IL CASO/ Aler e Regione Lombardia, i numeri “sospetti” sui manager

- Nicolò Boggian

Aler e albo regionale dei direttori generali: NICOLO’ BOGGIAN ci spiega cosa non va, specie nel numero e nella selezione dei manager delle strutture degli enti locali

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Regione Lombardia (Infophoto)

Il caso Aler e l’utilizzo del sistema degli albi regionali rappresentano due casi emblematici di cattiva selezione di manager e riorganizzazione per il settore pubblico, che nel caso di Aler hanno portato a esiti disastrosi in termini finanziari, gestionali e di immagine pubblica e che sono spesso collegati tra loro. Sono poi due casi evidenti di come funzioni il settore pubblico nel nostro Paese e di un rifiuto generale di poter agire in modo programmato senza seguire la logica dell’emergenza continua puntando invece all’eccellenza. Cattiva selezione porta a cattive organizzazioni e viceversa. Analizzando i dati Aler, che prendiamo ad esempio di una situazione molto più generale, balzano all’occhio l’elevato numero di dirigenti (51) per una struttura di 1500 persone . 

Siamo, infatti, in linea con la media nel settore pubblico (1 dirigente ogni 30 persone se consideriamo però anche i medici che non gestiscono spesso personale), ma non certo una media virtuosa rispetto al settore privato, considerati settori come l’edilizia, la grande distribuzione o i servizi, dove il rapporto può salire fino a 1 a 80. Diciamo che un rapporto più corretto sarebbe 1 a 50 considerato il settore e la folta presenza di personale operativo e amministrativo.

Il rapporto di 1 a 60 è quello, per esempio, dell’Inps che ha circa 500 dirigenti per 30mila dipendenti. Per fare due conti se avesse lo stesso rapporto di Aler sarebbero 1000! Quello che stupisce è poi la presenza di 13 Direttori generali, alcuni incaricati della gestione di aziende molto piccole (40/60 addetti). In sostanza al posto di un direttore generale si potrebbe avere benissimo un semplice dirigente. Se il ragionamento lo portiamo sull’aspetto economico possiamo senz’altro dire che per il numero di dipendenti gestiti sarebbe sufficiente un dirigente semplice (70/100 mila euro di retribuzione) con l’evidente risparmio economico. Lo stipendio medio dei Direttori generali (200mila euro circa) non è quindi scandaloso di per sé, ma lo è considerate le loro responsabilità di gestione troppo basse. Se infatti in alcuni casi, vedi i medici, un dirigente può avere responsabilità sensibili, lo stesso non vale per chi gestisce e coordina attività amministrative.

Basti pensare che i direttori centrali dell’Inps, che per comodità possiamo definire dei direttori generali, guadagnano cifre simili, ma per dirigere una numerica decisamente superiore (1 ogni 1000 persone). Se si applicasse il rapporto Aler (1 Dg per 120 dipendenti), Inps dovrebbe avere 300 Direttori centrali. Il numero dei Direttori generali deriva quindi da una governance troppo sviluppata (troppe società) che, oltre a costi eccessivi, porta anche a una forte mancanza di specializzazione. Bisognerebbe infatti verificare curriculum per curriculum quelli dei dirigenti Aler, ma è evidente che mentre in una struttura di una sola azienda i dirigenti si specializzano (1 Dg, 1 direttore del personale, 1 direttore amministrativo, 1 direttore acquisti, 1 direttore logistica, 1 direttore manutenzione, 1 direttore legale, ecc.), in queste 13 aziende si pagavano molto persone che assommavano una serie di responsabilità senza avere le competenze specialistiche per svolgerle.

Insomma, un disastro in termini di efficienza e di qualità tollerato per anni! Non basterà quindi proporre solo una riduzione del numero di società (da 13 a 5) , grazie agli sforzi encomiabili del Consigliere Fabio Altitonante di Regione Lombardia, che ne aveva proposta solo 1, ma bisognerebbe cambiare molto dell’organizzazione e delle persone in questione. Lo stesso problema lo si registra in tantissimi altri settori (Idrico, Sanitario, Trasporti, Asp) sia a livello regionale che a livello nazionale. Troppi dirigenti con competenze poco specializzate, ma molto ben retribuiti. Se parametriamo il ragionamento anche su base nazionale, possiamo ben capire come una numerica così squilibrata di dirigenti, accompagnata a un trattamento retributivo troppo elevato, anche in relazione alle competenze possedute, rappresenta un forte problema di costi e di capacità di erogare un servizio qualitativo.

Per ultimo, in un momento storico in cui si tocca il picco di disoccupazione (12,5%) e di disoccupazione giovanile (40%) si capisce come se portassimo il numero di dirigenti a un livello fisiologico avremmo tantissime risorse per assumere persone più competenti, meno costose e più giovani.

Un altro punto riguarda gli Albi per selezionare i Direttori generali di diverse strutture di Regione Lombardia che presentano diversi svantaggi e problematiche e che prendiamo ad esempio anche per Comuni e Province. Innanzitutto, non c’è per il momento grande trasparenza sui requisiti per entrare a farvi parte e non è ben chiaro il loro modello. Tolta l’indicazione relativa a un’esperienza in ruoli dirigenziali e a requisiti di onorabilità e accademici, nulla si dice di aspetti più qualitativi.

Come vengono scelti i manager che si propongono? Quali risultati devono aver raggiunto? C’è un ranking dei manager? Su quali criteri? Una volta accreditati negli albi come si sceglie la destinazione del manager? Quale ospedale? Quale Asp? Perché? Quante persone possono essere inserite negli albi? Chi gestisce questo potere e con quali competenze?

Stiamo dicendo che se il “miglior Direttore generale di azienda ospedaliera d’Italia” fosse libero da vincoli e pronto a prendere un incarico in Regione Lombardia non potrebbe essere scelto se non entra prima nell’albo relativo? Non è una costosa burocrazia? E allo stesso tempo perché questi manager dovrebbero investire del tempo per entrare in questi albi senza avere poi garanzia di quale ospedale o struttura andrebbero a dirigere? Come possiamo essere sufficientemente sicuri, per esempio, che un buon dirigente di un’Asp di una qualsiasi altra regione si attivi per visionare un bando sul sito di un altro ente?

In sostanza, il meccanismo dell’albo mi sembra poco chiaro nel garantire una certa qualità di quanti si proporranno per l’iscrizione agli albi e verranno poi selezionati dal sistema regionale. Una volta all’interno dell’albo dovrebbero esserci dei criteri chiari per essere poi scelti da un’azienda ospedaliera o da un ente, mentre l’unico criterio vigente sembra essere l’anzianità di servizio e un titolo di studio. Secondariamente, anche se vogliamo utilizzare gli albi, bisogna capire quanto costa mantenerli e gestirli. Un meccanismo di matching tra domanda e offerta di mercato sarebbe senz’altro meno costoso. Manca per ultima la proattività. Un buon manager va cercato e contattato, non si può aspettare che decida di sottoporsi a una trafila di pratiche amministrative senza sapere dove andrà a lavorare.

Per ultimo la partecipazione agli albi dovrebbe essere estesa tramite un avviso pubblico con un’effettiva diffusione dell’informazione in modo che chiunque possa essere interessato e qualificato possa candidarsi a entrarvi. Quanti accessi fanno le singole pagine on line che pubblicizzano i bandi? In sostanza la sensazione è che Regione Lombardia, superati gli annunci di campagna elettorale, come molti altri enti lombardi prima di questa, fatichi a superare una visione formalistica ed emergenziale. Sembra di assistere più a una lotta per occupare spazi e “disegnare territori”, che non a un piano organico per razionalizzare in modo serio le strutture sulla base di modelli di eccellenza che il territorio lombardo meriterebbe. Della logica del merito, della professionalità e della competenza si registrano ben pochi risultati per il momento.

Speriamo che presto un’amministrazione pubblica efficiente possa rispondere a tutte le domande poste onde evitare di creare dei meccanismi opachi che discriminano il talento e premino la fedeltà amministrativa e non la capacità di dare un miglior servizio al cittadino. Non è costruendo barriere all’entrata che si eleva la qualità del management pubblico e del servizio al cittadino. Allo stesso modo aspettiamo che la politica e i dirigenti pubblici alimentino una discussione seria sui sistemi di governance e di organizzazione più efficienti, per assicurare dei servizi pubblici di qualità e per dare risposte reali ai bisogni dei cittadini. Non sarà tramite soluzioni parziali e compromessi al ribasso che la politica recupererà la credibilità di cui ha disperatamente bisogno.

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