazione Fraternità nel nuovo Centro di accoglienza di via Rutilia, a Milano, inaugurato martedì 3 maggio scorso, per accogliere minori in affido.
Tantissimi i presenti ai festeggiamenti, stretti in un grande abbraccio alle cinque famiglie che già da un anno vivono nello stabile della Fraternità. Numerose anche le istituzioni presenti alla cerimonia. Il vice presidente della Regione, Andrea Gibelli, si è definito “amico” di molti presenti e dell’esperienza ormai quasi trentennale dell’associazione: “Venire qua mi ha suggerito l’augurio di un nuovo inizio. La Regione conferma da anni il proprio sostegno a realtà simili. Ma nessun finanziamento può sostituire l’essenziale, cioè il cuore dell’uomo”. Di “modello da seguire” ha parlato Massimo Pagani, assessore alle Politiche familiari della Provincia di Milano, che si è augurato “di poter replicare in altre parti del territorio la medesima esperienza”.  E Mariolina Moioli, assessore comunale con le stesse deleghe, ha riconosciuto che “quanto più sana è la famiglia, tanto più lo è la società”. Proprio con il Comune di Milano, l’associazione Fraternità ha in essere una collaborazione che dura da anni. A sottolinearlo è stato il direttore, Angelo Gipponi, per introdurre un “evento nell’evento”, cioè la stipula della Convenzione tra Fraternità e comune meneghino, in cui si riconosce il modello di accoglienza non più solo all’interno di una struttura comunitaria ma nelle singole famiglie, a cui è accordato il medesimo valore.
Dal 1984 a oggi, l’associazione che ha sede a Crema, oggi radicata in tutto il centro Italia, ha accolto oltre 700 minori e conta su 300 famiglie aderenti. Quello di via Rutilia è il terzo Centro di accoglienza dopo quelli di Monte Cremasco e Castel Cerreto, che si affiancano alle ventisei comunità familiari.

Sono numeri che dicono di una realtà solida, cresciuta e stimata nel tempo. Lo testimoniano le parole dei due presidenti dei Tribunali dei minori, Carla Gatto (Brescia) e Mario Zevola (Milano). “L’allontanamento dei minori dalle loro famiglie – ha detto Zevola – non ci lascerebbe tranquilli se non trovassero, là dove vanno, un luogo di vera accoglienza. E io sono sicuro che questo lo è”. Anche il presidente Gatto è certa della capacità di abbraccio di una realtà simile, “già visibile sin da come è stata concepita, con questo bellissimo cortile interno”.
Nel Centro di via Rutilia, un giorno freddo e buio del febbraio scorso, è arrivata Alessandra, ragazza madre con tre figlie sulle spalle. Un impatto difficile, stemperato via via dal modo con cui quelle cinque famiglie la trattavano ogni giorno. “Temevo di essere arrivata in un luogo ostile, con persone pronte a giudicarmi”, racconta Alessandra. Invece, nell’appartamento di Maria e Amedeo Capetti, trova una “famiglia normalissima”, pronta a fare posto a lei e alle le figlie. I giorni dell’agonia si tramutano in un tempo di letizia: “Anche io pian piano mi sono aperta a loro – racconta Alessandra – sentendomi ogni giorno rinascere e trovando una capacità di amare che mai avrei pensato”.
Questa capacità di abbracciare chiunque, da dove arriva? Stefania Basso, che con marito e figli abita in una delle cinque comunità familiari all’interno del Centro, ammette che “la forza per stare qua e accogliere chi ha bisogno arriva dagli amici che mi fanno compagnia”. Infatti, “nulla sarebbe possibile se non avessi una porta a cui bussare”. Amedeo Capetti, medico, consulente per la Santa Sede all’Organizzazione Mondiale della Sanità e soprattutto padre, abitava in tutt’altra zona di Milano prima di trasferirsi in via Rutilia. 

A lanciarlo in questa avventura, con moglie e quattro figli, è stata l’amicizia con don Mauro Inzoli, presidente dell’associazione Fraternità: “Quand’ero al liceo Berchet ho incontrato quelli di Comunione e Liberazione e da allora non li ho più mollati”. Vivere insieme ad altri per lo stesso scopo e nel medesimo luogo è “una grazia” ma, molto spesso, “una sfida insopportabile”, precisa Amedeo. Una sfida che si vince se nella propria vita si fa esperienza del perdono ricevuto.
E’ la parola perdono che ha dato il nome a questo Centro. “Ciò che è accaduto nei giorni scorsi – ha detto don Inzoli –, e che accade in queste case e nei cuori delle persone che vi abitano, ha dato un nome a questo posto. E la parola è: Misericordia”. Che non è roba per chi ha fede o ha capito più di altri. É un luogo dove tutti possono abitare, “dove tutti possono trovare casa, non di muri ma di cuori. Dei cuori di chi vi abita. Sant’Agostino usava infatti l’espressione ‘miseris cor dare‘, cioè dare il cuore ai sofferenti”.
Dopo 27 anni di storia (l’associazione Fraternità nasce nel 1984) ci si potrebbe sentire “bravi ed importanti”. Il sentimento che domina, invece, è quello della gratitudine. Innanzitutto a “Colui che ci ha messo insieme” e che ha permesso di “renderci parte di una storia verso cui siamo debitori”.  Perché accadono miracoli, come quello in via Rutilia, che altro non sono se non l’opera di un Altro.

(Cristiano Guarneri)

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