INDAGINE/ Pesenti: calcolare la felicità dal reddito? E’ un criterio che non basta

- int. Luca Pesenti

LUCA PESENTI spiega perché i dati della Camera di Commercio di Monza e Brianza sugli indici che rilevano la felicità sono parziali e privi di una serie di fattori fondamentali.

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Foto Imagoeconomica

La felicità in Lombardia? E’ sufficiente disporre di un reddito di 1.500 euro al mese. Molto più a buon prezzo quella della Sicilia, dove la assicura uno stipendio da 900 euro. Si tratta di una ricerca dell’ufficio studi della Camera di Commercio di Monza e della Brianza che ha calcolato l’indice di felicità, in base ai redditi e alle spese medie, Regione per Regione. Con criteri che, tuttavia, «così impostati riducono drammaticamente l’esperienza umana, e non sono esaustivi sul piano sociologico», afferma, intervistato da ilSussidiario.net, Luca Pesenti, Docente di programmazione del welfare locale all’Università Cattolica del S. Cuore di Milano. In ogni caso, dallo studio è emerso che lo stipendio minimo del lombardo felice è lo stesso per  Veneto ed Emilia Romagna, mentre in Piemonte scende di un centinaio di euro. Occorrono 1.300 Euro in Toscana e nel Lazio, 1.200 in Liguria e 1.000 in Campania. Passando ai capoluoghi, poi, si scopre che, a Firenze, solamente il 18,9% delle famiglie si trova al di sotto del livello minimo di felicità, a Genova il 21,1%. a Palermo il 21,8% e a Bologna, la più infelice, il 24,2%. A Milano, non è soddisfatto della propria esistenza, secondo i criteri adottati, il 23,8% dei nuclei familiari, pari a 162.100 unità. Oltre al reddito, i criteri adottati per definire il livello di felicità, la gratificazione professionale, quella legata alla propria abitazione ed al quartiere in cui si risiede. Considerati tutti questi parametri, in Lombardia, benché circa un suo cittadino su 4 sia scontento, la qualità della vita percepita è superiore a quella di Spagna e Francia, ed è paragonabile a quella della Germania. «Per parlare di felicità in questi termini – chiarisce Pesenti – mancano dimensioni che sono decisive. Si rischia di fare delle riduzioni pari a quelle che vigono nella mentalità corrente, secondo la quale il prodotto interno lordo di una nazione è indicativo del benessere dei suoi cittadini. La ricerca economica e sociologica, invece, sta tentando di individuare molteplici indicatori delle determinazioni della vita di una persona per definire se essa sia degna o meno». Gli indicatori della Camera di Commercio non sono, comunque, da scartare. «Ma rappresentano una sola parte dei fattori utili a determinare il livello di soddisfazione di un individuo o di una famiglia».  

Uno, in particolare, tra i più importanti, non viene contemplato: «lo studio con considera il capitale sociale, quell’insieme di relazioni familiari e amicali che consentono alla persona di sentirsi sicura al di là del suo status sociale e reddituale e la rendono fiduciosa nei confronti del mondo che la circonda». Un capitale che produce ripercussioni oggettive sul piano economico. «Difficile stabilirlo a livello di massa, dato che non ci sono ancora ricerche abbastanza ampie e dettagliate; ma che ci sia un nesso tra capitale sociale e sviluppo locale è dimostrato abbondantemente». E’ interessante notare, in ogni caso, come i dati della Lombardia siano migliori rispetto a quelli di altri Paesi europei. «Sappiamo che il suo tenore vita è comparabile a quello di intere nazioni, come Svezia, Belgio e Olanda; e che i suoi indici di povertà sono i migliori d’Europa; il che è indicativo del mix tra una vocazione a forte sviluppo economico e della qualità della vita tipica del nostro Paese». Tuttavia, se – come sostiene la ricerca – per esser felici, a Milano, occorrono almeno 1.500 euro, sorge spontaneo domandarsi: quindi, la maggior parte dei giovani è destinata all’infelicità? «E’ la prova che la ricerca è incompleta; nessuno, infatti, pensa o può dimostrare che i giovani che lavorano a Milano, molti dei quali con uno stipendio ben inferiore ai 1500 euro, siano tutti infelici. Se vogliamo cogliere sinteticamente l’indice di felicità, dobbiamo introdurre numerosi altri elementi: il fatto che una persona abbia o meno un’esperienza religiosa, l’avere o meno una famiglia unita o un’istruzione, solo per citarne alcuni».



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