SALDI/ Torti (Federazione Moda Italia): ecco perchè è fallito lo shopping notturno

Un sondaggio di Federazione Moda Italia rivela che il 70% dei negozianti era contrario. MASSIMO TORTI spiega perchè e suggerisce contromisure al problema, parlando anche di liberalizzazione

11.01.2012 - La Redazione
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Palazzo Marino

Flop dello shopping notturno a Milano. Venerdì e domenica Palazzo Marino aveva concesso ai negozi di restare aperti fino alle 22, ma di fatto i commercianti che hanno aderito sono stati pochissimi. E alla fine nella giornata dell’8 gennaio, in piena stagione di saldi, le vendite sono addirittura calate del 2% rispetto alla stessa giornata del 2011. La giunta Pisapia aveva previsto un’altra domenica di deroga per il 29 gennaio, che a questo punto rischia però di saltare. Lunedì si è tenuto un vertice in Comune con i commercianti per discutere sulla liberalizzazione degli orari. Per comprendere le ragioni degli esercenti e perché la maggioranza di loro ha deciso di non aderire allo shopping notturno, Ilsussidiario.net ha intervistato Massimo Torti, vicesegretario generale di Federazione Moda Italia, che aderisce a Confcommercio.

Torti, quali sono le motivazioni per cui lo shopping notturno non ha entusiasmato i negozianti?

Nei giorni scorsi Federazione Moda Italia ha realizzato un sondaggio sulla scelta di liberalizzare gli orari notturni dei negozi, da cui è risultato che il 70% era contrario. Sette intervistati su dieci dichiarano cioè di non essere interessati ad aprire in notturna, salvo che vi sia l’organizzazione di un evento particolare, e quindi una preventiva comunicazione e un interesse dei consumatori a recarsi nei negozi proprio in quell’orario. E’ una questione anche legata alle spese che va ad affrontare il piccolo negozio di vicinato restando aperto fino a sera tardi. E questo si misura sia in termini di spese fisse, come luce, gas e riscaldamento, sia per le spese fluttuanti derivanti dal costo del lavoro e quindi dagli straordinari da corrispondere al personale dipendente.

Quali iniziative invece possono rendere più accattivanti le aperture notturne?

Penso a eventi come quelli organizzati nel distretto del commercio in occasione degli stessi saldi. Di solito si tratta però di manifestazioni estive, quando il clima è più propizio allo shopping notturno. Se sono organizzate per tempo, creando un richiamo nei confronti dei consumatori anche a livello internazionale, incontrano la disponibilità dei commercianti e degli operatori di determinate aree a restare aperti con orari prolungati. Federazione Moda Italia rappresenta sia le piccole botteghe di vicinato, come l’esercizio pluri-marca della periferia, sia le boutique del centro e i negozi di lusso di via Monte Napoleone. Ognuno ha delle caratteristiche diverse, e quindi ogni singolo evento può avere un significato in una zona piuttosto che in un’altra. E’ quindi importante programmare per tempo questi eventi e creare delle sinergie tra gli operatori. Questo è anche il ruolo di Federazione Moda Italia, che può sicuramente trovare dei punti di incontro tra gli interessi degli operatori e dei consumatori.

Quali sono le altre vostre proposte per liberalizzare il settore del commercio?

Lunedì si è tenuto un tavolo organizzato dal Comune di Milano cui abbiamo partecipato anche noi. La Regione Lombardia in particolare, come molte altre regioni, ha già adottato dei provvedimenti che vanno nell’interesse del pluralismo distributivo, tra cui anche alcune aperture domenicali. Queste liberalizzazioni non si conciliano con l’interesse del piccolo commercio, ma anzi vanno a incidere più sulle spese di gestione che non ad apportare benefici.

 

La liberalizzazione è quindi contraria agli interessi degli esercenti?

Non è una questione di interessi, ma del fatto che tutte le attività devono essere garantite nel rispetto della legislazione vigente. Il commercio è una materia di competenza esclusiva delle regioni. Prima di incominciare a parlare di liberalizzazioni dovrebbe quindi esserci un chiarimento a questo livello. Sappiamo che alcune regioni hanno già avanzato l’intenzione di rivolgersi alla Corte costituzionale per risolvere questo conflitto di competenze con lo Stato. Noi siamo a favore di una liberalizzazione che porti vantaggi a tutti gli operatori e a tutto il sistema distributivo, e non soltanto a qualcuno.

 

In concreto, come è possibile che ciò avvenga?

In primo luogo dobbiamo vedere quali sono le regole che saranno considerate vigenti. Attendiamo quindi di vedere come si pronunceranno le Regioni e quali intenzioni esprimeranno. In Lombardia esistono inoltre strumenti come i distretti del commercio, che rendono possibile una decisione in grado di coinvolgere gli operatori, i consumatori, i sindacati dei lavoratori, le associazioni dei datori di lavoro, e che possono portare a una decisione comune di aumentare il numero di aperture domenicali, creando iniziative ad hoc. Questa è la soluzione che riteniamo più auspicabile, a fronte di una liberalizzazione tout court.

 

Realmente crede che per un piccolo negozio a gestione familiare, restare aperto qualche ora in più sia un costo così ingente?

Innanzitutto esiste un costo umano, e non solo quello economico. E’ facile comprendere quale può essere la vita di una persona che non è solo legata al lavoro, ma anche alla gestione della vita familiare, e quindi dei tempi di ripresa, della capacità di recuperare gli sforzi fisici e psicologici che un operatore del commercio si trova di fronte quotidianamente. Il fatto di potere recuperare queste risorse riposandosi rappresenta un vantaggio decisivo nella conduzione dell’impresa.

 

In un momento di crisi come quello attuale, non potrebbe essere nell’interesse dei commercianti fare uno sforzo in più?

Il tempo di apertura dei negozi è già ampiamente sufficiente anche rispetto a una media europea. In Svizzera e Austria per esempio i negozi chiudono alle 17. A maggior ragione in tempi di crisi, non è detto che il consumatore in quelle ore serali vada a spendere più soldi di quanto faccia abitualmente. Il giorno è riservato al lavoro e la notte al sonno. A restare aperti in serata ci sono di solito solo i ristoranti e le discoteche. A seconda delle esigenze, è già il mercato che governa queste regole.

 

Restare aperti di più non permetterebbe un aumento del fatturato?

No, perché a un incremento degli orari serali non corrisponde una crescita delle vendite. Le aperture dei negozi sono consentite dalla legge per 13 ore giornaliere. Queste sono più che sufficienti, soprattutto in alcune regioni dove c’è già ampio spazio per le aperture liberalizzate. Le aperture dipendono poi dalla zona, dal flusso di traffico, dall’abitudine dei consumi, ma un negozio di moda in media resta aperto dalle 9-10 del mattino fino alle 19-20.

 

(Pietro Vernizzi)

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