LA STORIA/ Dal lavoro una possibilità di rinascita per i ragazzi più “deboli”

- La Redazione

PAOLO LARGHI racconta l’impegno della Cooperativa La Strada che, attraverso centri di aggregazione e formazione, incontra i giovani in difficoltà per far fronte a problemi di scuola e lavoro

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I giovani, il mondo del lavoro e la Cooperativa La Strada (Fotolia)

«Alla fine del mese scorso abbiamo tenuto un incontro con numerose realtà aziendali per  raccontare il nostro lavoro e per far capire quanto sia necessario avere persone che sappiano aiutare i ragazzi più deboli a inserirsi nel mercato del lavoro. È stato un punto di arrivo, ma anche di partenza per il percorso che la nostra cooperativa continua a fare da oltre dieci anni». Paolo Larghi, direttore dei servizi educativi della Cooperativa La Strada, inizia così il suo racconto a IlSussidiario.net «Spesso sono proprio le imprese più piccole a garantire un contatto più ravvicinato, una dimensione più a misura d’uomo, che permetta al ragazzo di individuare delle figure adulte che lo seguano e che trasmettano, oltre alle conoscenze più tecniche, anche dei valori concreti e quotidiani, come quello di arrivare puntuali, di rispettare il proprio datore di lavoro e di gestire i rapporti in un certo modo».

Con che tipo di realtà vi confrontate?

Abbiamo a che fare principalmente con ragazzi che hanno difficoltà nel percorso di studi. Sono giovani che magari, vicini alla maggiore età, non hanno ancora raggiunto la terza media. Noi cerchiamo di aiutarli con un percorso in aula per prepararsi all’esame e un’esperienza lavorativa “di bottega”.
Ci sono poi anche ragazzi con varie difficoltà di carattere familiare e personale che non riescono a sostenere un adeguato percorso di scuola superiore e che hanno bisogno di essere accompagnati e orientati verso l’inserimento lavorativo.

In che modo i giovani si mettono in contatto con voi?

Le modalità sono veramente tante. Spesso vengono segnalati dalle scuole o da altri enti come parrocchie, associazioni o altre cooperative che ci conoscono sul territorio, altre volte dal Comune di Milano o spontaneamente, per il racconto di un amico o di un parente che grazie a noi magari ha trovato lavoro.

Qual è la vostra prima preoccupazione quando arriva un ragazzo “nuovo”?

La prima cosa che facciamo è garantirgli un’adeguata accoglienza e affidargli un riferimento fisso, chiaro, perché non facciamo attività di sportello, ma mettiamo a disposizione una persona, per esempio un educatore o un orientatore, che possa seguire il ragazzo sempre, senza alternarsi con nessun altro. Dopo un primo percorso di orientamento che dura circa un mese, comincia una fase di apprendimento su cosa significa cercare lavoro, cosa serve, cosa è possibile fare, quali sono gli strumenti. L’importante è farlo senza sostituirsi al ragazzo.

Cosa intende dire?

Non siamo noi a trovargli un lavoro, facciamo però in modo che lui impari a orientarsi in questo mondo utilizzando bene tutti gli strumenti a disposizione, come la compilazione adeguata del curriculum e l’utilizzo di Internet. Poi in alcuni situazioni particolari, attiviamo i tirocini formativi attraverso la rete di aziende di cui parlavo, che accoglie il ragazzo per circa sei mesi, senza ovviamente garantire un’assunzione.
È comunque importante offrire un’esperienza di lavoro e seguire il ragazzo che così riesce a trovare le motivazioni giuste per affrontare tutti gli ostacoli che gli si porranno davanti.

Può raccontarci una storia che l’ha colpita particolarmente in questi anni?

Sono moltissime. Ho visto ragazzi stranieri che, arrivati qui senza nessun riferimento, si sono dati da fare e nel giro di pochi anni hanno costruito il loro futuro. Oppure, una ragazza di 16 anni che era venuta da noi perché era stata espulsa e non aveva finito le medie. A settembre inizierà un triennale nel campo della ristorazione. Spesso queste storie si somigliano e sembrano molto piccole, anche se in realtà sono eccezioniali… 

(Claudio Perlini)

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