LEGHISMI/ Galli: la Macroregione del nord è costituzionalmente valida, ecco perché

STEFANO BRUNO GALLI ci spiega perché sarebbe costituzionalmente legittimo ed economicamente vantaggioso puntare sulla costituzione di un organismo territoriale settentrionale

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Domani 18 ottobre si terrà un vertice europeo a Grenoble (Fr) a cui parteciperanno diversi stati europei, avente all’ordine del giorno, la “macroregione alpina”. E’ un’iniziativa a cui ha aderito anche il Governo Italiano e che vedrà la partecipazione dei presidenti delle Regioni e delle Province autonome alpine italiane che si troveranno riuniti per la firma di uno storico accordo paritetico tra Stati e Regioni sulla creazione di una “Strategia Macroregionale per la Regione Alpina”. Si tratta di uno strumento di coordinamento delle politiche e dei fondi transnazionali, per garantire crescita, equità e sviluppo sostenibile nelle Regioni più sviluppate d’Europa, quelle intorno alla catena alpina, una Macroregione di 70 milioni di abitanti su più di 450mila chilometri quadrati. Lo stesso premier Enrico Letta, nel suo discorso al Parlamento del 2 ottobre, aveva toccato il tema sempre più europeo delle riaggregazioni di tipo macroregionale, come “una questione che sta a cuore all’Italia”, ricordando appunto il vertice del 18 ottobre. IlSussidiario.net ha intervistato Stefano Bruno Galli, professore di “Storia delle Dottrine Politiche” nella Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Milano e capogruppo della lista civica “Maroni Presidente” nel Consiglio regionale lombardo. Con l’autore de Il grande nord – cultura e destino della Questione settentrionale (edito da Guerini e associati pochi mesi fa), l’occasione è stata quella di fare il punto sul disegno ed il percorso attuativo della macroregione del nord, che lui stesso ama chiamare “Cantone cisalpino”. Ci tiene però subito a precisare: «Quando parlo di Cantone cisalpino, non penso a un Nord che si arrocca nella ridotta padano-alpina. Penso, piuttosto, a un Nord che, nella crisi in atto, si deve confrontare con le regioni confinanti (Ticino e Grigioni, Vorarlberg, Tirolo e Carinzia, Slovenia) e deve recuperare la sua forte, antica e storicamente consolidata vocazione mitteleuropea».


Professore, quando e come hanno origine la Questione settentrionale e l’ipotesi macroregionale?

La questione settentrionale non è come dicono sociologi, politologi ed economisti una questione che emerge nel tornante tra la fine della Prima e l’inizio della Seconda repubblica. È una costante della storia repubblicana, è una delle contraddizioni originarie, insita nel dna della Repubblica; ha un andamento carsico, si inabissa e poi riemerge ogni 20/25 anni, quando lo Stato va in crisi. Da sempre, la soluzione della Questione settentrionale, ogni volta che è venuta a galla, viene individuata nella prospettiva macroregionale. Ricondurla al passaggio tra la prima e la seconda repubblica impedisce di comprendere molte cose.

Quali?

Che la ciclicità che la caratterizza si manifesta sin dal 1945, quando un gruppo di giovani lombardi che animava il movimento culturale del Cisalpino sognava un grande Cantone del Nord nel quadro di un modello federale ispirato a quello elvetico. Nelle pagine del loro giornale si parlava già del Nord come di una “monumentale vacca da mungere”. Dopo il ’45 la Questione settentrionale si inabissa perché in Costituente viene elaborato l’articolo 5 della carta, finalizzato a scongiurare qualsiasi evoluzione di tipo federale nel paese; così nessun federalismo, ma nemmeno un vero regionalismo. È noto a tutti come le regioni, che oggi versano in una grave crisi, siano nate per una questione eminentemente politica, non di rappresentanza delle comunità territoriali. L’aveva capito bene Guido Fanti, il primo presidente della Regione Emilia-Romagna.

Perché?

In una intervista a La Stampa di Torino, il 6 novembre 1975, annunciò la “Lega del Po”: una rete di relazioni organiche permanenti sul terreno delle infrastrutture, dei trasporti, dei servizi, della cultura e del turismo per sconfiggere la crisi in atto. Esponente di quel municipalismo riformista che ha caratterizzato la cultura politica della sinistra comunista, Fanti è consapevole della questione settentrionale e guarda alla soluzione macroregionale. Tant’è vero che trovò un autorevole interlocutore in Gianfranco Miglio che gli rispose sulle colonne de Il Corriere della Sera il 28 dicembre di quell’anno, dandogli ragione. Anche perché Miglio era stato uno degli animatori dell’avventura del Cisalpino.

 

Poi, come diceva prima, la Questione settentrionale si inabissa…

Si, per riemergere nel passaggio tra prima e seconda repubblica, quando Miglio esce con la teoria delle tre macroregioni; quando Robert D. Putnam, politologo di Harvard, pubblica La tradizione civica delle regioni italiane, un libro fondamentale. E quando, ad analizzare questo tema, si cimentano la Fondazione Agnelli e il Censis, dimostrando che ci troviamo di fronte a una realtà, il Nord, che dal punto di vista economico e sociale è organica ma non omogenea, nel senso che diverse sono le vocazioni produttive territoriali e dunque le capacità di reazione alle congiunture sfavorevoli. Oltretutto le regioni del Nord, considerate nel loro insieme, rientrano alla perfezione nei criteri della teoria geografica della “megalopoli”, per cui è più che legittimo parlare di una “megalopoli del Nord”, che altro non è se non il Cantone cisalpino. 

Quali sono i suoi elementi organici e costitutivi?

 

Sono tre. Il primo è l’innegabile leadership dal punto di vista economico-produttivo a livello europeo. Il secondo è la sistematica vessazione fiscale, forte elemento di identità politica. Il terzo è la civicness, cioè il capitale sociale. Questi sono i tratti distintivi della Questione settentrionale. E per Nord, oggi, dobbiamo intendere quelle regioni virtuose che mantengono e non sono mantenute, cioè quelle fortemente penalizzate dal residuo fiscale come Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Piemonte: la macroregione del Nord ovvero il Cantone cisalpino. Sono convinto che l’attrattiva della macroregione sull’opinione pubblica sia forte, nell’ultimo dibattito che ho fatto con Massimo Cacciari e Sergio Chiamparino ho scoperto un’unità di intenti straordinaria.

In Germania, Angela Merkel dopo aver imposto il pareggio di bilancio agli stati, lo ha imposto anche ai suoi länder…

Il rapporto tra il pil territoriale e la spesa pubblica regionale deve essere un elemento da tenere in adeguata considerazione. Tant’è vero che in Germania si sta pensando di chiudere quei länder che hanno i conti in rosso. Nella crisi non c’è più spazio per la cooperazione, elemento centrale del modello federale tedesco. Anche perché il federalismo o è competitivo o non è. La Questione settentrionale è appunto definita dalle regioni penalizzate dal residuo fiscale, cioè incassano meno di quello che trasferiscono: mediamente il nord è circa al 65% dell’incasso rispetto a quello che versa e che viene redistribuito al resto del Paese. Tenga conto che ogni anno un cittadino lombardo in età produttiva, tra i 14 e i 65 anni, cambia macchina senza saperlo, nel senso che il residuo fiscale che grava su di lui è di oltre 15mila euro. Proprio questi elementi, il residuo fiscale, l’utilitaria, la leadership economico produttiva, la vessazione fiscale, la civicness, sono più forti di qualsiasi elemento di tipo identitario, linguistico e culturale.

 

Eppure, nel ’48 per esempio, le regioni a statuto speciale avevano chiesto il riconoscimento della specialità rivendicando la propria diversità: linguistica, etnica, storica, culturale…

Hanno impostato il rapporto con lo Stato di Roma secondo un principio codificato dalla dottrina, che è il principio del contratto-scambio. Le grandi fortune delle regioni a statuto speciale hanno avuto questo elemento di forza, questa forza contrattuale che derivava dal riconoscimento della diversità. Ma io sono convinto che i risvolti di questa crisi siano oggi superiori rispetto a qualsiasi rivendicazione tradizionale di diversità e che la dimensione economica e produttiva, dal punto di vista sociale, determini le differenze ben al di là di quelle storiche, culturali, linguistiche.

 

Quindi come può essere realizzata l’ipotesi macroregionale?

 

La macroregione si può fare a Costituzione invariata, senza strappi, ricorrendo agli articoli 116, 117, 119 e 132. Il 116 consente alle regioni a statuto ordinario di reclamare particolari forme di autonomia sub specie regione a statuto speciale. Ottenendo particolari forme di autonomia si possono portare a casa le materie concorrenti (117) e passare all’autonomia fiscale impositiva (119). Un processo di decentramento, se non è accompagnato da una riduzione del potere dello stato, aumenta le tasse e basta. Questo è ciò che è successo negli ultimi anni, quando le tasse sono aumentate, dal ’92 ad oggi. Non è colpa delle regioni, è colpa dello stato che attribuisce funzioni alle regioni ma non arretra. Uno Stato che non riesce a gestire la contabilità pubblica, non promuove lo sviluppo e non è capace di fronteggiare con successo la crisi in atto, che ha peraltro pesanti risvolti anche sul vivere associato.

Del resto, come ha ricordato lo stesso Letta, le riaggregazioni di tipo macroregionale sono ormai un tema di respiro europeo…

L’ipotesi macroregionale promossa dall’UE guarda molto alla dimensione economica di filiera: lo spazio alpino è la traduzione geopolitica del primato del manifatturiero. Quest’area ha il primato del manifatturiero, del lavoro artigianale, della micro, piccola e media impresa. La prospettiva europea però è un po’ fredda, io credo in una dimensione più calda…

 

Cosa intende con “dimensione più calda” ?

La Catalogna, per esempio, non chiede il riconoscimento di un nuovo Stato, chiede piuttosto il riconoscimento di un’autonomia radicale all’interno dello Stato spagnolo. E’ ciò che può chiedere il Nord a Roma per le ragioni che sottolineavo prima. Del resto, sotto il profilo giuridico-formale, autonomia significa non-dipendenza: quindi se Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia si mettono insieme, possono indurre lo Stato centrale a cedere. E possono chiedere forme di non dipendenza dallo Stato centrale, che è un’istituzione ormai morta perché divora più del 50% del proprio pil per mantenere se stesso e sta facendo morire di fiscalità la società e le imprese. L’imposizione fiscale reale è oltre il 60%, quando gli stati europei a welfare più avanzato (Svezia e Danimarca, per esempio) sono attorno al 42/44% di pressione fiscale, ma garantiscono servizi di qualità.

 

(Giuseppe Sabella)

In collaborazione con www.think-in.it

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