FARMACISTA AVVELENATO/ E’ morto Luigi Fontana, ucciso col cianuro da un amico

- La Redazione

Luigi Fontana, il farmacista avvelenato da un amico, alla fine, non ce l’ha fatta. E’ morto, poco dopo le 9 nella sua stanza della clinica Città Studi dove era ricoverato.

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Luigi Fontana, il farmacista avvelenato da un amico, alla fine, non ce l’ha fatta. E’ morto, poco dopo le 9 nella sua stanza della clinica Città Studi dove era ricoverato. E’ rimasto in coma per due settimane. A ucciderlo è stato Gianfranco Bona, un amico imprenditore a cui Fontana aveva prestato 270mila. Parte di un debito ancora più grande che aveva accumulato negli ultimi cinque anni e che non era in grado di restituire. Era sta proprio la disperazione a non poter restituirgli i soldi a spingerlo a compiere il folle gesto. Inizialmente si era procurato il cianuro con cui ha ucciso Fontana con l’intenzione di utilizzarlo su stesso per suicidarsi. Solo all’ultimo, come ha rivelato in seguito lui stesso, ha cambiato idea. Ironia della sorte, era stato lo stesso Fontana a fornirgli il veleno convinto che lo avrebbe usato per i topi. Bona è stato fermato dalla polizia per i dovuti accertamenti, essendo il primo sospettato, e ha confessato al Pm Carlo Nocerino la dinamica della vicenda. Ha spiegato che, come tante volte, si era dato appuntamento con Fontana per un aperitivo e che mentre stava camminando lungo la strada che congiunge il bar Valdagno alla farmacia in via Forze Armate dell’assassinato, pochi metri, ha versato il cianuro nel Crodino di Fontana. Quella volta era stato l’imprenditore ad ordinare l’aperitivo al bar; un Crodino e due caffè, per sé e per l’altro dipendente del farmacista, che avrebbero consumato nel retro della farmacia. Bona attualmente si trova in carcere e, essendo l’amico ormai morto, dovrà rispondere dell’accusa non più di tentato omicidio ma di omicidio. Erano stati gli uomini della squadra mobile, guidata da Nocerino, a fermarlo. Confessò quanto compiuto il 2 aprile. «Quando arrivò al pronto soccorso il dottor Fontana era già in condizioni disperate e venne subito ricoverato in terapia intensiva», ha dichiarato Pasquale Ferrante, direttore sanitario dell’Istituto Clinico Città Studi di Milano. Il dottore ha precisato che era stata chiara fin da subito la criticità della situazione di fontana. Il cianuro, infatti – aveva precisato – provoca danni cerebrali immediati andando immediatamente in circolo. Nel suo sangue era state trovate 6000 parti del veleno. Una quantità decisamente superiore alle 500 sufficienti per essere mortali.

Fontana è rimasto in vita fino ad oggi solamente grazie al suo fisico robusto. Benché la macchine abbiano tenuto in funzione l’apparato respiratorio, cardiovascolare e renale, fin dal primo istante quello neurologico ha cessato di dare segni di vita.



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