È ormai noto che il sovrintendente del Teatro alla Scala, Stéphane Lissner, nel 2015 lascerà Milano per Parigi. Questo fatto apre alcuni spunti di riflessione. GIUSEPPE FRANGI
Dunque il caro signor Lissner ha deciso di fare le valigie. Se ne va nella sua amata Parigi, a dirigere l’Opera, con l’accento sulla “a”. Lascia la Scala, avendola usata un po’ come uno sgabellino verso il suo vero obiettivo, in un modo che lascia quanto meno sconcertati: la governerà sino al 2015, non si sa come né con chi. E il 2015 non è certo un anno qualunque nell’immediato futuro di Milano…
In particolare lascia una Scala che non ha risolto i suoi problemi, che quest’anno chiuderà con 4 milioni di rosso, dopo averne ottenuti (tra gli altri) 35 dallo Stato e 7 dal Comune di Milano. Una Scala molto sindacalizzata, dove i direttori d’orchestra vengono pagati il 30 per cento in più che negli altri grandi teatri europei, da Berlino a Monaco.
Eppure sulla notizia delle dimissioni di Lissner (che, a scanso di equivoci, non è “caro” per il legame che ha costruito con la città bensì per le dimensioni principesche del suo contratto, al centro anche di recenti polemiche), si sta già scatendando la solita insopportabile geremiade, sull’istituzione da difendere costi quel che costi, sul teatro totem da cui dipenderebbero i destini culturali della città.
Invece questo spiacevole voltafaccia del sovrintendente dovrebbe essere l’occasione per porsi alcune domande molto terra a terra, ma molto sensate. Ad esempio questa: davvero la crisi che stiamo vivendo non dovrebbe indurre a un ripensamento del modello del “grande teatro intoccabile”? Del “sacrario della cultura” che non si misura mai con le contingenze della storia? In che senso il rilancio della cultura, per tutti grande risorsa per il Paese, è compatibile con lo status quo di autentiche idrovore di denaro sul modello della Scala?
La verità è che oggi bisognerebbe abbandonare posizioni aprioristiche e dogmatiche e provare a ragionare finalmente su dati di realtà. Per noi singoli cittadini, per le imprese, per il mondo delle associazioni questo è un momento di faticosa ma obbligata discontinuità: non ci si può pensare come prima, ci si deve inventare nuovi modi di organizzare la propria vita, di lavorare, di far conoscere quello che si fa, di raccogliere risorse per fare.
In questa logica di discontinuità ad esempio, prima ancora di entrare nei paradossi gestionali della Scala (un ente con oltre 800 dipendenti, che si mangia una buona fetta del Fondo unico dello Spettacolo), c’è da chiedersi se sia più stategico, dal punto di vista della crescita civile e culturale di una grande città come Milano, dotarsi di tante buone scuole che formino nuove leve di musicisti, piuttosto che concentrare così tante energie e risorse su un teatro che oggettivamente è alla portata di pochi, dove anche un fenomeno originariamente popolare come il melodramma è diventato un fatto di élite.
Oppure, se non sia più giusto far crescere teatri di periferia piuttosto che puntare tutto su un altro glorioso mausoleo della cultura come il Piccolo Teatro.
Questo evidentemente non vuol dire staccare la spina dalla Scala: vuol dire ripensarne il modello, anche semplicemente costringendola ad allinearsi ai parametri gestionali degli altri teatri europei, superando snobismi e rigidità sindacali.
Per la Milano che va verso il 2015 questa è una scommessa vera e non di facciata: far sì che la cultura si misuri di nuovo con la vita. È una scommessa che riguarda anche un’altra grande istituzione, ben più “povera” della Scala, oggi finita nelle sabbie mobili di una transizione infinita: vale a dire la Pinacoteca di Brera. Oggi il dibattito è tutto concentrato sulla forma giuridica da assegnarle: restare pubblica e statale tout court o diventare fondazione, con apertura (in realtà molto cauta) ai privati. Invece sarebbe urgente capire quale fisionomia debba avere un museo come Brera, che rapporto con la città, come possa diventare un fatto ben più presente di oggi nella coscienza collettiva (Testori diceva che il destino di Brera è quello di essere «gli occhi di Milano»). Ad esempio, personalmente, ho sempre pensato che allontanare l’accademia dal museo sia un errore e un piccolo tradimento, che sgancia il passato dal presente. Oggi semmai un museo, proprio per una città come Milano, può acquisire una sua identità proprio dal rapporto stretto e dallo scambio vitale con chi sta formando la propria fisionomia artistica. So che oggi non è così, pur nella contiguità delle sedi. Ma se vogliamo dare un futuro vitale alla cultura a Milano non ci si può sempre arrendere ai dati di fatto.
