IMPREVISTO/ L’eco delle note a San Vittore, c’è qualcosa che va oltre…

- La Redazione

Non si arresta l’eco dello straordinario evento musicale svoltosi sabato 7 luglio nel cortile della sezione femminile del carcere di San Vittore. Ecco quindi le nuove testimonianze.

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Foto: InfoPhoto

Non si arresta l’eco dello straordinario – proprio perché fuori dall’ordinario – evento musicale svoltosi sabato 7 luglio nel cortile della sezione femminile del carcere milanese di San Vittore nell’ambito della rassegna musicale “Il Popolo canta” organizzata dall’associazione Incontro e Presenza. La musica e le danze irlandesi della ShamRock Band hanno fatto vibrare non solo i corpi ma anche il cuore di detenuti, volontari, operatori, ospiti esterni che continuano a far pervenire reazioni e testimonianze. IlSussidiario.net, dopo aver pubblicato il primo gruppo di messaggi martedì 10 luglio, ora aggiorna la raccolta con questo articolo.

La prima cosa che mi viene in mente è riportare quello che istintivamente ho raccontato a tutti i miei amici. E cioè che è stato bellissimo. Entrando in carcere, nonostante fossi già entusiasta di quello che stavamo per fare, non ho potuto fare a meno di notare una serie di particolari molto “pesanti”, che mi hanno catapultato in una realtà quasi “parallela” fatta di restrizioni, spazi angusti, privazioni, povertà. Quando abbiamo iniziato a suonare c’era in me un misto di timore e pudore allo stesso tempo, quasi una forma di rispetto verso quelle donne e uomini in evidente situazione di disagio. Ma dopo qualche canzone è accaduto l’imprevedibile. Uno spettacolo ai nostri occhi, un coinvolgimento spontaneo e totale che mi ha fatto capire che l’umano è come la brace sotto la cenere, non può essere annullato e può riemergere in ogni situazione. Un umano fatto di sana voglia di sorridere, saltare, divertirsi e – perché no – sospirare per un bene assente. Sono contento di essere stato “strumento” per questo pomeriggio di festa, e ancora una volta torno al grande mistero della musica e del suo potere di andare dritto al cuore, un cuore che rende me stesso e i carcerati, allo stesso modo, uomini.

Stefano, ShamRock Band

Nella mia vita più volte ho conosciuto ex carcerati e sempre sono rimasta colpita dalla profondità del loro sguardo e dall’irrequietezza della loro persona. Dialogare con loro implicava un livello di me che non sempre veniva fuori negli altri rapporti e che scoprivo nuovo ed appassionante. Ho sempre custodito in me il desiderio di entrare nel luogo del carcere perché volevo vedere concretamente quella realtà così drammatica che avevo sentito raccontare dagli ex detenuti ma che aveva fatto venir fuori tutta la loro umanità. Così da quando la mia amica Martina mi ha invitata si è creata in me una grande attesa per questa possibilità di esperienza della quale già ne presentivo la portata.

Entrando mi ha colpita il grande crocifisso sul cancello di accesso che, senza nessuna mediazione sentimentale, mi ha subito messo in relazione alla verità che mi stava accadendo. Percorrendo il corridoio che portava al cortile dove si sarebbe svolto il concerto, avevo in mente un solo desiderio: entrare in rapporto con qualcuno di loro per conoscere quel livello dell’essere che era venuto fuori dai dialoghi precedenti avuti con alcuni ex carcerati e che sempre avevano così tanto appassionato ed  aperto il mio cuore e la mia mente. Man mano che i detenuti e le detenute entravano nel cortile il mio sguardo cercava il loro aspettando in quale di essi si sarebbe incontrato. Lo sguardo di due detenuti, più di altri, ha suscitato in me un’attrattiva misteriosa. Mi sono avvicinata a loro e, singolarmente, con un’immediata familiarità e semplicità reciproca, abbiamo cominciato a parlare. Di F. mi hanno subito colpito i suoi enormi occhi chiari che, oltre ad essere esteticamente belli, si aprivano e brillavano sempre di più mentre mi raccontava la sua vita. Lo spalancarsi dei suoi occhi era per me un invito ad entrare sempre di più e partecipare al suo vissuto. Sono rimasta impressionata dalla positività con la quale leggeva tutta la sua vita, innanzitutto la fortuna di avere intorno a sé persone che lo amano. Con tenerezza mi raccontava dei suoi genitori, persone semplici e umili, della sua compagna che gli è vicino da tredici anni e soprattutto di suo figlio di 9 anni. Dominava in lui una grande dignità che non veniva adombrata neppure dal senso di colpa che ha provato quando, in uno degli ultimi colloqui, suo figlio gli ha chiesto di andarlo a prendere a scuola. Mentre mi raccontava questo episodio era evidente in F. un grande dolore ma mai un lamento. Mi ha detto: «Sai, in questi anni di carcere ho capito che ho voluto sempre tutto e subito. Cercavo fatti eccezionali ma l’amore di mio figlio, della mia compagna e dei miei familiari mi hanno fatto capire che solo le cose semplici ti rendono felice. Qui in carcere, più che la libertà mi manca la quotidianità». In quell’istante ho percepito tutta la potenza del desiderio umano e la grande ferita di quest’uomo. Immedesimandomi in lui e pensando alla mia storia, l’ho guardato con commozione e gratitudine. Ero certa che quella sua ferita, come è accaduto nella mia vita, lo stava già portando alla verità di sé e dei suoi rapporti affettivi. Il nostro dialogo è continuato in modo sempre più profondo fino a dare il nome ai vari fatti che mi raccontava. Ciò è accaduto quando F. mi ha detto due cose: quando uscirà dal carcere andrà subito da san Riccardo Pampuri per conoscere questo santo di cui gli amici volontari gli hanno così tanto parlato e del quale ha letto il libro; la frase detta un giorno dal cappellano del carcere «Vedi F., Cristo è dappertutto!» e lui, quasi a voler personalizzare quanto affermato da don Alberto, mi ha detto: «Vedi Gesù è qui, mentre stiamo parlando». Lì ho guardato e vissuto nella carne il fatto che quando la libertà è in atto niente, neppure il proprio male o la realtà drammatica del carcere come forma di potere, può schiacciare o distruggere un “io” che riconosce di appartenere perché è continuamente fatto da Gesù. Entrambi avevamo già vissuto quest’esperienza che stava riaccadendo. In quell’istante un Altro stava facendo così commosse due persone che dieci minuti prima neppure si conoscevano; lui/Lui era entrato dentro il cuore di ciascuno. Quando gli agenti hanno detto che «il tempo era scaduto» ho provato uno strappo a distaccarmi da quello/quegli sguardi. Però, uscendo dal carcere, portavo con me sì un dolore ma, allo stesso tempo, provavo una “strana” fiducia per come si era comportato il mio e il cuore di quelle persone con le quali, con intensità diverse, ero entrata in rapporto. La sera nel letto ripensavo a quei volti sacrificati a vivere una vita non adeguata al loro desiderio e alla loro umanità. Pensavo alla misteriosità delle circostanze che ci invitano ad entrare in rapporto con Cristo e mi chiedevo: «Cosa posso fare per loro?». Più percorrevo il vissuto di quel pomeriggio e più si faceva spazio in me che l’unica risposta possibile alla mia domanda era, per come posso, dire sì a Cristo in ogni istante, così come l’avevo visto dire a F. attraverso i fatti che mi raccontava. Il bisogno vero di questi uomini e queste donne è lo stesso mio: accorgermi di Gesù e domandare la Grazia di rispondere sì alla Sua chiamata. Questa testimonianza è il cuore della nostra amicizia.

Rosaria, ospite esterno

Il grande mistero della musica è espressione del più grande Mistero che ci attrae e muove più ancora della musica.

Giorgio, ShamRock Band

 

Una vera festa tra amici VERI: emozione incredibile! Mi rimbombano ancora nel cuore il fragore delle risate, il sudore, le urla di gioia! Pomeriggio indimenticabile!

Valeria, Incontro e Presenza

 

Grazie per averci invitati: è stato davvero commovente. Mi hanno colpito in particolare due cose:

1. Il vedere che, nonostante tutto (il trascorso di ciascuno, la privazione della libertà e la violenza di cui evidentemente sono oggetto e soggetto tutti i giorni), c’è una domanda di felicità che, a tratti, emergeva in maniera prorompente nel rapporto con loro.

2. Questa domanda di felicità che muove l’umano, che rende ancora una volta possibile entrare in rapporto, aspettarsi qualcosa da degli “estranei” che vedi per un’ora, è il segno distintivo della dignità umana che anche quel luogo è incancellabile e quindi sempre possibile.

Quante volte nella mia vita do per scontato questa domanda: ci volevano delle persone cui è negato tutto (mi ha colpito che una ha perfino dovuto chiedere il permesso di lavarsi le mani alla fontanella!) per ricordarmelo.

Emanuele, ospite esterno

 

Entusiasmante esperienza che mi ha avvicinato ad un mondo che non conoscevo, che non è lontano dalla realtà. Proprio in quella realtà l’uomo ha la possibilità di comprendere come è grande il Signore.

Antonio, ospite esterno

 

Davvero non è semplice dire tutto. Mi sono sorpresa a un certo punto a pensare che il paradiso doveva essere così: gente che ne ha fatte di tutti i colori (e ci metto dentro anche noi..) a ballare insieme, con dentro la felicità perché si è guardati  per quello che si è. A un certo punto guardavo quella con la maglietta nera che si è buttata senza remore nel ballo, e quell’altra cicciottella che voleva far vedere come lei un certo ritmo lo teneva meglio e ho pensato: ma è giusto, hanno voglia di dire finalmente la loro umanità, di potersi anche esprimere liberamente, di poter dire: ma io so ballare. E poi quanta gente mai vista, quanti occhi stupiti, anche delle guardie, che guardavano, magari un po’ preoccupati del dovere, ma che in fondo erano stupiti. E infine sono stata contenta di come ci siamo guardati noi. Alla fine i più straniti erano gli esterni!

Anna, Incontro e Presenza

 

È stato un pomeriggio commovente: davanti a questa umanità così colorata capisci che l’unico che salva è Cristo. E ciò che ci unisce è la bellezza della realtà che porta Cristo!

Paola, ospite esterno

 

Ogni volta che entro in carcere, qualsiasi occasione sia (concerto o visita “normale”) rimango stupita di quanto sia evidente che, una volta spogliati delle nostre “armature”, siamo tutti uguali… nel senso che siamo attratti dal bello e dalla gioia. Mi si è reso evidente che ogni luogo e ogni circostanza vissuto partendo dal cuore e non dalla forma ci “spalanca” ad altro. Non so se mi spiego, nel senso che se ci pensi eravamo in una “gabbia” caldissima e squallida, un miscuglio di persone pazzesco che mai avrebbero pensato di trovarsi insieme a ballare, ridere e giocare, e invece eravamo davvero tutti lì con lo stesso desiderio. Agli esercizi di Rimini del 2009, Franco (carcerato di Padova) aveva detto che lui, una volta incontrato Cristo si sentiva LIBERO, nonostante la sua “fine pena mai”… lui era un uomo libero, io credevo di avere capito quando lui lo raccontava… ma l’ho capito molto meglio ora. Non sono riuscita a scriverlo in due righe, è che in realtà non so neanche se sono riuscita a farvi capire l’impatto che è stato e l’insegnamento che ne traggo ogni volta… Mio marito (Franco), mai entrato in carcere e anche abbastanza ingessato sull’argomento è rimasto molto contento… mi ha detto che non si sentiva in carcere ma gli sembrava di essere ad una festa. (e poi, lo aggiungo io, non parla molto ma aveva gli occhi molto felici e ha pure ballato!). La mia amica Betta (si dichiara atea ma è venuta con me al pellegrinaggio Macerata-Loreto), era molto contenta e mi ha detto che le piacerebbe fare l’esperienza del volontariato… Monica ed Emanuele fuori dal carcere mi hanno ringraziato moltissimo di averli invitati. Vi ringrazio ancora per la splendida opportunità di crescita che tramite voi posso sperimentare ogni volta.

Francesca, Incontro e Presenza



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