EIRE/ 3. Benini (architetto): la vocazione di Milano? Diventare una “piccola” New York…

- int. Dante Benini

Milano e New York non sono poi così lontane. Capitali finanziarie dei rispettivi paesi, hanno anche in comune diversi aspetti della loro urbanistica. Il motivo ce lo spiega DANTE BENINI

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New York (Foto: IMAGOECONOMICA)

«Milano è una città gemellata idealmente con New York, con un Central Park in ogni quartiere. Gli Stati generali del Real Estate che si terranno nella metropoli lombarda saranno un’occasione per riflettere su questa vocazione del capoluogo lombardo». A osservarlo è Dante Benini, l’architetto che ha fondato lo studio Dante Benini & Partners, che interverrà agli Stati generali del Real Estate dal 7 al 9 giugno parlando sul tema dell’architettura.

Architetto Benini, quali sono le principali criticità di Milano da un punto di vista immobiliare, e in che modo il Real Estate può contribuire a dare una risposta?

Innanzitutto bisogna fare una premessa: Milano da un punto di vista architettonico è rimasta ferma per 50 anni, e dopo Torre Velasca e grattacielo Pirelli abbiamo avuto dei lunghi decenni di stasi. Negli ultimi cinque anni, Milano ha ripreso a svilupparsi a ritmi incredibili, grazie al fatto che è stato incentivato il rapporto pubblico-privato. Penso in particolare al nuovo grattacielo della Regione, per quanto riguarda il pubblico, e ai quartieri Garibaldi, Vittoria, City Life e Fiera Portello, per quanto riguarda il privato. Milano negli ultimi cinque anni ha recuperato un impeto che l’ha portata a un grandissimo sviluppo di carattere immobiliare. Questo ovviamente ha riaperto il dibattito sul fatto che Milano possa ospitare o meno questo tipo di sviluppo, e che ne abbia veramente l’esigenza. E le risposte che si forniscono a queste domande dipendono dal tipo di chiave di lettura che si dà a quello che deve essere Milano. Lo schieramento uscito vincitore alle elezioni comunali, che si rifà alla visione dell’architetto Stefano Boeri, prevede una rivalutazione della campagna e delle cascine e un’analisi profonda per capire quanto bisogno di alloggi e uffici ha Milano e quanto sono sfitti, evitando così ulteriori cementificazioni.

Qual è invece la sua visione di Milano da un punto di vista architettonico e immobiliare?

Personalmente ritengo che Milano abbia la vocazione di essere una città internazionale e un polo finanziario come Londra, Parigi, Berlino e Francoforte. E soprattutto, per quanto le dimensioni non siano ovviamente le stesse, Milano è una città con la stessa vocazione di New York, con cui esiste una sorta di «gemellaggio genetico». Noi milanesi ci muoviamo come i newyorkesi, siamo ugualmente intraprendenti e conduciamo la stessa vita frenetica. Privilegiando invece i paesaggi agricoli, Milano rimarrebbe una piccola provincia di poco più di un milione di persone. Mentre il Pgt dell’ex assessore all’Urbanistica, Carlo Masseroli, puntava a riportare l’hinterland a 3-4 milioni di abitanti.

L’altra faccia della medaglia è però quanto spazio si intende concedere al verde urbano…

 

Milano è una città che ha già tantissimo verde, perché le costruzioni non sorgono in modo selvaggio. Il nuovo quartiere di City Life ha per esempio un parco da 160mila metri quadrati con pochi paragoni al mondo. E se Milano non può avere un Central Park come New York, sicuramente può avere 50 mini Central Park sotto casa che consentano ai residenti di raggiungerli senza nemmeno dovere prendere la macchina. Ma oltre ai parchi delocalizzati, occorrono anche grandi luoghi di aggregazione come piazze, centri commerciali e musei. Per non parlare di servizi, infrastrutture, metropolitane, e di tutto quello che fornisce a Milano una sostenibilità e una qualità di vita che permetta ai cittadini di lavorare. Senza mai dimenticare che Milano è il motore dell’Italia e un luogo per produrre denaro. Proprio per questo, il Real Estate deve per forza giocare un ruolo essenziale. Inoltre, tenuto conto del ruolo del settore sul bilancio italiano, il Real Estate non può immaginare di lasciare a casa qualche centinaio di migliaia di operatori perché gli si impedisce di lavorare all’altezza delle sue potenzialità.

Il Real Estate negli ultimi anni ha attraversato però una crisi ideale…

Milano ha subito un vero e proprio trauma, quello del mattone di carta, dove la finanza ha prevaricato il Real Estate. E così si vendeva solo carta, senza nessun aggancio reale, e con un valore sempre maggiore. Oggi che lo si è compreso bene siamo tornati al mattone. Proprio per questo, il Real Estate può salvare con il suo contributo una parte dell’economia italiana, e gli amministratori pubblici devono quindi sapere che ruolo e che responsabilità ha Milano.

La Dante Benini & Partners sta lavorando al progetto di social housing della Bicocca. Da dove nasce questo vostro impegno?

Il valore del social housing è innanzitutto quello di elevare la popolazione, cioè di dare dignità sociale alla nostra professione. Ciò che nobilita davvero la mia professione di architetto, e quella degli imprenditori che lavorano con me, è il fatto di riuscire a metterci al servizio in modo gratuito per offrire a un padre di famiglia la possibilità di vivere insieme ai suoi figli in una casa dignitosa, in cui sia davvero possibile farli crescere in un ambiente adeguato all’educazione che si vuole fornire loro. Winston Churchill diceva: «Noi diamo la forma alle nostre case, e in seguito le nostre case danno la forma a noi». Fornire una casa di qualità a basso costo è quindi il compito più grande e difficile e un ideale da raggiungere per ogni architetto.

Sempre la sua società sta realizzando anche il polo provinciale di eccellenza di via Soderini. Come lo avete concepito da un punto di vista architettonico?

 

Le rispondo con una domanda: secondo lei il centro Pompidou in rue Beaubourg a Parigi ha avuto successo per il museo in sé, o per la piazza fuori dal museo? La piazza è un momento di aggregazione all’interno del quale ci sono scambi di energie e cultura. Si suona la chitarra, c’è il mangiatore di fuoco, il mimo, la gente si trova a proprio agio, e gradualmente si è avvicina al museo. E’ quello che stiamo cercando di fare noi con il polo d’eccellenza : una grande sala museale e un grande centro congressi a disposizione dei ragazzi, una piazza grande come tre campi da calcio e persino degli spazi dedicati ai writer. L’obiettivo è avvicinare i ragazzi al mondo dei mestieri e delle professioni, e l’architettura «piegandosi» a questa missione raggiunge l’eccellenza.

(Pietro Vernizzi)

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