WRITING/ Daverio: il disperato tentativo di riprendersi una città che ha escluso i giovani

- int. Philippe Daverio

Associazione a delinquere: è con questa motivazione che sono stati condannati alcuni writer milanesi. PHILIPPE DAVERIO discute la sentenza, ma anche lo stato della città di MIlano

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Alcuni writer milanesi, o graffitari, sono stati condannati per associazione a delinquere, un sentenza che farà discutere. Sebbene abbiano potuto convertire la loro pena in alcune centinaia di ore di lavori socialmente utili, resta nei loro confronti l’accusa di essere dei criminali. Accusa motivata da una palese volontà dichiarata di “insozzare” la città, “in sfregio” alle norme del vivere civile. Philippe Daverio, contattato da ilsussidiario.net, è perplesso: “Mi sembra leggermente esagerato, una condanna del genere corrisponde sempre all’incapacità di collegare il destino delle generazioni emergenti con il destino della città”. Per Daverio, questa condanna “è convintamente repressiva e corrisponde a un rapporto impossibile a Milano fra le diverse generazioni. Il giudice si è comportato da perfetto milanese”.

Arte o vandalismo? Che giudizio dà dell’opera dei cosiddetti graffitari?

Non è arte, è sotto-arte. Era arte  quella che facevano i giovani alternativi newyorchesi quarant’anni fa. Da noi è una sorta di fotocopia periferica come potevano esserlo i capelli lunghi nelle periferie, pensando trent’anni dopo di essere i Beatles. 

Un fenomeno di importazione?

Assolutamente, senza alcun contenuto reale, ma è un fenomeno che va analizzato con attenzione. Perché li fanno, visto che sono inutili e brutti? Perché è un modo di riappropriarsi della città da parte di generazioni intere che dalla città sono state escluse. Corrispondono al segno che lasciano i cani quando alzano la gamba sui pali: un modo per segnare la proprietà territoriale. E’ un fenomeno etologico e non artistico.

Un fenomeno che però rappresenta un vuoto culturale, si può dire? Di chi le responsabilità?

I ragazzi ovviamente sanno che la città non appartiene a loro. Le responsabilità vanno indietro negli anni, si guardino gli ultimi anni di politica e poi ci pensi, veda un po’ se ha capito di chi sono le responsabilità di questa situazione.

Mi aiuti.

Vada a Palazzo Marino a chiedere se quelli di Palazzo Marino sono stati a Milano negli ultimi anni. C’è una rottura totale tra società e amministrazione.

Del condannare dei giovani come criminali per aver “insozzato” i muri che ne pensa?

Mi sembra leggermente esagerato, ma corrisponde all’incapacità di collegare il destino delle generazioni emergenti con il destino della città. Il giudice ha interpretato lo spirito dell’epoca alla quale appartiene.

Cioè si è comportato in modo repressivo?

La norma da parte del giudice merita sempre l’interpretazione, quella che ha dato lui è convintamente repressiva e corrisponde a questo rapporto impossibile a Milano fra le diverse generazioni. Il giudice si è comportato da perfetto milanese, dicendo che questo mondo giovanile non gli interessa. Come tale la sentenza va esaltata, da un punto di vista antropologico. E’ assolutamente encomiabile da un punto di vista antropologico, lascio il giudizio dal punto di vista umano ai posteri. Dal punto di vista del diritto credo abbia aperto un tipo di strada. Da quello giuridico lo rimanderei invece all’università. E’ un caso davvero interessante questo: rende interessante analizzare sia i giovani che il giudice, per capire come si forma l’articolazione di pensiero del giudice medesimo. Lui sta facendo dottrina in questo momento. Ha scritto una sentenza che ha un contenuto motivazionale non privo di interesse anche se inquietante.

 

Sembra un po’ come l’ultimo muro di difesa alzato dalla città contro un nemico oscuro.

Viene da chiedersi se questo giudice è mai stato a Milano. Non voglio essere sgradevole nei suoi confronti ma forse non conosce la realtà milanese o ha un confronto difficile con la realtà di Milano.

 

Lei che si è occupato lungamente di Milano, davanti a questa frattura che consiglio darebbe?

Consentire la riappropriazione della città. Da assessore mi sono occupato del quartiere più insozzato e difficile, che era allora Quarto Oggiaro. Decisi di investire in un grande allestimento in quel quartiere. Andai a discutere con i politici, i giovani e anche il parroco. Quell’allestimento è stato tenuto in un rispetto totale perché lo sentivano una cosa propria. Non c’è stato un furto o un danneggiamento, questo perché è il dialogo con la comunità è fondamentale. Oggi c’è invece mancanza totale di dialogo tra amministrazione e cittadini. Una amministrazione deve mediare. E’ ovvio che gli abbonati alla Scala non vanno d’accordo con i centri sociali, ma è l’amministrazione che deve far convivere nello stesso territorio gli uni e gli altri. 

(Paolo Vites) 





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