LOMBARDIA/ L’esperto: unire le province è giusto, ormai non si torna indietro

- int. Gilberto Muraro

Secondo GILBERTO MURARO accorpare le province produrrà benefici sul piano del miglior funzionamento delle amministrazioni pubbliche. E, indietro,non si può tornare

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Entro il 3 ottobre il Comitato per le autonomie locali (Cal) dovrà consegnare alla Regione Lombardia la sua proposta di accorpamento delle Province al fine di rispettare i criteri della nuova normativa: almeno 300mila abitanti e un’estensione di 2.500 chilometri quadrati. A quel punto, la Regione sottoporrà l’ipotesi al governo. Sulla carte, restereranno solamente Bergamo, Brescia e Pavia. E, ovviamente, Milano, che diventerà area metropolitana. Ma le cose non sono così semplici. A complicare il quadro vi è la pervicacia con cui gli enti locali si ostinano a voler sopravvivere. Massimo Sertori, per esempio, presidente della provincia di Sondrio, si è presentato in Regione con 52 primi cittadini della sua zone, per far presente che «rappresenta un’unità territoriale a sé: è un’area interamente montana, ha una sola strada di collegamento col resto della Lombardia, in inverno si rischia l’isolamento». Dovrebbero, inoltre, accorparsi Como e Varese, ma i sindacati e gli imprenditori di quest’ultima non ne vogliono sapere, mentre l’idea di smembrare Lecco suddividendola tra Bergamo, Monza e Sondrio appare difficilmente praticabile. Abbiamo fatto il punto della situazione con Gilberto Muraro, professore di Scienza delle finanze presso l’Università di Padova.

Come si è arrivati a questa situazione?

Era prevedibile sin dall’inizio che nessuna provincia si sarebbe ridotta volontariamente e con piacere. Questo è stato evidente sin da subito, tanto che si è deciso di procedere con un manovra di carattere corercitivo. Altrimenti, si sarebbe andati avanti secondo i metodi antichi, ove si continuava ad osteggiare l’istituto delle province ma, di fatto, si continuavano ad aumentare. Era ovvio che in molti si sarebero ribellati. Da parte del governo, ora, si tratta di una prova di forza. Non di certo la più grande né l’ultima che dovrà affrontare.

In ogni caso, lei come valuta il provvedimento di abolizione?

Credo che si sia deciso di procedere nella direzione giusta.

Perché?

Il risparmio immediato non è enorme. Tuttavia, possiamo accorgerci della sua entità nel momemto in cui ci concentriamo sui costi indiretti della politica. Gli apparati sono costosi. Ogni volta che si crea un corpo elettivo, esso deve interagire con il territirio. E anche questo rappresenta un costo. Senza parlare dell’aumento delle lungaggini dei processi decisionali; il che rischia sovente di renderli più opachi. E, dove c’è opacità c’è corruzione. Abbiamo un apparato amministrativo-burocratico elefantiaco che va snellito e il provvedimento sulle province va in questa direzione.  

Se entro il 3 ottobre non dovessero riuscire a mettersi daccordo cosa accadrà?

Lo Stato conferisce un indirizzo strategico, lascia  alla provincia la possibilità di attuarlo, ma se questo risultato non viene alla luce in maniera autonoma, è chiaro che lo Stato debba intervenire.

Crede che, in Lombardia, ci possano essere rivendicazioni sensate o, per lo più, si tratta di logiche di mantinenimento del potere?

In astratto, ovviamente, ci potranno essere rivendicazioni del tutto legittime. Per esempio, c’è un problema di riordino. Con gli enti intermedi che sono stati aboliti, sarà necessario, l’anno prossimo, rimetere al centro la Carte della autonomia per organizzare in maniera adeguata le competenze dei vari livelli amminstrativi. Sta di fatto che l’onere della prova sta a chi sostiene che vi siano peculiarità tali da costituire un’eccezione rispetto ai parametri di riferimento stabiliti. Tuttavia, al fondo della ribellione al provvedimento vi è la volontà di mantenere lo status quo, l’essere tradizionalmente abituati a certe condizioni, a vedere il proprio orticello delimitato entro taluni perimetri.  

Cosa ne pensa del caso di Sondrio? Sarebbe, assieme e Belluno, lunica provincia interamente montana, collegata al resto del mondo attraverso ununica strada

Non mi stupire se, effettivamente, fosse considerate un’eccezione alla disciplina.

Cosa può fare ancora il governo per convincere i diretti interessati della bontà dellopera e del fatto che sia necessaria per il bene collettivo?

Non mi sembra che rispetto a tutto quello che è stato affermato in questi mesi, in cui la battaglia di natura strategia sull’abolizione delle province ha ricevuto numerosissime adesioni, vi sia altro da aggiungere.

 

(Paolo Nessi)

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