INDAGINE/ Blangiardo: nelle imprese straniere la “scintilla” del grande boom italiano

Gli imprenditori stranieri, dice GIAN CARLO BLANGIARDO, ricordano gli immigrati italiani anni ’60. Hanno maggior propensione al rischio e l’obiettivo di migliorare le proprie condizioni

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È boom di imprese straniere a Milano. Il capoluogo lombardo si conferma il luogo ideale per accogliere aziende con titolare straniero: secondo un’indagine della Camera di Commercio, sono ben 24mila, pari al 20,6% di quelle milanesi e occupano quasi 36mila persone. Di queste una su cinque è italiana vale a dire più di settemila presenze. Se consideriamo tutte le imprese, con almeno la maggioranza di controllo in mano non italiana, il numero si alza a 32mila, l’11,2% del totale milanese e il numero di occupati arriva a quasi 89 mila, di cui almeno 18 mila italiani. Una presenza di imprenditori stranieri a Milano che oramai in alcuni settori è diventata maggioritaria: se consideriamo tutte le aziende, i settori a maggioranza non-italiana sono 16. Guidano la classifica gli internet point con 455 imprese su un totale di 486. Seguono il commercio ambulante di bigiotteria, la vendita di tappeti, sia al dettaglio sia all’ingrosso, la spedizione di materiale propagandistico. Le numerose imprenditrici donne si distinguono nel settore della cura della persona, gestendo centri estetici, parrucchieri e saloni di bellezza ma anche asili nido. La comunità egiziana, il venti per cento del totale, è quella che sembra possedere maggior ingegno imprenditoriale, seguita dai cinesi che rappresentano più del 15%. Ne abbiamo parlato per Il Sussidiario.net con il Docente di Demografia alla Bicocca, Gian Carlo Blangiardo.

La tendenza sembra essersi rovesciata: gli stranieri, a Milano, offrono lavoro agli italiani.

Se si considera il comparto ristorazione, ad esempio, si possono notare due componenti: da un lato la partecipazione di connazionali che si occupano della cucina, dall’altra, i camerieri, che magari fanno parte di uno staff già esistente e che spesso sono italiani. Da una parte si tratta di conquistare nuovi spazi che sono resi possibili anche dalla presenza di connazionali, quindi di forza lavoro con cui è facile interagire, sicuramente molto più economica e, spesso purtroppo, più agevole porre ai margini di obblighi normativi che comportano un innalzamento dei costi. L’altro aspetto è quello che riguarda la presenza di nuove opportunità di lavoro che, in tempo di crisi, finiscono per richiamare anche la componente italiana. Questo per svariati motivi: la garanzia di visibilità e una certa continuità con la precedente gestione che, magari, era italiana.

Perché, secondo lei, Milano è terreno fertile per la nascita di aziende straniere mentre quelle italiane tendono a diminuire?

Il motivo è legato al fatto che le imprese straniere non sono di tipo produttivo in senso stretto. Sono spesso attività legate alla ristorazione e ai servizi, che trovano il terreno migliore nella grande area metropolitana milanese che, non ospita fabbriche, ma che possiede tutto l’indotto del sistema produttivo.

 

Secondo lei, la “filosofia operativa” delle attività straniere è diversa da quelle italiane?

 

Sicuramente. Sono mediamente di dimensioni più contenute e con una struttura operativa favorita dalle reti familiari e amicali. La partecipazione di parenti e amici modifica l’immagine che abbiamo di un’azienda attuale. In più, sono attività che non necessitano di grandi capitali e quindi non sono strutture organizzattivamente complesse.

 

Lei vede analogie con le imprese, magari di italiani all’estero, che sorgevano trenta o quarant’anni fa?

 

C’è una vicinanza con le aziende che sorgevano negli anni ’50 e ’60, gli anni del “miracolo economico”, con quelle che gli immigrati riescono a creare ai giorni nostri. Si tratta di persone che si trasferiscono e sfruttano il proprio ingegno imprenditoriale e il proprio sistema di reti, supplendo così alla mancanza di capitali. Questo porta anche a un maggior impegno, poiché c’è progetto che può portare miglioramento nella propria vita e in quella dei familiari che, se rimasti ancora in patria, possono magari espatriare anch’essi.

 

Perché gli italiani non vogliono “rischiare”, come dimostrano di saper fare gli immigrati?

 

Hanno meno incentivi a buttarsi nella mischia e a rischiare perché hanno qualcosa da perdere. Lasciare un posto fisso per avventurarsi in nuove attività è comunque un azzardo. Le condizioni di partenza sono diverse e l’immigrato, proprio perché non ha nulla da perdere, ha una propensione maggiore a rischiare e a iniziare nuovi progetti.

 

La comunità egiziana è la più numerosa. C’è qualche motivo particolare?

 

Penso sia dovuto all’inserimento in un particolare ambito lavorativo. A Milano il gruppo egiziano è molto presente nella ristorazione e nei servizi, pizzerie o edilizia, due settori particolarmente richiesti nel capoluogo. Certamente, questo ha fatto da richiamo per chi desiderava trasferirsi in Italia e ha, in seguito, scelto proprio Milano.

 

I cinesi sono la seconda forza imprenditoriale milanese, sebbene non siano sempre accolti con entusiasmo dai residenti delle aree che occupano dai commercianti?

Si tratta di una comunità, sin dai primi arrivi nel secondo Dopoguerra, che ha sempre puntato su attività ben distinte e ha continuato a svilupparle in chiave moderna, di generazione in generazione. Probabilmente, il problema riguarda una concorrenza sleale che non contempla il rispetto di alcune regole, anche se non mi sentirei di dire che i cinesi non pagano le tasse e gli italiani lo fanno al cento per cento. Naturalmente, se dovessero esistere situazioni di disparità, le autorità dovrebbero intervenire perché i “giocatori” in questione siano alla pari.

 

L’ipotesi più volte paventata vede la creazione di un polo per il commercio cinese in via Padova, spostando le attività ora radicate in via Sarpi. Secondo lei è coerente?

 

Mi ricordano gli spostamenti coatti di popolazione dell’Unione Sovietica. Sono iniziative che non mi piacciono molto, anche perché forzano la libera circolazione delle persone e non considerano la partecipazione volontaria della popolazione cinese.

 

(Federica Ghizzardi) 

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